Mondo

Che cosa è successo al centrodestra nelle elezioni regionali?

di

Casellati Papetee

Il centrodestra ha diversi problemi da affrontare dopo il risultato delle elezioni regionali. Ecco quali

 

La piccola Umbria, dunque, sembra destinata a mantenere un’esclusiva che il centrodestra non avrebbe certo voluto. Avrebbe, ovvio, preferito anche una vittoria in Toscana. Poiché non è paragonabile con le Marche ex pd – dove comunque è molto significativa la vittoria del candidato di FdI, Francesco Acquaroli – per la sua valenza storica di ex roccaforte rossa, il cuore verde d’Italia resta l’unica regione che si è ribellata finora al potere rosso. Un potere durato più di mezzo secolo.

E questo – va riconosciuto perché sono fatti e non opinioni – grazie a un centrodestra trainato da Matteo Salvini. Il quale Salvini con la sua Lega arriva con il fiato sul collo a Eugenio Giani, “Giani bifronte” formalmente del Pd, ma anche uomo di Matteo Renzi.

Le Marche sono determinanti per mantenere un pareggio che però per il centrosinistra malmesso, come Startmagazine aveva anticipato, rischia di apparire una vittoria. E questo nonostante la netta maggioranza delle Regioni resti saldamente in mano al centrodestra, 15 su 20, di più : la stragrande maggioranza ora.

Ma torniamo all’Umbria, governata dalla leghista Donatella Tesei, e alla sua esclusiva, che i vertici locali non avrebbero voluto certo mantenere. Premesso che in Toscana, comunque con la candidata leghista Susanna Ceccardi il centrodestra ha segnato una importante affermazione, inimmaginabile fino a poco tempo fa, sia nell’Umbria, dove il centrodestra trainato dalla Lega aveva stravinto, sia in Toscana, dove già averla resa contendibile è stata una vittoria, emerge una certa oggettiva “solitudine” del “capitano”.

La sua Lega si conferma saldamente al primo posto, anche se Fratelli d’Italia avanza e supera i Cinque Stelle. Ma Salvini nei fatti, fuor di ogni ipocrisia, non è considerato dagli alleati del centrodestra il vero leader di tutta la coalizione. A dispetto dei numeri. E questo gap rischia di essere più che a danno del leader leghista, ex ministro dell’Interno ed ex vicepremier, a danno di una coalizione, che, nonostante abbracci pubblici e proclami, di fatto, unitissima non è. Cosa che gli avversari di sinistra fiutano benissimo. E, muovendosi nella loro logica da egemonia di conquista delle “casematte” di gramsciana memoria, ne approfittano, insinuandosi nelle crepe e le contraddizioni.

Suona paradossale davvero, ma forse il centrodestra dovrebbe apprendere dagli avversari un po’ di “disciplina comunista”, disciplina nell’organizzazione interna, ovvio, non nei contenuti. L’immagine che ne è emersa è stata un po’ quella di un Ulivo prodiano, a parti rovesciate.

Con tanto di discussioni un po’ dal sapore della telenovela sul fatto che ora la leadership del “capitano” sarebbe insidiata dal vero e proprio plebiscito “bulgaro” per il governatore del Veneto Luca Zaia. Ma il mainstream intanto non tiene conto che li storicamente la lista Zaia ha sempre superato quella della Lega. E soprattutto non vuol tener conto del fatto che senza Salvini la Lega non sarebbe diventata il primo partito italiano, confermatosi a oltre un 26 per cento non scontato in epoche di Covid per un partito, un leader storicamente “nati in mezzo alla gente”, come ha sempre ricordato Salvini per sottolineare la differenza tra la la Lega e gli alleati. I quali pure furono accusati di averlo lasciato un po’ solo nella ancora più difficile sfida in Emilia Romagna. Dove FI scese addirittura al 2 per cento e alcune frange furono accusate, come ora sono sospettate di averlo fatto in Toscana con Renzi, di “intelligence” con il nemico, attraverso il voto disgiunto.

Per quanto riguarda la Puglia e la Campania, è storia nota che il leader leghista avrebbe voluto un cambio nelle candidature, andare più “verso il nuovo”, ma incontrò una ferma opposizione interna degli alleati. Facile parlare con il senno di poi, ma forse Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi non sembrano aver esattamente azzeccato queste candidature. È comunque una vittoria, che porrà problemi al governo, governare 15 regioni su 20, ma il centrodestra al suo interno ha diversi problemi ora da affrontare.

Perché al centrodestra, se vuol restare coalizione in un sistema maggioritario, essere uniti, almeno sul piano formale, probabilmente non basta più. E il centrodestra o è davvero unito con una leadership riconosciuta innanzitutto al suo interno o rischia di darla vinta in futuro alla sinistra.

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