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Cari governanti, basta pagliacciate

di

recovery plan

Pensare a soluzioni alchemiche, che si limitino a rimescolare gli ingredienti della vecchia maggioranza è solo un’inutile perdita di tempo. Non resta che il coraggio della coerenza. Si apra la crisi e la si sviluppi secondo le regole costituzionali. Il commento di Gianfranco Polillo

 

La cosa peggiore sarebbe una mezza soluzione. Un semplice rimpasto nel cuore ovattato delle stanze del potere. Una specie di scambio di figurine: un ministro che va, un altro che arriva. Con Giuseppe Conte nel ruolo del puparo. Quel burattinaio che, nel teatro dei pupi, fa muovere le marionette al suono di un vecchio organetto. Fosse questo il risultato finale, sarebbe retrodatare quella mezza soluzione ad una mezza crisi: frutto, principalmente, della scarsa tenuta nervosa dei vari protagonisti.

Quindi la tesi del “tanto tuonò che non piovve”, pure così frequente nella storia italiana, in questo caso, non vale. Non vale di fronte ad una situazione che non è solo fuori dell’ordinario, ma che rischia di sfuggire completamente di mano e portare l’Italia allo sfascio definitivo. Giudizio eccessivo? Troppo facile, come nei talk show, dare addosso al governo. Anche se le cose, che non vanno, sono tante. Ma che dire? Se Atene piange, Sparta non ride. Basta, infatti alzare lo sguardo per vedere che negli altri Paesi le cose non vanno poi meglio.

L’osservazione è fondata. Ma allora il modo onesto per affrontare il problema è quello del confronto. Vedere, cioè, se a Parigi, Londra o Berlino – lasciamo stare le follie americane di Donald Trump – si assiste ad uno stesso copione. Se gli esponenti dei vari governi mostrano le stesse incertezze e contraddizioni. Il problema, come si vedrà in tutti questi casi, non è di policy, ma di politics. Non riguarda cioè le singole misure, che nel resto dell’Europa sono forse anche più dure di quelle italiane. Ma il sentiment che le stesse alimentano nella pubblica opinione. Alla ricerca non solo è non tanto di soluzioni, ma di una guida sicura.

In questo caso la défaillance italiana è totale. Quanti sono coloro che ritengano che questo sia il migliore dei governi possibili? Basta guardarsi intorno, senza aver bisogno di sofisticati strumenti di analisi, che spesso lasciano il tempo che trovano. Del resto questo è stato il retroterra che ha ispirato la strategia di Matteo Renzi. A meno di non ritenere che l’ex presidente del Consiglio, ai tempi della sua leadership sul Pd, sia solo un avventuriero sull’orlo di una crisi di nervi. Spiegazione consolatoria di coloro che vorrebbero una rapida archiviazione dell’intera vicenda.

Purtroppo non è così. Lo si vede nella quotidiana confusione, in quel tentativo di spostare continuamente in avanti il momento della verifica. Stiamo lavorando. Vedremo. Faremo. Il lessico ricorrente che abbonda negli interventi di un presidente del Consiglio che, evidentemente, non conosce il participio passato. Abbiamo ottenuto. Fatto. Concluso. Tempi che, a loro volta, presuppongono una visione, quindi una strategia, ed infine un indirizzo, da sottoporre a successiva verifica. La critica più seria che proviene dai Ministri di Italia Viva.

Se questo è il quadro, pensare a soluzioni alchemiche, che si limitino a rimescolare gli ingredienti della vecchia maggioranza è solo un’inutile perdita di tempo. Non aggiungerebbe alcunché alle policy. Mentre dal punto di vista delle politics sarebbe un’operazione più che controproducente. La dimostrazione del cinico gattopardismo italiano, mentre il Paese sprofonda. Ed allora non resta che il coraggio della coerenza. Si apra la crisi e la si sviluppi secondo le procedure democratiche, che hanno il loro fondamento nelle nostre regole costituzionali.

Una crisi al buio, come temono i più pavidi? No, semplicemente una crisi. In cui tra le possibili soluzioni – addirittura la più probabile – c’è anche quella del Conte ter. Ma è una soluzione che non può essere scontata. Va verificata all’interno di una ragionamento più ampio che riguardi le strategie anti-crisi, il nodo della ripresa e della resilienza dell’economia e della società italiana, le strutture della governance necessaria per conseguire quei risultati. Cosa ben diversa, quindi, dal gioco dei quattro cantoni, su cui puntano alcuni esponenti della nomenclatura giallo rossa.

Eccessiva fiducia nelle forme? Costituzionalismo d’antan? I praticoni della politica che irridono, riducendo il tutto al semplice gioco delle immediate convenienze, dimenticano che è il rispetto delle forme a qualificare l’essenza della democrazia. A volte se ne può fare a meno, se la leadership è forte ed ha una sufficiente empatia. Ma basta guardarsi intorno. Per capire che siamo addirittura agli antipodi. Ed ecco, allora, che ricostruire quel tessuto, compromesso da errori, semplificazioni, improvvisazioni ed inutili pagliacciate, può rappresentare la risposta più giusta. Per arrestare quella deriva che stringe il cuore di milioni di italiani.

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