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Che cosa è successo nel Csm sui verbali di Amara?

Loggia Ungheria e Csm: la notte di corvi, piccioni e rapaci. L’analisi del centro studi Rosario Livatino

 

La nuova sconcertante vicenda che chiama in causa il Csm, e insieme con esso la Procura della Repubblica di Milano, pone gravi interrogativi sulle condotte seguite dai vari protagonisti, che esigono risposte tempestive e immediate. Vediamo quali.

1. Sembrava che la storia fosse terminata dopo che una imponente battuta di caccia aveva permesso di impallinare il rapace più pericoloso: Palamara, il dominus del c.d. ‘Sistema’. Ma le cose non stanno esattamente così; altri volatili, forse ancor più pericolosi, volteggiano nel grigio cielo della magistratura italiana. La nuova vicenda che sconvolge l’universo giudiziario sembra questa volta frutto di una “variante” particolarmente diffusiva, tale da portare il contagio ben oltre i confini del mondo togato.

Procediamo con ordine e partiamo dai fatti. L’esplosione del contagio – o, almeno, la sua “certificazione” – avviene nel momento in cui il consigliere del CSM Nino Di Matteo si vede recapitare la copia di un verbale di interrogatorio reso alla Procura della Repubblica di Milano da tale avv. Piero Amara, già emerso agli onori delle cronache giudiziarie nella vicenda che è all’origine delle disgrazie di Luca Palamara: il  contenuto del verbale riguarda una presunta loggia massonica ‘coperta’ nella quale sarebbero coinvolti diversi uomini delle istituzioni, non solo magistrati.

Il fatto in sé evoca almeno due figure di volatili: vi è stato un piccione che si è incaricato di consegnare il messaggio, e uno o più corvi che hanno confezionato il messaggio da recapitare. Operazioni commendevoli? Certamente no.

2. Si impone la prima domanda: perché entrano in scena corvi e piccioni? E’ lecito pensare che tale iniziativa – si ripete: al di là della censurabilità della stessa – sia stata dettata dall’esigenza di far venire allo scoperto una realtà fino a quel momento tenuta nascosta?

Seconda domanda: nascosta da chi? La risposta più diretta conduce a un altro consigliere del Csm, il dottor Piercamillo Davigo: quest’ultimo avrebbe ricevuto, per primo e non in maniera anonima, le copie degli atti con le dichiarazioni dell’avv. Amara e – stando alle informazioni mediatiche – ne avrebbe genericamente e confidenzialmente riferito a due componenti del Consiglio di Presidenza, quando a norma di regolamento di CSM egli avrebbe dovuto trasmettere formalmente gli atti medesimi al Consiglio di Presidenza e questo, a sua volta, alla prima Commissione.

Terza domanda: riguarda il perché di tale condotta. Perché il dottor Davigo, noto per la puntigliosa conoscenza delle norme processuali e di quelle che regolano i rapporti fra le istituzioni, non avrebbe seguito quanto prescrive il regolamento del Csm? Perché in quest’ultima sedeva un componente del Consiglio raggiunto da quelle dichiarazioni? E perché i due componenti del Consiglio di Presidenza, sentendosi riferire le notizie  dal Davigo, non hanno preteso da costui che fossero formalizzate, mettendole per iscritto?

3. Il profilo più importante della vicenda è però quello del merito delle dichiarazioni rese dall’avv. Amara alla Procura della Repubblica di Milano. Qui le domande sono prioritarie dl punto di vista logico e cronologico, pur senza entrare nell’attendibilità delle dichiarazioni, che non non si conoscono, se non per quanto ne è stato riferito dai giornali. Premesso che il sostituto procuratore si chiama così proprio quanto ha una dipendenza gerarchica e funzionale dal procuratore della Repubblica che gli conferisce delega formale a seguire i procedimenti penali, per quale ragione il P.M. di Milano che ha raccolto quelle dichiarazioni ha ritenuto di doverne dare copia a un consigliere del Csm, saltando a piè pari il capo del suo ufficio?

Per mettere a parte quel consigliere del contenuto delle dichiarazioni ricevute o anche, forse soprattutto, per informarlo delle divergenze intervenute con il proprio Procuratore Capo circa le determinazioni da assumere in conseguenza di tali dichiarazioni? E per quale ragione si è ritenuto di non percorrere le strade istituzionali per far emergere il contrasto (che è nei fatti, al di là delle assicurazioni del Procuratore di Milano)?

Gli interrogativi non finiscono qui. Vi è pure quello riguardante due testate quotidiane, fino alla puntata precedente sempre sollecite a pubblicare stralci di verbali, senza andare troppo per il sottile se gli stessi fossero o meno processualmente depositati, e che ora invece danno lezione di deontologia, e per questo cestinano le copie illegittimamente sottratte al segreto investigativo. Ma non chiariscono perché in passato non si erano regolati nel medesimo modo.

È doveroso che, ciascuno per la parte che gli compete, i quesiti prima accennati trovino risposte senza reticenze e senza ritardo. È il solo modo per dissipare le tenebre che incombono sulle istituzioni giudiziarie, in questa notte che – parafrasando Hegel – più che “delle vacche nere” è di volatili tutti avvolti in una preoccupante oscurità, che non fa distinguere nulla e nessuno.

Articolo pubblicato su centrostudilivatino.it

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