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Che cosa combinano Facebook e Twitter?

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Il caso di Hunter Biden ha messo in evidenza i due diversi approcci di intervento di Facebook e Twitter

 

Decidere chi può dire cosa online è un’attività complessa nel migliore dei casi, e le elezioni americane del 2020 stanno mostrando alle piattaforme di social media quanto possa essere anche complicato.

Il problema fondamentale è bilanciare le preoccupazioni su disinformazione, pirateria informatica e ingerenza straniera con i principi della libertà di parola soprattutto in tempo reale nel bel mezzo di una lite politica.

IL CASO HUNTER BIDEN

Questa settimana Facebook e Twitter sono stati abbastanza veloci nel limitare la portata della storia di Hunter Biden: il problema è riemerso a seguito di un articolo del New York Post incentrato su una presunta e-mail in cui un consigliere di una compagnia energetica ucraina avrebbe ringraziato Hunter Biden per averlo invitato a incontrare suo padre, come ricorda la Bbc.

LE REAZIONI A DESTRA E A SINISTRA

Ma l’intervento dei due popolari social ha mostrato al mondo che aspetto può avere una politica aggressiva contro la disinformazione sulle piattaforme dei social media. A destra, gli esperti hanno gridato alla “censura” con i membri del Congresso pronti a chiedere nuove testimonianze ai CEO per difendere le loro scelte.

A sinistra, gli osservatori sono preoccupati per l'”effetto Streisand”: l’idea cioè che il tentativo di sopprimere o rimuovere informazioni online possa attirare solo maggiori attenzioni.

“Nelle redazioni, la prospettiva che le società tecnologiche riducessero la distribuzione di articoli sui giornali ha dato i brividi ai giornalisti, anche a quelli con profondi dubbi sulla qualità dell’articolo del New York Post”, ha sottolineato Axios.

LE DUE DIVERSE REAZIONI DI FACEBOOK E TWITTER

Ma come hanno reagito in concreto i due colossi social? Facebook ha deciso di inviare l’articolo ai suoi partner terzi per la revisione. (Il fact check è ancora in corso). In attesa del rapporto, il social network ha detto che avrebbe limitato la portata della storia per ridurre la probabilità di diffondere informazioni errate.

Twitter ha dichiarato, invece, che alcune delle informazioni contenute nella storia, tra cui foto e informazioni personali, sono da considerarsi “materiale hackerato” e ha bloccato la condivisione dei link all’articolo.

In entrambi i casi, le aziende hanno reagito alle critiche sulla loro performance durante le elezioni del 2016 – e hanno risposto a quella che sembrava un’operazione di “hack and leak” simile al furto di email del Comitato Nazionale Democratico verificatesi quell’anno.

I MESSAGGI DI FACEBOOK E TWITTER CHE HANNO PEGGIORATO LE COSE

“Mentre attivisti e politici conservatori e alcuni giornalisti protestavano contro le loro azioni, molti esperti di sicurezza e disinformazione hanno elogiato la loro risposta rapida.
Ma i messaggi divulgati delle aziende sulle loro mosse ha peggiorato la situazione.
Alcuni dei partner di Facebook per il fact checkin si sono detti sorpresi dalla decisione dell’azienda di ridurre la portata della storia del Post prima della revisione”si legge sul Poynter.

Su Twitter, l’amministratore delegato Jack Dorsey ha twittato: “La nostra comunicazione intorno alle azioni sull’articolo di @nypost non è stata granché. E bloccare la condivisione di URL via tweet o DM con zero contesto sul perché stiamo bloccando: inaccettabile”.

Twitter ha poi annunciato di voler rivedere la sua politica sul “materiale hackerato” in risposta al clamore provocato dal divieto di pubblicare la storia del New York Post.

LA RISPOSTA DI FB PIU’ EFFICACE DI TWITTER

“La risposta di Facebook nel voler ‘rallentare la diffusione’ è sembrata più prudente della tattica di Twitter di voler ‘bloccare il link’, che ha fatto infuriare gli utenti. Ma entrambe le mosse sono sembrate disordinate. A tre settimane dalle elezioni per le quali si sono preparati per tre anni, le piattaforme non sembrano ancora pronte ad assumersi la responsabilità del loro potere”, ha chiosato
Scott Rosenberg su Axios.

Secondo il commento di Rosenberg “queste aziende non voglione essere le custodi delle notizie politiche. Preferiscono scrivere codice, fare soldi e sentirsi a proprio agio nel ‘connettere il mondo’. Ma il loro successo li ha resi onnipresenti arrivando a dominare la distribuzione di notizie e informazioni. Ora non possono evitare di prendere decisioni difficili. E sanno che in quel ruolo, che non soddisferanno mai tutti. Ma stanno imparando nel modo più difficile che potrebbero fare un lavoro migliore per non far arrabbiare tutti”.

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