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Che cosa cambia dopo il voto del Parlamento irakeno. Il commento di Arpino

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Parlamento irakeno

Il commento del generale Mario Arpino, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa sul voto del Parlamento irakeno

Scorrendo velocemente la stampa nazionale, quella estera e il comportamento in prima battuta delle organizzazioni internazionali, non sembra che la “decisione” – meglio sarebbe parlare di invito o raccomandazione – del semi-parlamento di Baghdad abbia agitato più di tanto i sonni dei principali responsabili dei Paesi che nel 2014 avevano aderito all’operazione Inherent Resolve, tesa ad aiutare l’Iraq conto l’insorgenza dell’Isis. La coalizione internazionale, guidata (maldestramente) dagli Stati Uniti, vede infatti la partecipazione o l’adesione di ben 79 paesi e 5 organizzazioni internazionali.

Questione complessa, quindi, non liquidabile con un voto ambiguo da parte di un parlamento dimezzato, travagliato e discusso fin dalla nascita, che dovrebbe essere recepito da un governo evanescente, più volte dimissionario e tuttora nell’alea della provvisorietà. Si tratte di un organo legislativo eletto nel 2017, sotto la pressione e la vigilanza occulta dell’Iran, esercitata proprio dall’ormai defunto e sepolto capo delle formazioni al Quds di Teheran e stratega, per conto della guida suprema Khamenei, della dottrina della “mezzaluna sciita”. Votazioni fortemente contestate, con accuse di brogli che avevano portato ad un impossibile riconteggio delle schede, andate in gran parte distrutte in corso d’opera da un incendio doloso tuttora sotto indagine.

Così, solo a metà 2018 ne è risultato un parlamento a maggioranza sciita (e questo è naturale, visto che oltre il 60 per cento della popolazione appartiene a questa variante dell’Islam), dove la componente confessionale (di fatto non maggioritaria tra gli stessi sciiti nella realtà della società irachena) ha avuto la prevalenza. Va detto, tuttavia, che anche in questa componente confessionale una buona parte della popolazione, e segnatamente la gran massa dei giovani, è patriottica e mal sopporta l’ingerente pressione iraniana. Persino i principali ayatollah iracheni, che pure si sono “laureati” alla scuola coranica iraniana di Qom, non sempre si trovano allineati con Teheran. Nella seduta straordinaria per quest’ultima votazione il parlamento di Baghdad ha raggiunto il quorum per deliberare la “raccomandazione” al governo con soli tre voti di vantaggio. Dei 329 deputati previsti, solo 170 erano presenti.

Questo voto, e le conseguenti esortazioni del governo iracheno alla coalizione, hanno soprattutto il sapore di un contentino temporaneo, vista l’emotività del momento, agli ingombranti seguaci di Khamenei (che non rappresentano certo tutto il popolo iraniano). In effetti la maggioranza degli iracheni è ben consapevole che la Grande Guida, con un paese che già deve fare i conti con la propria crisi economica, non sta certo facendo gli interessi dell’Iraq, ma quelli di una ideologia confessionale egemonica. L’Iraq ha bisogno di ben altro, e basta spendere qualche minuto a scorrere le analisi del nostro ministero degli Esteri per rendersene conto.

I pilastri della coalizione, partners non solo militari, ma sopra tutto nel sostegno economico-industriale, dopo poche battute di riflessione e di attesa, sapranno comportarsi di conseguenza. L’alternativa è lasciare un vuoto che altri sono già pronti ad occupare.

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