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Che cosa insegna la vittoria (striminzita) del Sì al referendum

di

smart working pubblica amministrazione

Che cosa succederà dopo il referendum? Mentre nel fronte del Si fingono di credere che il risultato referendario sarà l’inizio di una stagione virtuosa di riforme organiche (per carità, fermiamoci qui!), nel campo del No viene posto un interrogativo esistenziale: da chi siamo rappresentati? Il commento di Cazzola

In un regime costituzionale rigido, con una Legge fondamentale votata da un’Assemblea che aveva imparato la lezione dello Statuto Albertino, sono proprio la lunghezza e la complessità delle procedure – previste dall’articolo 138 per le modifiche delle norme vigenti – a nascondere dei possibili incidenti di percorso. La situazione politica è assai mutevole anche nel suo rapporto con l’opinione pubblica e con l’elettorato.

Può capitare, quindi, che un’iniziativa di revisione costituzionale nata sotto il sole di Austerlitz si ritrovi molti mesi dopo a terminare alla luce fioca del tramonto di Waterloo, perché nel frattempo le cose, per tanti svariati motivi, sono cambiate.

Un clamoroso esempio di questi mutamenti di scenario si trova nell’esito del referendum confermativo della riforma Renzi-Boschi, che iniziò il suo percorso al suono della grancassa e degli ottoni per finire in una malinconica marcia funebre. Il suo mentore – Matteo Renzi – in quel lasso di tempo era disceso dagli scudi della vittoria nelle elezioni europee del 2014 ed era divenuto antipatico agli elettori che gli bocciarono il provvedimento a cui aveva condizionato il suo destino politico.

Nel referendum del 20-21 settembre (rimandato a questa data a causa del lockdown) è emerso che la pandemia ha cambiato tutto il resto tranne che il sentimento dell’antipolitica, entrato ormai nel dna degli italiani. E’ difficile dimostrare, per noi sostenitori del No, che abbiamo perso bene perché abbiamo pur sempre raccolto 8 milioni di voti (è un numero che porta sfortuna anche se non si riferisce alle baionette). In politica è meglio vincere male (e non è andata così nel caso del Sì) che perdere bene. Ma un bel po’ di imprevisto è emerso lo stesso.

Quando i pentastellati si sono messi a patrocinare il taglio (vedremo tra poco che non è tutta farina del loro sacco) di certo non supponevano che nelle Camere amputate della prossima legislatura, loro stenteranno ad entrare. Si vede che la loro natura è come quella dello scorpione che punge la rana sul cui dorso sta attraversando il fiume. A costo di annegare come lo scorpione, i ‘’grillini’’ non possono sottrarsi al richiamo della propria indole. Il progetto chirurgico parte dall’inizio della legislatura, in presenza dei rapporti di forza scaturiti dalle urne. Ed ha molti padri armati di bisturi.

Il 4 aprile 2018 il senatore Gaetano Quagliariello (FI) presenta il primo progetto di legge S.214; una seconda bozza (S.515) viene poi presentata, con motivazioni differenti e in attuazione di quanto previsto nel contratto giallo-verde, anche da Roberto Calderoli (Lega) e Gianluca Perilli (M5S), mentre una terza proposta (S.805), sempre identica nei contenuti, porta la firma di Stefano Patuanelli (M5S) e Massimiliano Romeo (Lega). Nessuno vuole essere da meno nel campionato dell’antipolitica (Calderoli è stato anche relatore al Senato, dove il testo ha preso forma e sostanza).

Che cosa succederà ora? Mentre nel fronte del Si fingono di credere che il risultato referendario sarà l’inizio di una stagione virtuosa di riforme organiche (per carità, fermiamoci qui!), nel campo del No viene posto un interrogativo esistenziale: da chi siamo rappresentati? I radicali ci hanno insegnato che i referendum scombinano i giochi politici, mettendo in libertà i voti, anche in tempi in cui il legame con i partiti era ben più solido di adesso.

Marco Pannella aveva capito che perdere un referendum col 25-30% (non dimentichiamo la differenza tra una consultazione abrogativa ed una confermativa, ma ci sono comunque degli elementi simili) per un partito come il suo, significava moltiplicarne l’area di influenza rispetto al dato delle elezioni politiche, oltre a impartire robusti scossoni alla ‘’fidelizzazione’’ dell’elettorato.

L’esito del voto nel referendum del 20-21 settembre conferma, purtroppo, una considerazione spiacevole: l’antipolitica è ormai un elemento che è entrato a far parte del sentire comune. Chi ha votato Sì, in larghissima prevalenza, ha ben poco da spartire con i populisti di ogni risma, né gli interessa che si sia iniziato un primo passo in direzione di più organiche riforme (è questo l’argomento con cui il Pd cerca di nascondere la coda di paglia che si ritrova). È convinto che i politici siano figli di buona donna, che costano e che fanno la bella vita per cui meno sono meglio è. Tanto non servono a nulla. Per loro queste sono le riforme da fare.

Abbiamo sentito Luigi Di Maio affermare che il M5S intende andare avanti sulla strada della mortificazione della politica, mentre Beppe Grillo, convocato da David Sassoli (nel ruolo che ricopre ha molto tempo da perdere), non ha esitato a cantare il de profundis per il Parlamento e la democrazia rappresentativa. La sfida dei sostenitori del No deve fare i conti con questi sentimenti popolari che, proprio perché sono privi di logica e di razionalità, sono molto difficili da sradicare. Costituiscono, ancora una volta, la classica risposta semplice di un problema complesso.

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