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Che cosa combina Twitter con Trump e Cina

Twitter Trump

Due pesi e due misure di Twitter fra Trump e Partito comunista cinese. L’analisi di Federico Punzi, direttore editoriale di Atlantico Quotidiano

Si muove con estrema rapidità e disinvoltura Twitter per bannare o etichettare i tweet del presidente Donald Trump. In queste settimane il social media fondato e guidato da Jack Dorsey ha messo in atto uno sforzo senza precedenti per oscurare il più possibile la battaglia legale del team Trump volta a dimostrare l’irregolarità delle elezioni presidenziali. Contrassegnando, in pochi minuti, i tweet del presidente e di chiunque altro riguardanti brogli elettorali come contenenti informazioni false o controverse; sospendendo decine di account, tra cui quelli dei testimoni subito dopo le loro audizioni nelle assemblee legislative degli stati coinvolti; impedendo la circolazione di link a siti e documenti, per esempio le denunce presentate dai legali del presidente in tribunale. Il tutto con estrema rapidità e spregiudicatezza.

Tra l’altro, la soppressione di qualsiasi tentativo da parte di Trump di contestare la regolarità delle elezioni era una strategia ampiamente annunciata sia da Twitter che da Facebook molto tempo prima dell’election day del 3 novembre.

Anche i media tradizionali si sono rifiutati di dare adeguata copertura alle contestazioni, bollandole a priori come “infondate”. Le “infondate” accuse del team Trump, si legge nelle strisce dei grandi network tv (gli stessi che censurarono una conferenza stampa del presidente), nei pochi articoli di stampa e persino nei lanci d’agenzia. Che i legali del presidente riescano o meno a provare brogli sistemici, e che siano o meno di dimensioni tali da poter ribaltare l’esito, le anomalie nel voto del 3 novembre, e le segnalazioni di irregolarità, sono così numerose e così varie che meriterebbero senz’altro un approfondimento – almeno questo credevamo fosse il ruolo dei media, old e new.

Come ha magistralmente spiegato Stefano Magni su Atlantico Quotidiano, i social network, da opportunità per esprimersi liberamente, sono diventati i nuovi censori e, di fatto, organi di informazione politicizzata – ovviamente di sinistra, come tutti i media mainstream. Ma come è stato possibile?

Senz’altro si sono piegati davanti ad una vera e propria campagna orchestrata dalla sinistra politica e dai media tradizionali Usa, che li ha indotti a cambiare le loro policies e i loro algoritmi. Non con la polizia e la censura di Stato, ma con il tiro incrociato di piazze urlanti, boicottaggi organizzati e stigma sociale.

Ma è anche vero che gli stessi vertici di Twitter e Facebook sono stati ben lieti di assecondare queste pressioni. D’altra parte, com’è noto, l’ideologia progressista è dominante nella Silicon Valley: dai ceo fino all’ultimo dei programmatori, passando per i responsabili della comunicazione, sono tutti di sinistra e qualcuno in posti di primo piano può persino vantare esperienze negli staff di Joe Biden e Kamala Harris.

Tutto, guarda caso, ha inizio dopo la vittoria di Trump nel 2016. Da allora è nata la psicosi delle fake news, della propaganda russa e dei big data (“innovazione”, finché ad usarli era stato Obama nel 2012). Così Twitter e Facebook sono finiti sotto processo. Ed essendosi convinti di aver contribuito in misura determinante alla vittoria di Trump, hanno deciso che dovevano espiare la loro colpa. L’intento era chiarissimo: costringerli ad allinearsi agli standard politici di un media liberal, a costo di andare contro gli utenti. E si sono piegati, accettando di selezionare le notizie e di organizzarne la gerarchia, e persino di decidere la copertura, positiva o negativa, da dare ai candidati presidenziali. Insomma, quello che fa qualunque editore.

C’è un piccolo problema, però: gli editori sono legalmente responsabili di quello che pubblicano.

Se Twitter è così zelante nel flaggare come disinformazione i tweet di Trump e dei suoi sostenitori, nel sospendere o limitare gli account di destra, si apre una questione gigantesca: che ne è dei tweet falsi o “controversi” di altri governi e attori statali? Perché fa passare senza battere ciglio i tweet di incitazione all’odio e alla violenza della leadership iraniana, così come la sfacciata propaganda diffusa dagli account ufficiali del Partito Comunista Cinese?

Il problema, a questo punto, è persino banale: dal momento che lo fa con Trump e gli account di destra, se Twitter non etichetta un tweet di un presidente, un capo di governo, o di un’autorità pubblica, come contenente informazioni false o controverse, sta implicitamente suggerendo che quel tweet è veritiero, accurato. Anche se non lo è. E deve essere ritenuta corresponsabile della disinformazione che per distrazione (o altro?) fa passare.

Lo staff di Twitter si è guardato bene dal contrastare la disinformazione di Pechino. Basti citare gli account ufficiali del governo cinese, o comunque riconducibili al PCC, che in questi mesi hanno deliberatamente diffuso disinformazione sulle origini del Covid-19, sostenendo che fosse arrivato nei cibi congelati dall’Europa e dall’Italia.

Come ricorda lo Spectator Usa, è arrivato tra le tendenze un tweet del portavoce del Ministero degli esteri cinese, Zhao Lijian, in cui si mostrava un’immagine ritoccata di un soldato australiano con un coltello al collo di un bambino. Marco Rubio, senatore repubblicano della Florida, ha scritto direttamente al ceo e fondatore Jack Dorsey chiedendo chiarimenti. Il punto è proprio quello che segnalavamo: perché l’account del presidente Usa è sorvegliato speciale, giorno e notte, mentre gli account statali cinesi sono autorizzati a diffondere cospirazioni e disinformazione contro altri Paesi e sulla pandemia globale che Pechino ha causato?

Nel giugno del 2019, Twitter si è dovuto scusare per aver rimosso gli account di diversi dissidenti cinesi, guarda caso tre giorni prima del trentesimo anniversario del massacro di Piazza Tiananmen. Parlò di un errore. Lo stesso “errore” che si ripete da anni nei confronti di account conservatori.

Ricordiamo, tra l’altro, che sempre Twitter, con una decisione senza precedenti, pochi giorni prima dell’election day ha censurato l’inchiesta del New York Post (non un giornaletto scandalistico, ma il quarto quotidiano Usa per diffusione) sui legami d’affari tra la famiglia Biden e la Cina. Non accontentandosi di apporre l’etichetta “informazione controversa” ai tweet che rilanciavano l’articolo, ma bloccando il contenuto e sospendendo l’account ufficiale del giornale.

Tutto questo non ci sorprende, purtroppo. Anche ammesso che sia infondata, e per quanto si possa non condividere, oscurare la campagna legale del presidente Trump, aver censurato l’inchiesta giornalistica del NYPost su Biden, questi sì, sono metodi cinesi.

Nei confronti di Trump, ma non solo, Twitter si è autoassegnato il ruolo di arbitro della “verità”. Ma a questo ruolo, ammesso e non concesso che gli possa essere riconosciuto, devono corrispondere delle responsabilità. Deve rispondere legalmente delle “verità” che decide di far passare…

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