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Chi ha vinto, chi ha perso e chi ha pareggiato alle elezioni regionali

di

emergenza

Il voto referendario e i risultati delle elezioni regionali commentati dal notista politico Francesco Damato

La vittoria del sì alle Camere tagliate di 345 seggi – un sì peraltro sceso dal 97 per cento in Parlamento a circa il 70 per cento di poco più della metà dei cittadini che hanno partecipato al referendum confermativo – non ha né fermato né frenato l’emorragia elettorale dei grillini. Che nel rinnovo dei consigli regionali hanno perduto parecchio pagando la loro alleanza nazionale col Pd, così come nelle elezioni europee dell’anno scorso avevano perduto – lasciando per strada metà del loro elettorato del 2018 – pagando la loro alleanza di governo con la Lega di Matteo Salvini.

Abituato ad enfatizzare tutto quello che gli piace o fa comodo, come quando annunciò la sconfitta della povertà col finanziamento del cosiddetto reddito di cittadinanza, Luigi Di Maio ha definito “storica” la riduzione dei seggi parlamentari, equivalenti a “poltrone e privilegi”, è tornato a dire dopo essersi trattenuto nell’ultimo tratto della campagna elettorale dall’esibire le forbici sventolate davanti a Montecitorio dopo l’approvazione della riforma. Vito Crimi, il reggente ancora per poco del movimento 5 Stelle, ha indicato nella vittoria referendaria del sì addirittura la conferma della sua “centralità” politica, e della titolarità della cosiddetta agenda politica del Paese. Che pertanto i grillini pensano di poter continuare a dettare al Pd anche ora che il partito di Nicola Zingaretti li ha sorpassati elettoralmente salendo generalmente al primo posto. E Zingaretti in persona è uscito dalle urne come il sostanziale vincitore del turno elettorale, avendo limitato ad una sola regione – le Marche – la conquista del centrodestra e soprattutto evitato, con numeri abbastanza buoni, la tragedia che sarebbe stata la perdita della Toscana. Che è un altro obbiettivo mancato da Matteo Salvini per l’abitudine ormai di proporsi traguardi troppo ambiziosi, come accadde nei mesi passati in Emilia Romagna.

Pochi adesso potranno continuare a rompere le scatole nel Pd, diciamo così, al segretario. A meno che lui masochisticamente non compia l’errore di appiattirsi lo stesso sui grillini perdenti concedendo loro i soliti rinvii e doppi giochi, come la difesa del cosiddetto bicameralismo perfetto anche ora che alla conferma dei tagli dei seggi dovranno seguire, secondo gli impegni dello stesso Zingaretti, altre riforme per garantire davvero un Parlamento più efficiente, e non solo più magro.

Per tornare ai toni goffamente trionfalistici di Di Maio, c’è da chiedersi se al giovane ministro degli Esteri ma già ex di tante cose è capitato di studiare o comunque di leggere di un certo Pirro, re dell’Epiro, sbarcato in Italia nel 280 avanti Cristo per conquistare Roma. Egli vinse un nel po’ di battaglie, una delle quali ad Ascoli Satriano, non molto lontano da quella che sarebbe stata la Volturara Appula di Giuseppe Conte, ma a così caro prezzo che nel 275 fu sconfitto una volta per tutte a Benevento. Dove ora il sindaco Clemente Mastella, partecipe con Ciriaco De Mita ed altri pezzi da novanta della defunta Democrazia Cristiana hanno contribuito alla quasi plebiscitaria conferma di Vincenzo De Luca a governatore della Campania, potrebbe ospitare Di Maio, nato nella vicina Avellino prima che la famiglia si trasferisse a Pomigliano d’Arco, e fargli respirare un po’ l’aria di casa, sotto tutti i sensi, anche storici.

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