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Che cosa cambierà in Irak per i militari italiani. L’analisi del generale Arpino

di

Stato della situazione e scenari per il contingente italiano in Irak nell’analisi del generale Mario Arpino, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa

(estratti dall’intervista di Cybernaua al generale Arpino)

(CHE COSA HA DETTO E NON HA DETTO CONTE SUI MILITARI ITALIANI IN IRAK)

“Bene hanno fatto il ministro Guerini e il Capo di Smd ad innalzare lo stato di allerta. Ciò vale non solo per l’Irak, ma ovunque le missioni all’estero siano in atto. I nostri contingenti maggiori sono schierati in Irak, in Libano ed in Afghanistan. I circa mille militari dell’operazione Prima Parthica/Inherent Resolve (chi si ricorda di Settimio Severo?) sono dislocati in parte in Kuwait (il contingente AM, con aerorifornitore, Eurofighters e ricognitori pilotati a distanza) e per la maggior parte in Iraq. Il personale dislocato a Erbil, nel Kurdistan iracheno ha il compito di monitorare l’addestramento delle forze di sicurezza curde, i famosi Peshmerga, ed irachene. A Kirkuk (dove recentemente abbiamo subito un attentato di matrice Isis), sono invece impiegati i militari del contingente interforze di forze speciali, per addestrare i militari iracheni del Servizio Antiterrorismo (Cts) e le forze speciali curde e irachene. A Baghdad c’è un’aliquota minore di militari italiani (Police task force Iraq), per monitorare l’addestramento della polizia irachena destinata ad operare nelle aree prima occupate dall’Isis”.

(CHE COSA HA DETTO E NON HA DETTO CONTE SUI MILITARI ITALIANI IN IRAK)

“Si potrebbe pensare che i nostri militari in Irak non dovrebbero essere oggetto di vendette iraniane. Non c’è alcuna ragione, se non l’appartenenza alla Nato. Tutti, in definitiva, collaborano con i militari e la polizia irachena in funzione anti-Isis, di cui anche gli iraniani sono acerrimi nemici. Come gli iraniani, le forze che stiamo assistendo sono per lo più di religione sciita, come quasi tutta la componente militare irachena dopo il rifiuto da parte dell’ex- premier sciita al-Maliki di reintegrare nell’esercito un certo numero di militari esperti sunniti, che avevano operato con Saddam Hussein. Quelli che, risentiti, avevano dato origine alla struttura militare dell’Isis. In una graduatoria del rischio da vendetta iraniana, i nostri militari in Libano e quelli in Afghanistan potrebbero essere maggiormente esposti di quelli in Iraq. Bene la decisione ministeriale di non apportare riduzioni, assai pericolose sopra”.

(CHE COSA HA DETTO E NON HA DETTO CONTE SUI MILITARI ITALIANI IN IRAK)

“Data per accettabile, se non scontata, la considerazione che i nostri militari in Irak, e forse meno quelli di altri contingenti all’estero, potrebbero essere esentati dalla vendetta iraniana, per l’Italia restano possibili implicazioni di altro ordine. Se non militare, come auspicato, permangono quelle di natura politica ed economica. Noi siamo schierati perché alleati dell’America e nella Nato, ma cerchiamo di non renderlo troppo evidente. Attenuando quella che alcune forze politiche avvertono come una colpa con l’astenerci dal giudizio nei principali eventi internazionali. Come, nella fattispecie, proprio in questa occasione. Sotto il profilo politico, Pompeo ha già fatto sapere che mentre gli Stati Uniti hanno subito incassato il consenso degli Stati delle regione, “…gli Europei non sono stati così d’aiuto come avrei desiderato che fossero. (…..) Devono capire che quello che abbiamo fatto, quello che gli americani hanno fatto, ha salvato vite anche in Europa””.

(CHE COSA HA DETTO E NON HA DETTO CONTE SUI MILITARI ITALIANI IN IRAK)

“L’Italia non è stata esplicitamente citata, ma una stretta sull’Europa in termini di dazi, sanzioni all’Iran (una loro compagnia aerea ancora sta facendo scalo da noi), collaborazione in taluni programmi industriali, supporto in Libia e Libano e un irrigidimento americano sui nostri rapporti con Russia e Cina potrebbero avere ripercussioni negative già nel breve-medio termine anche in Italia. Non culliamoci sul fatto che forse Donald Trump se ne andrà, l’America profonda lo vuole e in questo anche l’eliminazione di Soleimani lo aiuterà. “The Donald” è un elefante, come il simbolo del suo partito. Ci conviene darci una regolata, perché l’elefante, di cui potremmo in emergenza avere ancora una volta bisogno, è dotato di una memoria incredibile”.

(estratti dall’intervista di Cybernaua al generale Arpino; qui la versione integrale)

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