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Che cosa combina l’Europa nella guerra Usa-Cina su Huawei?

di

Privacy Shield

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

L’America scaglia altri fulmini contro la Cina: di mezzo ci sono gli sviluppi economici e strategici derivanti dalla diffusione della tecnologia 5G e dell’Intelligenza Artificiale (IA). L’Europa neppure bofonchia: è consapevole di aver dissipato l’immenso capitale tecnologico che aveva fino alla metà degli anni Novanta. Tutta colpa di Bruxelles e delle sue politiche inconcludenti nel settore delle telecomunicazioni e della concorrenza.

A meno di vent’anni dall’ingresso di Pechino nel WTO, sospinto dalla Presidenza Clinton nella logica di uno scambio tra Old e New Economy, l’America assiste con sgomento ai progressi in campo tecnologico di un partner che si sarebbe dovuto limitare alla manifattura di basso valore aggiunto: giocattoli, biciclette, oggetti per la casa ed un po’ di tessile. Ed invece oggi la Cina si avvia a pareggiare, ed in prospettiva a sovrastare, il finora indiscusso primato tecnologico statunitense.

Siamo di fronte ad una escalation nella ormai lunga guerra commerciale combattuta contro la Cina, che finora era stata punteggiata solo dalla imposizione di dazi e da ritorsioni. Il Presidente americano Donald Trump ha infatti emanato un Ordine Esecutivo con cui ha dichiarato la emergenza nazionale per la necessità di “mettere in sicurezza il sistema ICT ed i relativi sistemi di approvvigionamento”. La premessa è durissima: si constata che avversari stranieri stanno progressivamente mettendo in atto vulnerabilità nel campo dell’ICT e dei servizi che conservano e trasmettono informazioni sensibili, che facilitano l’economia digitale, e che supportano infrastrutture critiche e servizi di emergenza vitale, al fine di rendere possibili azioni maliziose di cyber-attacco, incluso lo spionaggio industriale contro gli Usa ed il popolo americano, con conseguenze potenzialmente catastrofiche, che rappresentano una straordinaria minaccia per la sicurezza nazionale, la politica estera e la economia americana.

Ne consegue il bando di sistemi e prodotti ICT realizzati in Cina: nel mirino c’è Huawey, che però integra prodotti e realizzazioni informatiche statunitensi: dai microprocessori al sistema operativo dei suoi smartphone. Dando seguito all’Ordine presidenziale, Google ha annunciato che non fornirà più gli aggiornamenti al sistema operativo Android. e negherebbe gli accessi a Google Play Store. Anche la piattaforma di posta elettronica Gmail non sarebbe accessibile dagli smartphone di Huawei.
Ne consegue la penalizzazione delle imprese americane fornitrici di Huawei, che non potrà più vendere i suoi apparati negli Usa. Essa si aggiunge ai dazi cui sono soggetti gli smartphone di marca americana, come quelli di Apple, che vengono assemblati in Cina. La misura è stata già sospesa, fino ad agosto: non è chiaro se per il timore di un embargo cinese sull’export di terre rare, ovvero per problemi alle reti rurali americane che usano sistemi Huawei. Forse abbandonano le fabbriche in Cina, per spostarsi in Vietnam, oppure in Cambogia; Huawei, per parte sua, lancerà un suo autonomo sistema operativo. Siamo in una fase di grande incertezza.

In Europa, comunque, ufficialmente tutto tace: neppure una parola da parte della Commissaria Mariya Gabriel, che ha la delega alla Digital Economy and Society ed a cui riportano i dipartimenti Communications Networks e Content and Technology Informatics. Men che meno si hanno notizie dall’ENISA, l’Agenzia Europea per la sicurezza delle reti e delle informazioni, con sede ufficiale ad Atene ed operativa ad Heraklion nell’isola di Creta. Davvero stupefacente, senza parole: eppure si tratta di un settore, quello delle telecomunicazioni, in cui la Commissione europea ha spadroneggiato per decenni, emanando direttive di ogni genere. Con diktat un tanto al chilo, ogni giorno, su ogni questione.

E dire che le telecomunicazioni erano il gioiello dell’industria europea, con il primo sistema di telefonia mobile digitale con standard pubblico GSM; per non parlare di Olivetti che nell’informatica realizzò il primo personal computer al mondo. Tutto evaporato.

A Bruxelles hanno dominato due lobby: gli ex-monopolisti di rete ed i costruttori di apparati di rete che sostenevano la necessità di aprire alla concorrenza solo per aumentare il loro fatturato. Nessuna strategia di sviluppo, nessun sistema cooperativo per mettere a fattor comune le innovazioni.
Più che di un fallimento, è la storia di una catastrofe: se negli Usa cominciarono male, con lo spezzatino di AT&T, in Europa si iniziò con il piede giusto: la direttiva Open Network Provision (ONP) obbligava gli ex-monopolisti, definiti Incumbent nel senso di “obbligati” nei confronti dei nuovi entranti (OLO), a fornire le prestazioni di rete a condizione eque, trasparenti, orientate ai costi, e non discriminatorie. Una sola rete era ritenuta sufficiente, dunque, perché è un monopolio naturale come ancora oggi si vede in Italia: ma veniva messa a disposizione di tutti per offrire i servizi in regime di concorrenza.

La telefonia mobile fu il vero driver per la crescita del mercato, visto che una chiamata dal telefonino poteva essere fatta pagare decine di volte più di una chiamata da telefono fisso per via di questo elevatissimo “premio di mobilità”; ma offrì il destro per una innovazione strategica: la competizione tra infrastrutture. Essendo i sistemi di commutazione della telefonia mobile autonomi rispetto a quelli della rete fissa, si misero in competizione tra loro tanti operatori di reti mobili, ognuna dotata della propria infrastruttura di accesso radio (le famose antenne, o “stazioni radio base”): fu uno spreco immenso di risorse, perché si moltiplicavano investimenti di rete che ingrassavano solo i costruttori di questi apparati. Furono loro a finanziare i nuovi operatori, che partivano già oberati di investimenti assolutamente sproporzionati rispetto alla clientela potenziale: più la Commissione spingeva per aumentare il numero deli operatori mobili, e più il mercato si restringeva.

La competizione “investment based” è stata una ben lucida follia: i costruttori avevano interesse a produrre gli apparati di rete, enormemente sovrabbondanti, invece che impegnarsi nello sviluppo dei terminali, i telefonini. Approfittarono della bonanza regolatoria senza capire che sarebbe finita presto: lasciarono subito ai giapponesi, ai coreani, ai canadesi e poi ai cinesi, lo sviluppo dei telefonini. Non capirono quello che Olivetti aveva insegnato nell’informatica con il personal computer: anche il mondo delle telecomunicazioni avrebbe seguito il medesimo paradigma, passando da una intelligenza e memoria concentrate negli host centrali ad un sistema distribuito all’utente.

La regolamentazione europea è stata ancor più carente: ha consentito di spolpare anche gli ex-monopolisti, ammettendo per lunghissimi anni che le tariffe di accesso alla loro rete da parte dei nuovi entranti fossero determinate sulla base di costi storici, e quindi bassi, senza imporre l’investimento nelle migliori tecnologie disponibili come la fibra ottica e la creazione di un fondo che assicurasse l’impiego dei proventi percepiti. Andava bene ai nuovi entranti, perché pagavano poco. Ed andava bene agli ex-monopolisti, perché con ammortamenti a costi storici, dunque molto bassi, potevano pompare consistenti dividendi ai soci.

Si sono messe insieme, senza neppure conoscerne la storia e le necessità, realtà europee completamente diverse. In Italia, ad esempio, Telecom aveva una posizione eccezionalmente robusta dal punto di vista finanziario e della rete disponibile, ma non certo per suo merito: lo Stato italiano, con la Cassa Depositi e Prestiti, aveva finanziato a tassi favorevolissimi gli investimenti della Sip per un piano di modernizzazione e sviluppo della rete; Telecom aveva pure ereditato gli asset formidabili della rete della ASST, poi divenuta Iritel, senza nessun costo finanziario, essendo stati spesati direttamente dal bilancio dello Stato. Si accollò, invero, un costo assai lieve: un numero elevatissimo di dipendenti che non ebbe alcun problema ad esodare. Ma in Italia non c’era una televisione via cavo, a differenza della Francia e della Germania: non arrivava in milioni di case quel cavo coassiale che sarebbe stato poi sostituito con costi irrisori di istallazione da quello in fibra ottica. L’Italia aveva una infrastruttura altamente efficiente dal punta di vista della telefonia, ma enormemente carente in prospettiva. E questa carenza ci penalizza ancora, visto che è dovuto intervenire ancora una volta lo Stato, con Infratel, a finanziare una rete di accesso in fibra ottica che si “sovrappone” a quella in rame.

Le evoluzioni europee nel settore della telefonia mobile, dopo il GSM, sono state perdenti: dovendo lanciare il 3G, con uno standard mondiale allora chiamato UMTS (Universal Mobile Telecommunication System), si barattò la apertura del mercato americano agli operatori europei con la adozione di uno standard di trasmissione radio di proprietà privata statunitense: mentre il GSM era uno standard gratuito, perché sviluppato in modo cooperativo dagli ex-monopolisti statali europei, quello dell’UMTS era ben caro. Il risultato è stato paradossale: mentre nessun operatore di telecomunicazione europeo ha mai insidiato veramente quelli americani, tutto il mondo ha pagato le royalty per lo standard americano 3G.

Nessuno degli enormi sforzi, che pure occasionalmente sono stati compiuti dagli operatori italiani, è andato a buon fine: da Tin.it al primo ecosistema mobile realizzato da Wind, fino al DVB+H lanciato da H3G. Wind in particolare aveva in sé tutte le potenzialità per integrare e supplire alla latitanza di Telecom: ENEL azionista e architettura di rete già pronta sulla base dell’infrastruttura elettrica, grande know how nella ricerca e sviluppo derivante dall’assorbimento dell’universo Olivetti/Infostrada: suo fu il primo videomessaggio transitato su una rete mobile; e poi, la naturale convergenza delle reti e dei servizi tra fisso e mobile. Tutto fu gettato via in un attimo, per placare la furia finanziaria di azionisti e politica. La concorrenza infrastructure based assorbiva somme immense, la pessima regolazione dell’accesso alla rete dell’incumbent ne ha impedito l’ammodernamento; la idiosincrasia del sistema televisivo verso il telefonino ha portato il deperimento del primo.

Dopo il diktat di Donald Trump alla Cina, inutile aspettarsi risposte dalla Commissione europea: in mano abbiamo pochissimo, molto meno dell’industria statunitense. Si tartufeggia con gli americani, e ci si barcamena con i cinesi. D’altronde, l’Europa è sempre stata remissiva di fronte allo strapotere degli operatori internet d’oltre Atlantico, a cui abbiamo graziosamente apprestato reti e ricchi mercati.
Ci si avvia al 5G: prima le reti, poi i terminali ed infine i servizi che si svilupperanno nel tempo.

Si tratta di integrare, con una tecnologia più efficiente di trasmissione in nuove bande di frequenza radio, tutto ciò che già esiste. Con nuovi servizi, soprattutto l’internet delle cose (IoT), di cui ben poco si è sperimentato. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale (AI): si raccolgono ed elaborano informazioni automaticamente, senza la necessità di input umani, per adottare decisioni prestabilite. Accadrà, come nel caso del Boeing 737 Maxi, che il pilota non potrà prendere il controllo del velivolo, perché il sistema automatico non può essere disabilitato. Ed il fatto che, a quanto sembra, la colpa sia dei sensori sulle ali che avrebbero fornito un segnale sbagliato al sistema informatico di bordo, in quanto danneggiati dall’urto con uno stormo di uccelli, lungi dall’essere un’attenuante, conferma l’assunto: l’uomo conterà sempre di meno. La risposta automatica, supposta più intelligente di quella umana, prevale.

Anche le elezioni di questi giorni, per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, non potranno cambiare granché delle regole europee: dal Fiscal Compact al Bail-in, è un sistema praticamente immodificabile, anche quando sarebbe ragionevole farlo. Robotizzata, verso un inumano futuro, l’Unione si è portata avanti.

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