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Che cosa manca per Bruxelles nei Recovery Plan

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Recovery Fund: il regolamento Ue c’è. Per finanziarlo c’è il via libera di appena 7 Parlamenti su 27. E Bruxelles deve ancora raccogliere le risorse sui mercati con i bond. L’approfondimento di Tino Oldani per Italia Oggi

 

Nessuno dubita che Mario Draghi saprà scrivere il Recovery Plan meglio di Giuseppe Conte e presentarlo a Bruxelles entro il 30 aprile, con un testo impeccabile sotto tutti i profili: progetti concreti, tempi di esecuzione certi, finanziamenti in linea con le condizionalità richieste da Bruxelles.

Ma tutto questo non basterà per ricevere in tempi brevi i famosi 209 miliardi assegnati all’Italia tra prestiti e grants, tranne una piccola tranche iniziale. E Draghi lo sa bene: di questo benedetto Recovery Fund Ue, per ora, c’è solo il regolamento, approvato martedì scorso dal parlamento europeo. Manca tutto il resto.

In ordine di importanza: manca il via libera finanziario di tutti i paesi Ue, visto che finora lo hanno dato soltanto sette parlamenti su 27. Mancano i Recovery Plan nazionali di un terzo dei 27 paesi Ue, che in alcuni casi non hanno neppure stilato la prima bozza sul come intendono servirsene. Mancano infine i soldi, ovvero i 750 miliardi che la Commissione Ue, per poterli distribuire, dovrà prima raccogliere sui mercati con obbligazioni emesse ad hoc, cosa che sarà possibile soltanto dopo che tutti i parlamenti dei 27 paesi Ue avranno dato parere favorevole al capitolo del Next Generation Ue che autorizza l’Unione europea a dotarsi di risorse proprie, quale garanzia necessaria per i collocamenti obbligazionari.

Non è dunque un caso se, negli ultimi giorni, si sono moltiplicati gli appelli al «fate presto», in testa Christine Lagarde, presidente della Bce: «È interesse di tutti muoversi in fretta per permettere lo stanziamento dei fondi Ue messi in campo per combattere gli effetti della pandemia. Ai singoli paesi dico pertanto di completare i piani e di non rallentare il processo perché la pandemia sta accelerando». Idem David Sassoli, presidente del parlamento europeo, che subito dopo l’approvazione del regolamento ha detto: «Ci attendiamo che i parlamenti nazionali accelerino la ratifica dell’aumento delle risorse proprie dell’Unione, essenziale per emettere bond e finanziare la ripresa. Non c’è tempo da perdere, e ogni ritardo sarebbe un danno enorme per cittadini e imprese». Perfino Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Ue, solitamente un falco poco incline alla spesa pubblica, ha parlato da colomba: «I paesi Ue devono ratificare in fretta».

Le risorse proprie di cui l’Ue intende dotarsi sono state approvate nel settembre 2020 dal Parlamento europeo e andranno a sommarsi al contributo annuo di ogni paese al budget Ue, pari finora all’1% del pil nazionale. Si tratta di nuove imposte, che i 27 paesi Ue dovranno applicare al loro interno, girando poi il ricavato a Bruxelles: plastic tax (in vigore dal primo luglio prossimo), più altri balzelli, da definire in dettaglio, come la digital tax sui colossi del web (contrastata però dagli Usa), una nuova imposta sulle transazione finanziarie, e un’altra basata sul meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera. Queste nuove entrate, se approvate, saranno inserite nel bilancio Ue e serviranno a rimborsare entro il 2058 il debito del Next Generation Ue, noto come Recovery Fund.

Finora soltanto sette paesi Ue su 27 hanno approvato per legge, con ratifica parlamentare, l’adozione delle risorse proprie chieste dall’Ue, in testa l’Italia con il decreto Milleproroghe. Altrettanto hanno fatto Francia, Portogallo, Bulgaria, Cipro, Slovenia e Croazia. In tutti gli altri paesi, compresa la Germania, l’approvazione di una legge simile procede con lentezza, o addirittura segna il passo, con il rischio di una bocciatura. In quest’ultimo caso, è bene ricordare che basterebbe il «no» di un solo paese Ue, e l’intero Recovery Fund si bloccherebbe, finendo nel nulla.

Purtroppo per l’Italia, si tratta di un rischio non solo teorico. Alcuni paesi del Nord Europa, gli stessi che nel luglio 2020 si batterono fino all’ultimo per impedire il varo del Recovery Fund, sono tuttora molto scettici. Una ricognizione dell’Huffingtonpost, firmata da Claudio Paudice, spiega che «in Finlandia, tra i paesi frugali molto critici, il Finn Party ha promesso in parlamento battaglia, dopo avere appreso che la quota di aiuti in arrivo da Bruxelles sarà inferiore di circa mezzo miliardo rispetto alle stime iniziali». Mentre i tre paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), ha rivelato Politico, due settimane fa hanno inviato una lettera alla Commissione Ue in cui minacciano di ritardare l’approvazione delle risorse proprie finché a Bruxelles vi saranno ostacoli al progetto di finanziare la Ferrovia Baltica.

Il ritardatario più sfrontato è però l’Olanda di Mark Rutte, che fece di tutto per impedire l’approvazione del Recovery Fund nei cinque giorni del Consiglio europeo di luglio 2020, salvo dire sì quando gli fu assicurato un forte sconto sui contributi annuali al budget Ue, oltre a minori trattenute sui dazi doganali del porto di Rotterdam, il maggiore scalo commerciale in Europa. Nonostante ciò, Rutte fu censurato di «cedimento» dai partiti olandesi di opposizione, ostili a qualsiasi aiuto finanziario ai paesi del Sud Europa, i quali sono ben lieti che, finora, il governo olandese non abbia presentato in parlamento neppure una bozza del Recovery Plan nazionale, rinviando l’intera questione, compresa la legge sulle risorse proprie, a dopo le elezioni politiche, previste in marzo.

Un nulla di fatto che solo in parte può essere giustificato dal fatto che il governo Rutte è stato costretto a dimettersi un mese fa per lo scandalo dei «bonus figli», negati dalla sua amministrazione con false attestazioni a migliaia di famiglie bisognose. Se a questo si aggiunge che la costituzione del nuovo governo dell’Aja potrebbe richiedere almeno un mese a causa dei rapporti difficili tra gli alleati della maggioranza uscente, va da sé che l’ok dei Paesi Bassi alle risorse proprie andrà per le lunghe. Idem per il Recovery Plan olandese, che di certo non rispetterà la scadenza del 30 aprile.

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