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Ecco sfide e chance di Calenda

Putin

Cosa si dice a destra e a sinistra su Carlo Calenda. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Il day after lo scisma di Carlo Calenda, i commenti non sono stati benevoli. La vecchia sinistra, il cui peso culturale non può essere messo in dubbio, ha sguinzagliato opinionisti e commentatori, nel tentativo di dimostrare l’inaffidabilità del personaggio. Troppo narciso ed imprevedibile per poter far parte del nuovo Comitato di liberazione nazionale contro la Destra. Che, alla fine, sarà sempre in grado di ringraziare. Ed ecco allora pagine e pagine che affrontano, in chiave psicoanalitica, la figura del leader di Azione. Ne ripercorrono l’infanzia nei salotti dorati della Roma bene. I primi passi in carriera, nei grandi santuari del capitalismo italiano. Fino allo sghiribizzo della politica.

Facile la lettura. Un alieno. Uno di quegli uomini fortunati per nascita e per censo, che non ha dovuto patire le pene dell’inferno. Convinto di poter ottenere ogni cosa. E quindi tutt’altro che disponibile al necessario compromesso. In definitiva un estremista di centro. Umorale nei suoi cambiamenti improvvisi. Pronto a tornare indietro anche a costo di non rispettare un impegno appena sottoscritto. Manca solo quella celebre frase che segnò la campagna elettorale contro Richard Nixon: “comprereste una macchina usata da quest’uomo?”. E poi il florilegio sarebbe completo.

La sinistra – sinistra (c’è sempre qualcuno più puro degli altri) preferisce invece il bersaglio grosso. La colpa di questo grande casino è solo di Enrico Letta, tuonano all’unisono, Marco Travaglio e Gad Lerner. Dovrebbe solo dimettersi. Non aveva infatti capito che per battere la destra occorreva l’union sacrée di tutti gli uomini di buona volontà. Con alla testa, naturalmente, Giuseppe Conte e le poche truppe che gli erano rimaste fedeli.

Il che aveva un suo perché, essendo i grillini almeno più numerosi (ci vuole poco) degli adepti di Frantoianni e Bonelli. Se la politica, appunto, fosse pura sommatoria delle posizioni più varie. Come prescrive del resto questa legge elettorale che è la più pazza del mondo. Sennonché Letta non è Bruno Tabacci, le cui spericolate manovre di galleggiamento hanno dell’inverosimile. Al vecchio professore di Sciences Po si poteva chiedere tutto, ma non di coniugare, nello stesso tempo, l’omaggio a Mario Draghi e la mano tesa verso coloro che ne avevano, seppure con tanta ingenuità, decretato la fine.

Sul fronte opposto, quella della destra, i commenti non sono da meno. Ma anche questo era prevedibile. Non si dimentichi le scelte compiute da Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Renato Brunetta. Quei ministri che, di fronte alla manovre di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi contro il Governo Draghi, hanno abbandonato Forza Italia, suscitando le “ira funeste”, a volte particolarmente volgari, del cerchio magico di Villa Certosa. Lo stesso Alessandro Sallusti, persona mite e di buon senso (il che la dice lunga sul disappunto) è costretto ad usare toni che non gli sono propri. Calenda è un mentitore seriale, non trova pace nemmeno con se stesso. Che fiducia possono avere gli elettori. E via dicendo.

Fin troppo facile scorgere in tutto ciò vecchi desiderata. Era meglio se Calenda stava con Letta. Quella grande ammucchiata a sinistra: da Di Maio a Fratoianni e forse lo stesso Conte, avrebbe consolidato il fronte opposto. Dimostrato al mondo il tradimento dei transfughi di Forza Italia. Facendo emergere tutto il passatismo di una sinistra che non riesce ad uscire dai suoi schemi vecchi. Rompendo invece quella simmetria, destra contro sinistra, Calenda si è trasformato in un terzo incomodo la cui presenza, al di là dei sondaggi che, almeno in questa fase, dicono poco, movimenta il quadro.

Non è nostro compito fare previsioni. La nascita di questo nuovo polo, meglio se insieme a Matteo Renzi, rischia, tuttavia, di diventare la novità vera di queste elezioni. I due schieramenti alternativi, destra e sinistra, sono il déjà-vu, se non proprio il vecchio. I principali dirigenti dei due schieramenti (forse un po’ meno Giorgia Meloni) espongono sul petto non le medaglie del successo, ma le cicatrici di vecchi fallimenti.

Dimostrare i quali non è poi così difficile: dall’economia che prima di Draghi non cresceva, alla spirale del debito pubblico, passando per il livello di disoccupazione, al forte aumento delle diseguaglianze e dei livelli di povertà, allo stop dell’ascensore sociale. Un elenco infinito, reso ancora più preoccupante dalle tante recenti incertezze sulla politica estera. L’ambigua vicinanza a Putin di Berlusconi e Salvini. Frantoianni e Bonelli che votano contro l’ingresso di Finlandia e Norvegia nella NATO.

Quanti sono coloro che sono stanchi di quei vecchi rituali? Delle promesse irrealizzabili da un lato, dall’eccesso di mediazione dall’altro. Quel non cambiare alcunché se non con l’accordo dei sindacati, delle parrocchie, dei centri sociali e via dicendo. Per cui, alla fine, la montagna partorisce sempre un topolino. C’è in altre parole – questa almeno la nostra sensazione – un voto d’opinione in libera uscita, che cerca soluzioni. Non promesse consolatorie o vecchie certezze all’insegna del politicamente corretto.

Quanto peserà non siamo in grado di dire. Gli indizi, tuttavia, non sono da trascurare. Lo spaccato sociale che emerge dall’ultima indagine della Banca d’Italia sui redditi familiari descrive una piramide tronca. Con un vertice che ha visto aumentare il proprio livello di benessere relativo ed è quindi orientato a favore della semplice conservazione. Ed una base che, a sua volta, grazie alle politiche redistributive (soprattutto il reddito di cittadinanza) non è andata poi così male. Il suo cuore, se non altro per riconoscenza, batterà quindi a sinistra. Indecisa tra il PD ed i 5 stelle.

Ma nel mezzo di questi due estremi é la maggioranza (60/70 per cento) degli italiani. Gente che non ha santi in paradiso, costretta a conquistarsi, giorno dopo giorno e tra mille difficoltà, la stazionarietà del proprio reddito. Gente a cui manca sempre uno fare trentuno. Voteranno tutti per Silvio Berlusconi che promette loro le stesse cose degli anni ‘90? Seguiranno Letta che ribadisce il binomio del “tassa e spendi”? Una patrimoniale per dare ai giovani un sussidio, invece di un posto di lavoro? O cercheranno una risposta diversa? E quindi si spenderanno per una nuova rappresentanza politica?

Posto così il problema, la lettura degli ultimi avvenimenti diventa più limpida. Interessano poco i risvolti, più o meno fantasiosi, della psicologia del personaggio. Sapere chi era suo padre o sua madre. E quale era il loro mestiere. L’importante è capire se in Italia è prevalente una pressante richiesta di cambiamento, dopo la grande lezione di Mario Draghi. E se vi possano essere le condizioni affinché quell’occasione non venga sprecata nel riflusso delle astensioni. A loro volta riflesso di un’offerta politica ritenuta ben poco allettante. Lo si vedrà tra breve. Nel frattempo, tuttavia, sarebbe meglio evitare i toni consolatori di chi vorrebbe sminuzzare tutto, trasformandosi in strizzacervelli.

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