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Che cosa c’è di nuovo fra Usa e Qatar

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Qatar

Conversazione di Start Magazine con l’esperta di Gulf State Analytics, Cinzia Bianco, dopo l’incontro fra Donald Trump e l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani

Ieri alla corte di Donald Trump si è presentato l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani, e in America si è subito scatenato un vivace dibattito sul significato e la rilevanza di questa visita.

Partner militare di primaria importanza in un quadrante cruciale quale la regione del Golfo, il Qatar è però per gli Usa anche un grattacapo non da poco a causa di un tutt’altro che celato feeling nei confronti dell’islam politico e di rapporti quanto meno opachi con quella bestia nera che è l’Iran: due pecche che mal si conciliano, per usare un eufemismo, con l’agenda e le inclinazioni più profonde del tycoon e della sua amministrazione.

Fortunatamente per l’emiro, il Qatar è però uno di quei Paesi capaci, a colpi di investimenti miliardari, di rapire il cuore di The Donald, come ha fatto puntualmente anche in questa occasione staccando numerosi assegni.

Il Qatar ha siglato tra l’altro un accordo per comprare una “grande quantità” di aerei di Boeing, ha detto – come potete ascoltare nel video partito dall’account Twitter della Casa Bianca – il presidente americano mentre l’emiro era seduto alla sua destra .

È dunque sullo sfondo di questa vistosa contraddizione che si è consumato l’incontro di ieri. Per approfondirne portata ed effetti, Start Magazine ha sentito l’esperta di Gulf State Analytics Cinzia Bianco, che la regione del Golfo Persico la conosce a menadito.

Dunque, Bianco, nel tweet partito ieri dall’account dell’emiro si sottolineava che Qatar e Usa sono “partners, allies, and friends”. Lo sono davvero?

Lasciamo da parte il concetto di amicizia, che non appartiene al linguaggio burocratico-istituzionale.  Nei documenti ufficiali, gli Stati Uniti definiscono il Qatar un partner. Che è molto diverso da alleato. Ovviamente, è interesse dell’emiro del Qatar abbellire questa definizione con le parole alleato e amico. Lo fa perché gli Stati Uniti sono stati un fattore fondamentale nella crisi che è stata aperta nel 2017 contro il Qatar da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto. Secondo la narrativa spinta da Riad e Abu Dhabi, gli Usa erano nel loro campo. Secondo loro, Washington supportava al 100% le loro policy, le loro direzioni e i loro obiettivi, inclusi quelli contro il Qatar. Staccare gli Usa dal Qatar era dunque uno dei loro obiettivi fondamentali. Adesso, a due anni dall’inizio della crisi, con questa visita il Qatar cerca di contrastare questa narrazione, nel tentativo di dimostrare che gli Usa continuano ad essere legati a loro.

In effetti, Trump e l’emiro hanno parlato, oltre che dei temi della sicurezza, dei legami economici che tanto piacciono al tycoon, che non a caso poche ore prima, incontrando al-Thani, gli aveva detto di “apprezzare molto gli investimenti che realizzate negli Stati Uniti”. Come possiamo decifrare una relazione, quella tra Usa e Qatar, in cui ci sono non pochi punti di contatto ma anche elementi di frizione che sono venuti tutti a galla nella crisi del 2017?

La relazione tra gli Usa e le monarchie del Golfo a partire dal secondo dopoguerra si fondava su uno scambio: petrolio in cambio di sicurezza. Quando gli Usa avevano ancora bisogno del petrolio del Golfo e del Medio Oriente, lo ricevevano dalle monarchie in cambio di garanzie sulla sicurezza sia interna che esterna. Dunque, la loro sicurezza rispetto alle minacce regionali, come l’Iran degli ayatollah o l’Iraq di Saddam Hussein. E quella rispetto alle minacce interne, come i gruppi di opposizione o i gruppi violenti come quelli jihadisti che hanno tentato più volte di attaccare le monarchie.

Non dimentichiamo che Osama bin Laden, ancor prima che nemico degli Usa, lo era della casa dei Saud.

Assolutamente. Ricordo che al Qa’ida ha fatto una campagna abbastanza sostenuta in Arabia Saudita tra il 2003 e il 2007, e rappresentava sicuramente una minaccia seria. Più seria di quella più recente dell’Isis, che ha fatto una campagna contro l’Arabia Saudita che è durata solo tre anni, dal 2014 al 2016, e che non ha avuto lo stesso impatto di quella qaedista. Ad ogni modo, il patto tra Usa e monarchie del Golfo – petrolio in cambio di sicurezza – è cambiato da quando gli Usa hanno deciso che non avevano più bisogno del loro petrolio, e soprattutto perché hanno iniziato ad abdicare dal loro ruolo di potenza unipolare che sorveglia la libera circolazione dell’energia in quanto pilastro fondamentale dell’economia mondiale. Questo ruolo in cui l’America si preoccupava di mantenere la sicurezza per preservare la stabilità globale sta venendo chiaramente meno in un processo che comincia sotto Obama e che con Trump ha avuto un’accelerazione impressionante. Adesso, quindi, i termini dell’equazione sono cambiati: in cambio della solita sicurezza, non c’è più il petrolio ma gli investimenti. Che possono essere nell’industria della Difesa, o diretti negli Usa. È quello che sta succedendo anche con il Qatar, il cui emiro in questo viaggio non si è fatto sfuggire l’opportunità di ricordare che il suo Paese è assolutamente disponibile a conquistare l’attenzione del presidente americano con questo strumento finanziario, cosa che ha già funzionato bene con i sauditi e gli emiratini.

Ma le armi che Trump vende al Qatar e agli altri Paesi del Golfo non sono le stesse che alimentano il caos libico?

Il discorso è abbastanza complesso, e per tentare di districarci bisogna fare una distinzione fondamentale tra la Fratellanza Musulmana e i gruppi armati jihadisti. È una distinzione che viene fatta dai qatarini, dai turchi e dagli altri sostenitori della Fratellanza ma che viene negata da sauditi, emiratini e da buona parte dell’amministrazione Trump. La Fratellanza è infatti definita un’organizzazione terroristica sia negli Emirati che in Arabia Saudita, dove si usa pensare che la Fratellanza è la droga di ingresso per il jihadismo, che è lo stesso concetto applicato alle droghe leggere quando sono intese come porta d’accesso al consumo delle droghe pesanti. Questa è la grande differenza ideologica, che divide chi mette tutti nello stesso calderone e chi invece riconosce che la Fratellanza musulmana non si è mai macchiata di episodi violenti e soprattutto mai ha abbracciato le armi in una guerra civile. Nel caso della Libia, sappiamo che ci sono dei gruppi ideologicamente vicini alla Fratellanza che sono poi diventati delle vere e proprie milizie armate. Ma è almeno dal 2017 che il Qatar ha tagliato i rapporti diretti con queste milizie libiche, compresa l’assistenza militare. Rimangono dei rapporti di tipo politico, che sono però cosa ben diversa dai rapporti di proxy, che invece ci sono dall’altra parte, perché il generale Khalifa Haftar è assolutamente una proxy degli Emirati.

A proposito di proxy, che ci dice degli Houthi dello Yemen che, secondo l’accusa dell’Arabia Saudita (e degli Usa), sarebbero dei proxy dell’Iran, da cui la necessità di contrastarli con una guerra che è diventata secondo l’Onu la peggior catastrofe umanitaria del mondo?

 Gli Houthi non prendono ordini diretti dai Guardiani della Rivoluzione. Non sono come gli Hezbollah libanesi, che hanno un rapporto diretto e subordinato con l’Iran. Gli Houthi hanno senz’altro un’autonomia maggiore. Detto questo, sicuramente se Teheran non avesse sostenuto gli Houthi anche da un punto di vista logistico, militare e finanziario, staremmo guardando un’altra guerra in Yemen. Il fatto che esistano dei rapporti ed esista un sostegno è dunque innegabile. Ma il fatto che glI Houthi siano una  proxy diretta non lo è. Se ad esempio l’Iran ordinasse loro di interrompere i combattimenti, non penso affatto che gli Houthi obbedirebbero. Per cui dire che l’Iran avrebbe l’autorità di fermare il conflitto e di costringere gli Houthi ad una resa non è accurato.

Le agenzie di stampa riferivano ieri che gli Emirati stanno cominciando a ritirare le truppe dallo Yemen. Il peso insostenibile di una guerra devastante e impopolare sta alla fine prevalendo sui calcoli strategici?

Qui dobbiamo fare una distinzione tra Arabia Saudita ed Emirati. Questi ultimi hanno deciso di ritirare la maggior parte delle proprie truppe dal Sud dello Yemen, che è la zona esclusiva dove hanno condotto le loro operazioni militari in questi quattro anni. Prima di quest’ultimo annuncio, gli Emirati avevano annunciato un ritiro già tre volte, ma non sono mai stati in grado di portare a compimento questo loro evidente desiderio di portare a termine l’avventura yemenita su pressioni dell’Arabia Saudita. La quale ritiene che il supporto degli Emirati sia fondamentale tanto dal punto di vista militare quanto da quello politico, perché non vuole essere considerata l’unico attore responsabile della catastrofe in Yemen. Gli Emirati, ripeto, è da tempo che vogliono smarcarsi, e la vera novità adesso è che, essendo salite le tensioni con l’Iran, gli Emirati pensano di aver bisogno del loro personale, che è scarso considerato che parliamo di un piccolo Stato, per proteggere preventivamente alcune loro infrastrutture critiche, come i porti. Il loro è dunque un ridispiegamento in funzione preventiva rispetto ad eventuali azioni iraniane.

A proposito, gli “incidenti” nello Stretto di Hormuz, che hanno coinvolto ben sei petroliere e innalzato la preoccupazione per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici da una zona strategica del mondo, non dimostrano che la campagna di massima pressione degli Usa contro l’Iran, che gode della benedizione delle monarchie del Golfo, sta destabilizzando questa regione?

Assolutamente. NeglI Emirati c’è enorme nervosismo per il fatto che non ci sono più la libertà di navigazione e la sicurezza marittima che c’erano prima che la crisi Usa-Iran arrivasse a questi livelli. Parte della leadership emiratina considera questi sviluppi molto pericolosi, perché gli Emirati stanno cercando di diventare un hub logistico regionale e vorrebbero anche ritagliarsi un ruolo all’interno della strategia cinese della via della seta marittima. Per cui gli iraniani hanno colpito proprio dove sapevano di toccare interessi strategici per gli Emirati. Oggi tutte le grandi compagnie di assicurazione dei trasporti marittimi hanno alzato il livello di guardia nella regione del Golfo Persico e nelle coste emiratine: questo significa che transitare o addirittura fermarsi nei porti emiratini diventa più costoso.

Più di 70 anni fa Usa e Urss collaborarono contro il nemico comune. In un contesto in cui, secondo la vulgata, l’Iran minaccia tutti, non si potrebbe profilare – e i segnali in questo senso non mancano – un’alleanza tra Paesi del Golfo ed Israele?

È una cosa che sta già avvenendo, anche se bisogna fare delle distinzioni tra le sei monarchie. Da una parte bisogna mettere gli Emirati, che sono abbastanza propensi, l’Arabia Saudita, dove questa ipotesi presenta comunque tanti punti interrogativi, e il Bahrein che, pur facendo categoria a sé perché è un micro-Stato, può essere annoverato tra i favorevoli. C’è minore entusiasmo in Qatar e nell’Oman, che però hanno un atteggiamento pragmatico e vogliono dimostrare all’opinione pubblica internazionale, e soprattutto americana, di non essere antisemiti. Chiude il quadro il Qatar, che per una questione di public relations avrebbe non poche difficoltà a farsi immortalare con esponenti del governo israeliano.   

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