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Scurati Rai

Furbizie e tartufismi sul casotto Scurati-Rai

Che cosa si dice e che cosa non si dice sul caso Scurati-Rai. Il corsivo di Damato per il quotidiano Libero.

 

Cerco di non cadere nella doppia trappola dell’oscuramento del quale Antonio Scurati si è sentito vittima, sostenuto naturalmente dai suoi tifosi letterari e politici, e del conseguente anti-oscuramento inscenato per riproporre una Rai in camicia nera. E per sottrarsi ad una ragionata contestazione che invece Scurati merita come romanziere, storico, saggista, opinionista e quant’altro sul modo di celebrare a cento anni di distanza, e a ridosso della festa di liberazione del 25 aprile, la tragedia di Giacomo Matteotti: l’uomo al quale Elly Schlein ha preferito Enrico Berlinguer, nel quarantesimo anniversario della morte, per intestargli praticamente il Pd. E stampare la fotografia dei suoi occhi sulle tessere d’iscrizione del 2024.

Giacomo Matteotti, caro Scurati, fu ucciso materialmente dai fascisti, con la spavalda rivendicazione di Benito Mussolini in Parlamento, ma era già stato ferito metaforicamente a morte dai massimalisti con la sostanziale cacciata dal partito socialista affascinato dalla rivoluzione comunista. Egli era finito, con quella storia, in quella che non io ma Antonio Gramsci aveva definito “il semifascismo di Amendola, Sturzo, Turati”, da abbattere al pari del “fascismo di Mussolini e Farinacci”.

Sono parole, caro il mio o vostro Scurati, per chi le dovesse leggere senza condividerle, che ho preso in prestito da una recente recensione di Walter Veltroni, sul Corriere della Sera, del bel libro di Antonio Funiciello su Matteotti – Tempesta – pubblicato da Rizzoli.

“Per divisioni, riflessi ideologici, incapacità di analizzare e sceverare, di fare politica. Funiciello ricorda -si legge nella recensione di Veltroni, per fortuna restituito dalla politica al giornalismo, al romanzo, al cinema e a quant’altro- un discorso di Gramsci, che sarà anche lui vittima del fascismo, in cui tutto viene messo sullo stesso piano, indicando come obiettivo quello -appunto- di “abbattere non solo il fascismo di Mussolini e Farinacci, ma anche il semifascismo di Amendola, Sturzo, Turati”. E Giacomo Matteotti.

Di Veltroni e della sua recensione abuso, diciamo così, anche per ricordare di nuovo con lui che “Matteotti fu il primo segretario del Partito socialista unitario nato per l’espulsione dal Psi dei riformisti, accusati proprio di avere tentato un governo per impedire l’avvento di Mussolini. In quel partito -continua la recensione di Veltroni- si ritroveranno Pertini, Rosselli, Treves e Ferruccio Parri. Sarà il primo ad essere sciolto dal fascismo. Nel 1924, alle elezioni vinte plebiscitariamente dalla lista di Mussolini, il Psu riuscirà ad essere, anche se con il 5 per cento, il partito di sinistra più votato”.

Scusami, Walter, ma ti prendo in prestito anche questo passaggio successivo: “Ripensare Matteotti, come fa Funiciello, ci aiuta a capire, per ieri e per oggi, le tante occasioni perdute per dar vita a una sinistra riformista unitaria, capace di coniugare libertà e giustizia sociale”. “Per ieri e oggi”, ripeto con Veltroni. Appartiene -ahimè- al passato meno lontano o più recente, come preferite, il trattamento riservato fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso dal Pci e sigle successive al socialismo riformista di Bettino Craxi. Del quale si preferì liberarsi cercando di mandarlo in galera, e facendolo morire in Tunisia da esule –-o “latitante”, secondo gli avversari e i magistrati- piuttosto che costruire con lui una sinistra unitaria e riformista dopo la caduta del comunismo.

Tutto questo può sembrare estraneo, o posticcio, al centenario della morte di Matteotti. Che c’azzecca, chiederebbe forse Antonio Di Pietro, pur distratto in questi giorni dai paragoni tentati da Giuseppe Conte fra la cosiddetta Tangentopoli del 1992 e la Baropoli, o Pugliopoli, di questo 2024 pur di ricavare vantaggi dalle difficoltà del Pd nella corsa al sorpasso in quello che lo stesso Conte chiama “campo giusto”, a prescindere dalla sua ampiezza. Invece c’entra, eccome.

La politica continua ad essere ostaggio, con le sue appendici letterarie o intellettualistiche, dell’ignoranza, della cattiva memoria e delle strumentalizzazioni. Come quella della Meloni pronipote di Mussolini e di tutto il resto, compreso quel certo mestierume che crede di difenderla o addirittura proteggerla nella Rai del cavallo purtroppo morente, pur nella sua possanza artistica.

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