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Cento anni dopo “Rifare l’Italia!”

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L’intervento di Walter Galbusera

Dietro a questo celebre discorso di Turati c’è un’idea di Anna Kuliscioff che il 18 maggio 1920 scrive, con la consueta lucidità, a Filippo: “Serve un discorso all’apertura della Camera in cui tu esponi nelle linee generali la messa in valore delle ricchezze italiane, di cui ti parlò Omodeo e che ti piacque tantissimo. Sarebbe un discorso eminentemente socialista e nello stesso tempo un programma di ricostruzione e di rinnovamento di tutto il paese…. Non importa se il gruppo socialista ti dia o non ti dia la facoltà di parlare a nome suo. Parlerai per conto tuo e dovrà essere il programma fondamento di un governo democratico-socialista….che potrebbe diventare piattaforma alle prossime e non certo lontane elezioni politiche. E su tal terreno vorrei si determinasse una scissione nel Partito e la polarizzazione dei migliori elementi della borghesia verso un partito democratico socialista di governo”.

Quando Filippo Turati interviene alla Camera, il 26 giugno 1920 (il testo integrale del discorso sul sito www.fondazioneannakuliscioff.it) la terribile pandemia “spagnola”, che ha provocato in Italia mezzo milione di morti, è ormai passata, ma le conseguenze della guerra, in un paese già di per sé arretrato, privo di materie prime e con vaste aree popolose visibilmente sottosviluppate, rimangono drammatiche. La parola d’ordine “Rifare l’Italia!” diviene una sfida per la rinascita del paese.

L’Italia ha risorse potenziali che potrebbero farne un paese moderno al pari degli Stati con cui è stata alleata in un conflitto che, pur vedendoci tra i vincitori, ha lasciato in eredità disoccupazione, arretratezza sociale e instabilità politica. Turati sottolinea il legame tra lo sviluppo economico e le nuove tecnologie del tempo, che si erano affermate altrove, dando una spinta possente alla crescita industriale e al benessere generale. Sollecita cambiamenti radicali, a partire dalla eliminazione del latifondo parassitario, che vive solo di sfruttamento ed è incompatibile con progetti di modernizzazione. Per questo i latifondisti potranno essere indennizzati ma “non possono, per loro natura essere i protagonisti del cambiamento”.

L’industrializzazione dell’agricoltura è una delle opportunità di crescita, e non solo nel mezzogiorno d’Italia. Ma la coltivazione intensiva dei terreni, che non è favorita dalla diffusione della piccola proprietà, ha bisogno della disponibilità di acqua, di mezzi moderni e di forza lavoro capace e giustamente retribuita. Gli interlocutori della rinascita dovranno essere i lavoratori organizzati in cooperative a cui lo Stato potrebbe dare in affitto o in convenzione i terreni espropriati.

Quello che Turati definisce un progetto “non di un governo ma della nazione”, richiede grandi interventi sul territorio per il rimboschimento e la costruzione di grandi sistemi idrici e idroelettrici per realizzare le bonifiche, l’allargamento degli spazi coltivabili, la modernizzazione industriale, le strade e il miglioramento della vita civile. Così come è necessaria una rete moderna di trasporto, sfruttando la trazione elettrica e la navigazione interna, senza dimenticare il nuovo welfare: ospedali, scuole, sapere tecnico e ricerca scientifica. Non manca un richiamo all’ esempio di Cavour: “quello che nel 1847 era il vapore nel 1920 è l’elettricità” anche se “oggi l’Italia deve liberarsi dalla schiavitù del carbone”.

Il socialismo, afferma Turati in aperta polemica con l’ala massimalista del suo partito, “è nella macchina a vapore più che negli ordini del giorno”. Partendo dalla premessa che l’economia è più forte di tutte le formule, non chiede protezionismo ma libero scambio, abolizione delle dogane e unità monetaria, osserva che il calmiere e l’indennità di caro viveri (una specie di scala mobile ante litteram) in realtà aumentano i prezzi.

La stessa politica dei lavori pubblici di Stato, Comuni, e Province, per combattere la disoccupazione si traduce in uno sperpero a causa di clientele, localismo, impreparazione tecnica, disordine amministrativo, burocratismo. Il coordinamento è assente, “manca il cervello! Per questo dobbiamo sostituire i lavori passivi con quelli attivi”. Il compito dello Stato, di cui si auspica un decentramento regionale, è quello di “suscitare e coordinare” mentre “oggi, di regola, lo Stato assorbe assai più di quanto non renda”, al punto che Turati lo giudica “il più pescecane di tutti i pescecani”. Non manca la denuncia di burocrati corrotti, arroganti e impuniti, e di vicende paradossali “in cui gli estorsori denunciano le vittime”.

Non bisogna stampare moneta ma far crescere l’economia. E se servono risorse si ricorra, oltre che ad un “Prestito speciale per la valorizzazione del paese”, alla tassazione dei beni voluttuari (come tabacchi, vini e alcolici, lo stesso lotto), delle rendite parassitarie e delle successioni, distinguendo quest’ultime per entità e natura senza escluderne la confisca totale. Turati non risparmia nessuno e osserva che “il proletariato con quel che sciupa in fiaschi potrebbe pagare il pane al suo prezzo reale” e che si può ben parlare di una “la lotta del libro contro il litro”.

Se si vuole che i provvedimenti siano efficaci “occorre agire con rapidità, la questione tempo è decisiva”. Non si può negare che anche in queste riflessioni vi sia una sorprendente attualità. E bisogna distinguere: “Non tutti quelli che chiedono aiuto vanno aiutati e bisogna aiutare anche quelli che ottengono aiuti”. Ma “questa borghesia non è in grado di realizzare un tale progetto e nello stesso tempo il proletariato non è da solo in grado di sostituirla”.

Per questo senza un patto tra le forze più moderne della borghesia produttiva e il proletariato non sarà possibile un futuro migliore. Il leader dei socialisti riformisti, pur consapevole della dolorosa necessità dell’emigrazione, giunge a formulare ipotesi per il tempo provocatorie: “esportiamo intelligenza e non limitiamoci a mandare all’estero un esercito di straccioni!”.

Per Turati è necessario rivalutare il lavoro con un nuovo “Statuto dei lavoratori”, anticipando una proposta normativa che avrebbe preso corpo cinquant’anni dopo con la “Legge 300”, seppur con caratteristiche diverse.
L’idea è quella di rendere partecipi i lavoratori alla gestione delle attività produttive, dando vita ad un vero “condominio sociale” con quella borghesia moderna essenziale per rendere possibile un progetto di sviluppo. In questo disegno riformatore gli stessi servizi pubblici sono oggetto di una riflessione fortemente innovativa.

Turati, che non ha mai condiviso il frequente ricorso allo sciopero in questi settori essenziali alla vita del paese, propone di studiare nuove e originali “forme di cointeressenza fino a affidare i servizi pubblici a cooperative di impiegati quasi in appalto, sotto la vigilanza dello Stato e della rappresentanza degli utenti”. Ma l’obiettivo principale di potenziare le capacità produttive si potrà realizzare solo se ogni aspetto economico, politico, sociale sarà integrato nel processo di trasformazione dello Stato liberale in senso democratico e socialista.

Per questo è essenziale sia l’apporto della borghesia moderna e produttiva che il consenso dei lavoratori, ai quali toccheranno un ruolo e le responsabilità conseguenti. Il capo dei riformisti socialisti si spinge sul terreno del “collaborazionismo democratico” con il “nemico di classe” e prende nettamente le distanze dalla maggioranza del suo partito che è ancora ferma ad una concezione deterministica del processo storico, in una attesa quasi messianica di una rivoluzione che avrebbe dovuto fatalmente arrivare.

Quel che di “Rifare l’Italia!” rimane vivo ancora oggi, a cento anni di distanza, è la grande lungimiranza e la visione d’insieme politico-progettuale, la concretezza e l’articolazione dettagliata delle proposte, la consapevolezza della necessità che per realizzare un progetto riformatore occorre un governo forte e autorevole, in quanto rappresentativo dei ceti produttivi.

Non a caso Filippo Turati, consapevole del rischio che correva la fragile democrazia italiana, si chiede, e chiede alla Camera, cosa faremo quando la gente scenderà in piazza? Nel settembre 1920 vi fu l’occupazione delle fabbriche, poi nel 1921 dilagarono le squadre fasciste e il paese si avviò inesorabilmente verso la dittatura.

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