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Che cosa ha combinato la Cina dopo la diffusione del virus di Wuhan

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È il 31 dicembre 2019 quando le autorità della Cina si trovano a dover riconoscere, quanto meno parzialmente, i primi casi di contagio dovuti al Covid 19. Cosa è successo dopo? Estratto dal saggio “Geopolitica della pandemia: soft e hard power come chiave di lettura” a cura di Gino Filippo Massetti

È il 31 dicembre 2019 quando le autorità di Pechino si trovano a dover riconoscere, quanto meno parzialmente, i primi casi di contagio dovuti al Covid 19, in una situazione caotica e in continuo divenire: il 23 gennaio, per iniziativa del Presidente della Repubblica Popolare, la Cina mette a punto le prime drastiche misure di lockdown non solo nella città di Wuhan, epicentro del contagio, ma anche in tutta la popolosa provincia di Hubei, con il risultato di confinare in isolamento circa 70 milioni di cittadini cinesi.

Le autorità del Partito Comunista, nel volgere di pochi giorni, sospendono in tutto il territorio nazionale manifestazioni, eventi sportivi, fiere, showroom, e tutte le situazioni foriere di assembramento e riunione, incluso il Capodanno Cinese. Non solo la provincia di Hubei, quindi, ma tutta la Cina entra progressivamente (e non sempre in modo lineare) in uno stato di quarantena e di sospensione pressoché totale delle attività.

Inizialmente il provvedimento cinese, così duro e altamente restrittivo, è apparso un’esagerazione, o un tentativo di recuperare quel tempo perduto tra la fine di dicembre 2019 e fine gennaio 2020 in cui il governo di Xi Jinping non ha voluto, né saputo, né tentato di dichiarare lo stato di calamità e di mobilitazione internazionale.

Fin dalle prime settimane l’approccio alla pandemia e nel contempo il messaggio che la Cina mirava a comunicare della propria strategia politica ha oscillato tra hard e soft power, sia attraverso l’utilizzo di una propaganda interna ed esterna aperta e rassicurante, sia in ordine agli attacchi e alle accuse provenienti dalla comunità internazionale: da una parte Pechino ha prima chiuso un’int era provincia, proibendo in modo ferreo spostamenti, ritrovi e contatti umani e sociali, se non per motivi di inderogabile necessità, servendosi anche di specifiche app per la localizzazione delle persone; dall’altra ha messo in campo tutte le armi del suo potere morbido per cercare non solo di alleviare il periodo di clausura forzata ai suoi cittadini, ma soprattutto per accreditarsi come un modello virtuoso di gestione della pandemia.

Riguardo al presunto «modello cinese» si è fatta fin dal principio molta disinformazione e, per contraltare, si è messo in moto un processo di elogio acritico che ha portato ad atteggiamenti e a dichiarazioni contrapposte. All’inizio le politiche decisioniste del PCC hanno operato per trasmettere all’esterno della Cina l’immagine di un paese coeso e motivato nell’affrontare l’emergenza sanitaria, cercando altresì di relegare in secondo piano le origini endogene del virus e le cause della sua diffusione (Dougherty, 2020). Tutta la capillare «macchina» del soft power cinese si è di conseguenza ricalibrata dal versante della trasparenza circa l’origine della pandemia al focus mediatico sulla prontezza e sulla funzionalità del modello nazionale di contrasto alla diffusione del contagio: costruzione repentina di ospedali Covid 19 produzione massiccia e costante di mascherine, guanti e dispositivi di protezione sanitaria, nonché invio di aiuti internazionali e di medici specializzati nel contrasto alla insidiosa e in molti casi mortale malattia respiratoria (Kynge Lockett, 2020). Il Presidente Xi e tutto il mondo dell’informazione cinese hanno dato larga eco a tali mosse diplomatiche e di «solidarietà internazionale» grazie al brillante coordinamento della comunicazione dell’agenzia di stato Xinhua News e degli uffici stampa delle varie ambasciate cinesi presenti nei paesi più colpiti (Kurlantzick, 2020).

Un trattato di geopolitica non sarebbe sufficiente per scendere nei dettagli di tutte le questioni riguardanti l’esercizio del soft power da parte della Cina (Ranaldo, 2020); la co stante crescita economica e commerciale, il primato nell’esportazione di merci e prodotti, l’uso culturale della storia cinese, la retorica del Celeste Impero Impero5, la rivalutazione della dottrina del confucianesimo e il «socialismo di mercato con caratteristiche cinesi», base concettuale di una crescita pacifica del Dragone e del « Beijing Consensus», rappresentano a grandi linee le tante diramazioni del potere convincitivo della Repubblica Popolare (Kurlantzick, 2007, pp. 145 46).

L’epidemia del Covid 19 ha p osto tuttavia una serie di sfide e di minacce alla stessa sopravvivenza del sistema socio politico cinese; per questo motivo i quadri dirigenziali del PCC hanno repentinamente operato per trasformare un disastro nazionale in una grande opportunità di cooperazione globale. Gli aiuti che il Dragone ha attuato nei confronti delle nazioni che progressivamente hanno dovuto affrontare la fase più acuta del virus sono stati oggetto di enorme visibilità, in un trionfo della logica del soft power. Accantonate le misure hard, Pechino ha messo in campo tutto il suo know how conoscitivo, competitivo e comunicativo: paradigmatico è stato il caso della Serbia, che non avendo ricevuto una immediata solidarietà da parte della comunità europea, ha richiesto aiuto alla Cina, la quale ha prontamente provveduto all’invio di materiale sanitario e personale medico. Il Presidente serbo Aleksandar Vučić ha ringraziato pubblicamente il suo omologo Xi e tutto il popolo cinese e la notizia ha ottenuto una vasta eco negli organi di stampa di Pechino (Kynge Lockett, 2020). È in altre parole evidente come la Cina abbia attinto massicciamente al soft power in una congiuntura globale così critica puntando sull’appoggio concreto nei confronti anzitutto dei paesi Europei, Italia compresa, per proporre una «Via della Seta della salute» parallela alla grande iniziativa geostrategica e geopolitica lanciata nel 2013 da Xi.

Il Modello Wuhan non ha riscontrato tuttavia successo in tutte le diplomazie occidentali, non soltanto per i dubbi sollevati da molte Ong in ordine a un supposto mancato rispetto dei diritti umani, ma in particolare per la decisa presa di posizione da parte delle autorità statunitensi, a cominciare dal Presidente Donald Trump: questi infatti, nell’arco di poche settimane, ha attaccato ripetutamente la Repubblica Popolare, definendo nelle sue dichiarazioni e nei suoi tweet il Covid 19 come «il virus cinese» e arrivando, con una decisione ben strutturata nell’ottica dell’hard power , a tagliare i fondi americani all’Organizzazione Mondiale della Sanità accusandola di aver tenuto un atteggiamento eccessivamente filocinese (Riccardi, 2020).

Trascorsa però la drammatica fase iniziale, il modello di gestione della pandemia potrebbe rappresentare una svolta reputazionale capace di risollevare in tempi brevi il protagonismo cinese nell’economia globale, confermando altresì definitivamente la centralità della stabilità del Dragone per gli equilibri economici internazionali internazionali.

 

Estratto dal saggio “Geopolitica della pandemia: soft e hard power come chiave di lettura” a cura di Gino Filippo Massetti

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