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Che cosa celano le contorsioni del Pd su Draghi

di

Rutte

Il dibattito nel Pd analizzato da Gianfranco Polillo

Se il segretario di un partito si dimette dopo aver confessato di vergognarsi del comportamento della propria gente, cosa dovrebbe pensare chi non fa parte di quella comunità? Dovrebbe far finta di niente? Pensare ad un colpo di sole? Rincarare la dose, arrivando a denunciare la presenza di metastasi più o meno diffuse (Rocco Casalino) o eccessivo uso di sostanze tossiche (Mattia Sartori delle Sardine)? Purtroppo è difficile dar torto a Fabrizio Cicchitto che, dalle pagine de Il Riformista, esprime la sua meraviglia. Chi parla in quel modo non si dimette da segretario. Esce dal partito.

Non è nostra intenzione sparare sulla Croce rossa. Ma una qualche riflessione si rende indispensabile. La mossa di Nicola Zingaretti ha drammatizzato la situazione, a causa di una lettura completamente sbagliata della fase attuale. Sembrerebbe quasi che la nomina di Mario Draghi rappresenti una sconfitta. Nemmeno si trattasse di uno di quei governi “tecnici” che, per quanto a volte necessari, sono riusciti in passato a tamponare la situazione, senza per altro invertire il corso più profondo degli eventi.

Gli esempi sono numerosi. Con Carlo Azeglio Ciampi, al Tesoro, si entrò in Europa. Ma poi vi fu l’inizio di quel lungo purgatorio (copyright di Antonio Fazio, allora governatore della Banca d’Italia) che ancora domina l’orizzonte italiano. Lamberto Dini realizzò la più importante riforma del sistema pensionistico italiano. Mise in sicurezza i conti pubblici, ma non riuscì ad invertire quel continuo pencolare del Paese sul baratro finanziario. Mario Monti, a sua volta, fu chiamato al capezzale di un malato, che rischiava di implodere. Ne arrestò il decorso. Ma sbagliò la cura nel periodo della convalescenza.

Con Mario Draghi gli episodi richiamati vanno letti come esempi da non seguire. Non è detto che ci si riesca. Ma se questo dovesse avvenire sarebbe inevitabile arrendersi ad un tragico destino. Che poi sia lo spauracchio della Grecia o dell’Argentina, sarà tutto da vedere. Ma questo dipenderà da variabili che, almeno al momento, sfuggono da qualsiasi possibilità di realistica previsione. Una deriva, comunque, che è necessario scongiurare. E lo si potrà fare solo se i principali partiti politici, invece di arrendersi, contribuiranno a quel rinnovamento generale per troppo lungo disatteso.

La crisi italiana non è frutto di un destino “cinico e baro”, come sentenziò Giuseppe Saragat, in occasione della sconfitta del suo partito nel 1953. Gran parte delle responsabilità sono ancora attribuibili ai principali partiti politici italiani, rimasti impigliati nelle scorie tossiche del ‘900. Un fenomeno di cattiva coscienza che ha impedito loro di capire i cambiamenti che stavano maturando sotto i loro occhi. Si pensi solo alla Cina. Tanto immobile e lontana fino alla fine degli anni ‘70. Tanto veloce ed imprevedibile solo dieci anni dopo, sotto la leadership di Deng Xiaoping.

Sarebbe comunque una posizione di parte: attribuire alla sola sinistra ogni sorta di responsabilità. Per anni, il centrodestra ha sfruttato a suo vantaggio quella frattura che che si era prodotta, nel Paese, tra élites forbite e popolo. E che lo stesso centro destra ha contribuito ad alimentare, agitando lo spauracchio del drappo rosso, per difendere le proprie posizioni. Ma con lo stessa onesta intellettuale, non si può non riconoscere come quest’ultimo sia stato più reattivo nel riconoscere la novità del Governo Draghi. Ed unirsi, pur nella distinzione delle posizioni. Basti pensare alla conversione della Lega di Matteo Salvini. Ieri prigioniera della tesi di Alberto Bagnai e di Claudio Borghi, sull’euro e dintorni. Oggi in aperto sostegno del mondo che Draghi rappresenta.

La stampa italiana si è a lungo interrogata sul cambiamento intervenuto nelle posizioni di quel partito. È stato più volte sottolineata la repentinità di uno scarto: il passaggio troppo accelerato da posizioni euroscettiche all’abbraccio con l’uomo del “whatever it takes”, che ha salvato l’euro. Conversione sulla Via di Damasco, quasi a sottolineare una forma di opportunismo. Modifica interna della leadership. Tutto possibile, ma c’è una teoria che ha una diversa consistenza. Ed è intimamente legata ad un presupposto culturale: quel pragmatismo, quella capacità della Lega, in quanto espressione diretta del proprio mondo, di privilegiare soprattutto gli interessi del territorio e del blocco sociale, colà rappresentato.

Se questa ipotesi si dimostrasse fondata, ma basta leggere il commento preoccupato di Mario Tronti su Il Riformista, due i possibili corollari. Da un lato la consapevolezza dei rischi fatali che l’Italia sta correndo, sufficiente per imporre una profonda revisione. Quel suo spiazzamento competitivo che deriva da un tasso di crescita sempre confinato nelle ultimissime posizioni. Dato non solo economico, ma fin da ora destinato a tradursi in un depotenziamento politico. Lo scarso peso avuto in Europa. Dall’altro la necessità di uno scatto di reni. Ora o mai più. La percezione che questa può essere l’ultima occasione per sotterrare definitivamente i veleni del ‘900. E guardare avanti.

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