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Cari Draghi e Brunetta, urge rivoluzionare la selezione dei dirigenti nella Pubblica amministrazione

Draghi Franco Brunetta

Ripartire dalla riforma della Pubblica Amministrazione: il nodo della selezione dei dirigenti per il governo Draghi. L’intervento di Emilio Lonardo, responsabile ufficio del Difensore civico Regione Emilia-Romagna

 

Il nuovo Patto Governo-sindacati per il lavoro pubblico, recentemente siglato con la diretta partecipazione di Draghi, consente al Ministro Brunetta di ripartire sulla indispensabile, urgente e strutturale riforma della macchina pubblica italiana. L’approccio del “primo” Brunetta enfatizzava – forse volutamente – la lotta ai “fannulloni”, cercando di creare al suo primo tentativo di riforma un consenso sociale troppo brutale e semplice, basato sul giudizio assai negativo del mondo privato e dei normali cittadini verso la pubblica amministrazione italiana.

La battaglia contro i “fannulloni” è stata, però, come attribuire la rotta di un esercito ai soldati piuttosto che agli ufficiali ed ai generali (ed ai ministri!). Come se la rotta di Caporetto fosse stata figlia di fanti fannulloni e codardi e non, invece, di generali incapaci, arrivisti e puttanieri.

Ho percorso per oltre quarant’anni la vita della pubblica amministrazione italiana, in vari ruoli (giovane precario, amministratore di aziende speciali, funzionario di un ministero e di una importante regione, consigliere comunale di una città importante, sindacalista interno e, da ultimo, responsabile dell’ufficio del difensore civico regionale dell’Emilia-Romagna). Dunque ho potuto vedere pezzi di questo strano mondo con lenti diverse, e sono arrivato ad alcune parziali conclusioni. In particolare, nell’ultimo incarico, ho avuto a che fare con molte istanze di cittadini e imprese contro presunti errori, ritardi, ingiustizie, determinati da enti di vario livello e ho avuto conferma della mia tesi.

Che ci siano dipendenti “fannulloni” nella PA italiana è certo. Non si capisce, però, perché i fannulloni debbano finire tutti lì e non anche nelle aziende private, nei normali luoghi di lavoro. Cos’è che nelle PPAA italiane determina, mediamente, una presunta maggiore inefficienza del personale e dei procedimenti amministrativi?

A queste domande occorre rispondere con realismo e con diversi interventi, atti a produrre, probabilmente, effetti positivi nell’arco di decenni e non nell’arco di vita medio di un governo italiano. Al centro di questa mia prima riflessione c’è il tema della selezione dei dirigenti, che possono essere i veri ispiratori come gli emaciati becchini della efficacia e della buona qualità di quel prodotto che si chiede ad una PA di sfornare tutte le mattine per i cittadini e le imprese, e che ha bisogno di un esercito carico, pronto a sacrificarsi e guidato da superiori capaci e intelligenti.

L’ingresso dei dirigenti con l’attuale sistema di concorsi e il loro “distacco” inamovibile dal resto dei lavoratori pubblici è una causa evidente del problema della PA in un Paese come l’Italia. Molte amministrazioni, accanto a dirigenti capaci ed utili, devono farsi carico di mantenere fino alla pensione figure inutili e, spesso, dannose che, avendo vinto un concorso (a volte anche pilotato), rimangono a vita a far danni alla PA.

Salvo figure estremamente specializzate, la funzione dirigenziale nella PA ha bisogno soprattutto di capacità individuali, competenze organizzative, approccio rispettoso e intelligente all’uso di norme e procedure, prontezza a porsi nei panni del fruitore finale, vocazione all’innovazione continua (e motivata), assunzione di responsabilità. Se ai concorsi passa un imbecille, una persona mentalmente inadatta a dirigere, pronta a scaricare i problemi a chi sta sopra o sta sotto, senza competenze e capacità di natura organizzativa e procedurale, e rimane tale a vita, la PA lo/a dovrà pagare profumatamente per continuare a fare dei danni (la parità di genere in questo campo è ampiamente garantita).

Riformare l’accesso al ruolo dirigenziale nella PA è assolutamente necessario, come scegliere gli ufficiali in un esercito pronto alla guerra: una guerra quotidiana per rendere l’Italia una grande Regione dell’Europa.

Si potrebbe partire da concorsi per l’accesso ad un ruolo unico della carriera funzionariale, che vada dal funzionario ai ruoli massimi della dirigenza.

Salvo funzioni specialistiche (medici, ingegneri, chimici, ecc.), la prove di concorso non dovrebbero andare troppo per il sottile sul tipo di laurea, visto che i diplomi (e i tempi) cambiano anche tra le singole università italiane. Anzi, nel campo giuridico-amministrativo, ad esempio, un giurista ottusamente preparatissimo può fare più danni di un buon economista o studioso di scienze sociali.

Da quei concorsi, si comincia dal livello funzionariale e si può aspirare, solo per meriti dimostrati nel lavoro concreto, ai massimi ruoli di direzione. L’importante e che si dia la possibilità di salire e di scendere: salire per scale con gradini impegnativi e scendere con delle rapide e facili scale mobili. Si manterrebbe una sorta di “sicurezza” del reddito minimo, ipotizzabile sui 30.000 euro lordi per anno e la garanzia (salvo gravi comportamenti sanzionabili con il licenziamento) del “posto fisso” e di un discreto reddito minimo, al quale si può fare sicuro riferimento per gli impegni economici essenziali che la vita presenta. Per il resto, (ogni tre anni?) si viene, confermati, ovvero chiamati ad incarichi più importanti, oppure declassati a ruoli meno rilevanti.

Per fare questo, ci vorrebbe un patto di ferro tra decisori politici (e chi li rappresenta) e organizzazioni sindacali (confederali e del pubblico impiego): nel lavoro, per premiare chi lo merita, bisogna anche declassare chi ugualmente lo merita. E che, se vuole e ne ha le capacità, dopo un piano in discesa può con impegno e capacità dimostrare di poter eventualmente risalire.

Ah, per favore, non fate gestire il futuro contratto dirigenti dai dirigenti ARAN (e, cari sindacati, dai sindacalisti della dirigenza): cane non mangia cane!

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