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Bulgaria al voto: Radev favorito, tra instabilità, corruzione e tensioni con l’Ue

Le elezioni bulgare vedono favorito l’ex presidente filorusso Rumen Radev, che guida i sondaggi con la promessa di abbattere l’oligarchia, in un Paese stanco di instabilità cronica e corruzione endemica e appena entrato nell’eurozona.

Oggi la Bulgaria torna alle urne per l’ottava volta in cinque anni, in un clima di profonda instabilità politica, sfiducia diffusa e divisioni geopolitiche.

Secondo tutti i sondaggi, l’ex presidente Rumen Radev e il suo nuovo partito Progressive Bulgaria sono nettamente in testa con circa il 30-34% dei consensi, ma senza maggioranza assoluta.

Il voto arriva dopo mesi di proteste di massa contro la corruzione e il crollo del governo a dicembre 2025, e si svolge mentre il Paese ha appena adottato l’euro a gennaio.

Come scrive Reuters, molti elettori rurali e anziani vedono in Radev “un salvatore” capace di spezzare l’oligarchia; per Bruxelles e per Kiev, invece, la sua vittoria rischierebbe di trasformare Sofia nel nuovo “problema russo” dell’Unione, proprio mentre l’Ungheria ha appena sconfitto Viktor Orbán.

Instabilità politica cronica

La Bulgaria vive da novembre 2021 una crisi permanente: sette elezioni anticipate, sette primi ministri, nessuno dei quali ha completato il mandato.

Come osserva Euronews, il Paese ha attraversato “governi ad interim, coalizioni fragili e alleanze effimere crollate tra scandali”.

La fiducia nei partiti è evaporata: l’affluenza è in calo cronico – era al 39% alle ultime elezioni del 2024 – e solo il 33% dei cittadini crede ancora nelle coalizioni, mentre il 49% chiede un partito con maggioranza assoluta, secondo un sondaggio Alpha Research citato da Al Jazeera.

Le cause sono molteplici. La corruzione endemica – la Bulgaria è 84ª nel Corruption Perceptions Index 2025 di Transparency International, ultima nell’Ue insieme all’Ungheria – ha scatenato proteste di massa a dicembre 2025 contro un bilancio che aumentava tasse e contributi.

Al centro delle contestazioni, come scrive Reuters, le figure di Boyko Borissov (GERB) e Delyan Peevski (Movimento per i Diritti e le Libertà), accusati di “cattura dello Stato”.

Le divisioni profonde sulla guerra in Ucraina hanno aggravato tutto: un terzo della società è filorusso, un altro terzo filoeuropeo.

Paradossalmente, proprio in questi anni di paralisi Sofia ha compiuto passi storici – adesione a Schengen e all’euro – spesso senza bilancio approvato, come nota Euronews. Ma i ritardi nelle riforme hanno bloccato miliardi di fondi Ue per la ripresa.

I partiti e i candidati in lizza

Il panorama è affollato e polarizzato. Al centro della scena c’è Rumen Radev con Progressive Bulgaria (PB), coalizione di sinistra ma filorussa.

Seguono GERB-UDF di Boyko Borissov (accreditato del 19,5% circa), composto da conservatori pro-UE ma logorati dalle accuse di oligarchia. C’è poi We Continue the Change-Democratic Bulgaria (PP-DB), il blocco riformista e pro-europeo (12-14%), che ha cavalcato le proteste anti-corruzione ma ha perso credibilità per aver governato con Borissov. Abbiamo poi Il Movimento per i Diritti e le Libertà (MRF/DPS) di Delyan Peevski (9-10%), sanzionato da Usa e Uk per corruzione. Infine c’è Vazrazhdane (Rinascita), composto da nazionalisti anti-euro e anti-UE guidati da Kostadin Ko stadinov, dato in crescita.

Altri partiti minori (BSP socialisti, Velichie, MECH, There Is Such a People) rischiano la soglia di sbarramento.

Come riporta Al Jazeera, Radev ha escluso alleanze con GERB e DPS; PP-DB ha fatto lo stesso con Borissov. Il Parlamento sarà quindi nuovamente frammentato e le trattative per un governo si annunciano estenuanti.

Rumen Radev: il favorito

Ex generale dell’aeronautica, presidente dal 2017 al gennaio 2026, Radev ha rassegnato le dimissioni per fondare Progressive Bulgaria e candidarsi da premier. I sondaggi di Alpha Research gli assegnano il 34,2%, circa 10 punti davanti a GERB.

Come riferisce Reuters, il suo appeal è fortissimo tra gli elettori rurali e anziani: il contadino Nikolay Vasiliev lo definisce “un leader dignitoso” capace di risolvere i problemi del Paese.

La sua campagna ruota intorno a due pilastri: “abbattere l’oligarchia”, puntando il dito su Borissov e Peevski, e ridare “sovranità” alla Bulgaria.

Radev ha incassato oltre 650.000 euro di donazioni private, segno di un sostegno trasversale. La sua popolarità deriva dal fatto di essere rimasto immune dalle crisi degli ultimi anni e dal ruolo di “uomo forte” che critica Bruxelles senza mai proporre l’uscita dall’UE.

Il parallelo con Orbán e i rischi geopolitici

La vittoria di Radev suscita allarme a Bruxelles e a Kiev. Come scrive l’Atlantic Council, “se i sondaggi saranno confermati, Radev potrebbe sostituire Orbán come la voce più anti-ucraina e filorussa nell’UE”.

Durante la sua presidenza ha ostacolato gli aiuti militari a Kiev, definito la Crimea “legalmente russa” e criticato le sanzioni Ue come “ideologiche”.

Recentemente ha attaccato l’accordo di sicurezza decennale con l’Ucraina firmato dal governo ad interim e ha chiesto di riaprire il dialogo con Mosca, sottolineando che la Bulgaria è “l’unico Stato membro slavo e ortodosso”.

Ha anche tentato – invano – un referendum sull’euro e ora promette di “punire” chi l’ha introdotto “senza chiedere al popolo”.

Bloomberg e Deutsche Welle notano il parallelo con Orbán: dalle critiche all’“ideologia” di Bruxelles, alla difesa degli interessi economici nazionali, all’apertura al gas e petrolio russo.

Eppure Radev ha ammorbidito i toni dopo la sconfitta di Orbán, invitando gli elettori a votare in massa per “dimostrare che il cambiamento è possibile”.

La preoccupazione è che un governo Radev possa bloccare aiuti a Kiev, privilegiare il TurkStream sul corridoio energetico del Nord e diventare il nuovo “cavallo di Troia” russo nell’Ue e nella Nato.

Lo stato politico e sociale del Paese

La Bulgaria è cresciuta economicamente dal 2007, anno dell’adesione UE): come rileva Bloomberg, l’aspettativa di vita è aumentata, la disoccupazione è ai minimi storici, i consumi pro-capite sono vicini a quelli ungheresi.

Ma le aree rurali sono svuotate dai giovani emigrati, con strade dissestate e infrastrutture fatiscenti. La corruzione permea appalti pubblici e elezioni locali.

C’è una frattura generazionale netta: i giovani vedono Radev come “parte dello stesso modello” e chiedono riforme vere; gli anziani e i pensionati lo idolatrano come “l’ultima speranza”.

La sfiducia è massima: sondaggi Alpha Research mostrano che l’inflazione è la prima paura, seguita dalla corruzione.

La disinformazione russa è intensa: Sofia ha chiesto aiuto all’Ue per contrastarla, come riporta il Guardian.

Le conseguenze dell’ingresso nell’eurozona

Il 1° gennaio 2026 la Bulgaria ha adottato l’euro, completando il processo di Schengen.

Come sottolinea Bloomberg, l’economia ha ora maggiori “salvagenti” e la convergenza con l’Ue è accelerata.

Tuttavia Radev ha cavalcato il malcontento: “I politici vi avevano promesso il ‘club dei ricchi’, ora pagate bollette più care” ha detto martedì citato da Reuters. L’inflazione energetica e l’aumento di alcuni prezzi hanno alimentato il risentimento.

I ritardi nelle riforme giudiziarie e anticorruzione hanno rallentato l’arrivo di fondi Ue per la ripresa, rischiando di perdere miliardi.

Un governo Radev potrebbe rallentare ulteriormente l’integrazione, privilegiando politiche come la critica all’“ideologia verde” di Bruxelles e cercando gas russo più economico.

Al tempo stesso, l’euro offre stabilità macroeconomica che nessun governo instabile era riuscito a garantire prima.

Cosa succederà dopo il voto?

Radev vincerà quasi certamente la prima posizione, ma dovrà trovare alleati. L’unico partner plausibile per riforme anticorruzione è PP-DB, ma le divergenze sulla politica estera sono enormi.

Una minoranza o un’alleanza con nazionalisti o socialisti è possibile ma fragile. Come avverte Politico, se non nasce un esecutivo stabile si tornerà al voto entro pochi mesi, insieme alle presidenziali.

Per l’Ue il messaggio è chiaro: l’instabilità bulgara non è solo interna. Un governo Radev metterebbe alla prova la coesione europea proprio mentre l’Ungheria esce dall’orbita di Orbán. Per i bulgari, invece, è l’ennesima occasione per spezzare il circolo vizioso di oligarchia e paralisi.

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