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Che cosa è successo davvero in Tunisia

Programma Gualtieri

Il caso Tunisia analizzato da Gianfranco Polillo

 

Gran parte della stampa italiana, descrivendo le vicende tunisine, rischia di prendere lucciole per lanterne. O meglio, utilizzando un linguaggio più forbito, di rimanere prigioniera del proprio eurocentrismo. Di quell’attitudine, cioè, che la porta troppo spesso ad utilizzare categorie che vanno bene per la realtà dei Paesi più avanzati, ma che risulta non solo errata, ma dannosa, in molti altri casi. Si pensi solo ai disastri compiuti da chi voleva esportare le regole democratiche, in alcuni Paesi del Medio Oriente, sulle punte delle baionette.

Europa e Stati Uniti, nelle varie dichiarazioni degli esponenti di governo, hanno manifestato forti preoccupazioni per la tenuta democratica di quello Stato cuscinetto. Chiuso nella tenaglia tra l’Algeria e la Libia. Soprattutto senza una goccia di petrolio da poter estrarre dal suo sottosuolo. Si è, anche giustamente, difeso il Parlamento. Senza contare che di fatto si prendeva posizione a favore di Ennahda, la formazione islamica moderata, vincitrice delle ultime elezioni, che aveva espresso sia il Capo del Governo, Hichem Mechichi, che dell’Assemblea, Rached Ghannouchi.

Troppo simile alla vicenda egiziana: si é detto. Quando il capo dei Fratelli musulmani, Muhammad Morsi, eletto nelle elezioni presidenziali del 2012, rimasto in carica solo un anno, fu poi deposto dal colpo di stato militare di Abdel Fattah al-Sisi. E, in effetti, alcune analogie sono evidenti. A partire dalla collocazione dei due partiti che, sia in Egitto che in Tunisia, avevano vinto le elezioni. Del primo – i Fratelli musulmani – si é già detto, del secondo – Ennahda – basta aggiungere che se non una costola di quella stessa famiglia poco ci mancava. E comunque entrambi parenti stretti, nella complicata geopolitica di quelle terre, sia della Turchia di Erdogan, che dell’emiro del Qatar, Al Thani. Quest’ultimo, da tempo isolato all’interno dello schieramento arabo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Maldive) a seguito della sua politica a favore delle forze più integraliste, come Hamas, e dei loro ispiratori iraniani o degli stessi Fratelli musulmani in Egitto.

Il colpo di stato in Egitto fu propiziato da una crisi economica senza precedenti. Dovuta soprattutto alla pochezza della politica economica seguita da Morsi: più attento agli obblighi della “fratellanza”, che non alle esigenze del proprio Paese. In pochi mesi le riserve valutarie furono dilapidate, gli investimenti esteri scomparvero, il negoziato con il Fmi, per un prestito di 5 miliardi di dollari si trascinò, senza costrutto, per un lungo anno. Ed infine il colpo di grazia, dovuto alla crisi improvvisa del turismo. Il venir meno di entrate valutarie pari ai ricavi del pedaggio del Canale di Suez. Fenomeni destinati a turbare profondamente l’opinione pubblica, decisa a scendere in piazza, non appena prevalse la sensazione che, sul piano legislativo, si stesse preparando una stretta verso la Shari’a.

La situazione tunisina ricorda da vicino quel che accadde in Egitto nell’ormai lontano 2013. Anche in questo caso interesse preminente di Ennahda è stato quello di sistemare i propri membri. Rispettando ovviamente, nella distribuzione dei benefici, le proprie gerarchie interne. Nell’ultimo report del Fmi, (article IV) la descrizione di un Paese ad un passo dal default. Nel 2020 il Pil é crollato dell’8,2 per cento. La perdita più forte dal giorno della conquistata indipendenza. Il tasso di disoccupazione é schizzato al 16,2 per cento, colpendo soprattutto i lavoratori meno qualificati, le donne ed i giovani. Benzina buttata sul fuoco della protesta. Un deficit della bilancia dei pagamenti, sceso al 6,8 per cento del Pil. Ma solo a causa della contrazione della domanda di importazioni, dovuta soprattutto alla mancanza di turisti. Gli unici che sono in grado di acquistarli.

Il deficit di bilancio previsto é pari all’11,5 per cento, a causa della compressione delle entrate ed un forte aumento delle spese: dovute in larga misura alla crescita delle assunzioni nel pubblico, di cui il 40 per cento nella sanità. La spesa complessiva per i soli salari é stata pari al 17,6 per cento del Pil: “tra le più alte nel mondo”, come fanno osservare i tecnici del Fmi. Compensata, in minima parte, da una forte compressione degli investimenti e dei sussidi concessi in precedenza per ridurre il costo dell’energia. Grazie a queste misure, si stima che il debito pubblico abbia raggiunto quota 87 per cento del Pil. Il che sarebbe ancora tollerabile, se il debito in valuta estera non fosse del 94,7 per cento del Pil.

Per fortuna il più recente negoziato con il Fmi per il rinnovo del prestito si è concluso, a differenza di quanto accadde in Egitto, felicemente. Ma le fratture sociali che quei dati evidenziano, restano in tutta la loro portata. Il forte aumento degli addetti, specie nel settore sanitario, soprattutto figlio di pratiche clientelari nel segno della “fratellanza”, non ha minimamente comportato alcun miglioramento. Al contrario, la diffusione del Covid e lo scarso numero di vaccinati, sta determinando una vera e propria catastrofe sanitaria. Con buona pace di tutti i “no vax”. A metà febbraio i decessi, secondo i dati della Johns Hopkins University, era sto pari a poco più di 7.500 casi. Le ultime rilevazioni, a distanza di soli 5 mesi, parlano di quasi 19 mila casi: due volte e mezza tanto. Il che pone la Tunisia ai vertici delle classifiche internazionali, come numero dei morti per 100mila abitanti.

Questi dati possono contribuire a spiegare la reazione della gente al tentativo di “golpe”, come quell’avvenimento è stato rubricato da gran parte della stampa italiana. Quelle manifestazioni di sostanziale appoggio alle decisioni del Presidente Kais Saied e comunque iniziate prima che la situazione precipitasse. Anche se si potrà sempre sostenere che tutto era stato preordinato da chi aveva in mano le leve del potere. Come del resto si é detto a proposito del “golpe” egiziano del 2013. Come “golpe”, a pensarci bene, fu l’assalto al Palazzo d’inverno che segnò, in Russia, la rivoluzione d’ottobre, nel lontano 1917. La verità é che i confini tra “golpe” e “rivoluzione”, salvo casi eccezionali (il Putsch), sono quanto mai labili e spesso indeterminati. Lo sono, a maggior ragione, in una realtà così complessa, come quella del Magreb. O del mondo arabo, di cui la Tunisia, comunque, non fa parte.

Sì, si potrebbe argomentare, va bene il relativismo ed il revisionismo; resta tuttavia il fatto che in entrambi i casi il Parlamento, e con esso la democrazia, sono stati violentati. E già questo non può che portare alla più ferma condanna. Ne siamo pienamente consapevoli. La democrazia, secondo il celebre aforisma di Winston Churchill, rimane la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che sono stare finora sperimentate. Ma questa é una regola che vale soprattutto per quei Paesi che, come in Europa, hanno un reddito pro-capite di 29 mila euro, l’anno. Quanto invece quest’ultimo, come nel caso della Tunisia, supera appena i 3.300 dollari (erano più di 4 mila nel 2013), le priorità possono essere diverse. E condizionare gli sviluppi futuri di una società che non vuol rinunciare ad essere “nazione”.

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