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Bruno Trentin e l’articolo 1 della Costituzione

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Il Bloc Notes di Michele Magno

Ricordo che Bruno Trentin non aveva alcuna simpatia per la drammaturgia concettuale di Hegel. Tuttavia, ammirava il modo con cui il filosofo tedesco descrive nella “Fenomenologia dello Spirito” la dialettica storica tra servo e padrone. Essa si conclude quando il servo diventa libero perché, a differenza dello schiavo hobbesiano, lotta non per la propria sopravvivenza, ma per il suo riconoscimento come persona. Beninteso, la trattazione di Hegel si svolge sul piano astratto della conquista dell’autocoscienza individuale. Ma Trentin la considerava una magistrale metafora ante litteram della lotta del salariato novecentesco per emanciparsi dalla sua condizione di minorità nel luogo di lavoro. Per emanciparsi “qui e ora”, aggiungeva. Una diade che è stata la stella polare del suo impegno come studioso e come leader della Cgil. Impegno segnato dal rifiuto di tutte le ideologie che posticipavano la libertà del lavoro e nel lavoro alla presa del potere.

In questa luce vanno lette le sue riserve critiche sull’incipit della Carta del 1948 (Rassegna Sindacale”, n.15, 1995). Per lui non era in discussione il suo altissimo valore simbolico, che costituiva la base di legittimazione della dignità e del riscatto delle classi subalterne. La questione che sollevava era un’altra, e riguarda un’idea centrale nella cultura politica della sinistra italiana postbellica. L’idea, cioè, che i diritti sociali possono essere solo figli della democrazia (suffragio universale, separazione dei poteri, principio di maggioranza). Trentin ribalta questo schema. Infatti per lui sono i diritti che si “autoaffermano”, anzitutto nel campo del lavoro (in quanto risolutivo ai fini dell’identità personale), a rendere democratico l’esercizio della sovranità popolare. Si spiegano così le sue perplessità sul testo dell’articolo 1 della Costituzione, laddove il diritto al lavoro resta una promessa che solo lo sviluppo economico e la “democrazia progressiva”, per usare la formula di Togliatti, avrebbe potuto mantenere.

Del resto, i padri costituenti erano assillati dal dramma della disoccupazione di massa negli anni della Ricostruzione. Per diritto al lavoro intendevano qualunque impiego che assicurasse un reddito, sia pure minimo. In altri termini, il diritto al lavoro era concepito come diritto a una keynesiana (piena) occupazione, più che come un diritto di libertà, di (relativa) autonomia nel rapporto di lavoro. In questo senso, la libertà di cui parla Trentin è una libertà di autodeterminazione vicina a certe elaborazioni del liberalesimo filosofico. Non fortuitamente gli piaceva rettificare il vecchio adagio del socialismo riformista, secondo cui non c’è libertà senza democrazia, in quello secondo cui non c’è democrazia senza libertà. E non fortuitamente il titolo del suo ultimo libro, una sorta di testamento politico, recita “La libertà viene prima”.

Pubblicato nel 2005, in quello scritto ce n’è un po’ per tutti. Per il movimento sindacale, irresoluto  di fronte al problema della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende. Per i Ds, che preparavano voluminosi documenti programmatici, ma poi preferivano decidere sentendo l’aria che tira. Per l’esercito degli ideologi che vedevano la “fine del lavoro” nelle grandi trasformazioni subite dagli assetti produttivi con il crollo del fordismo. Per la variopinta area del massimalismo e i suoi intellettuali d’assalto, che contavano di dare una spallata al sistema con il “più uno” delle rivendicazioni salariali, e che continuavano ad agitare le bandiere della protesta e slogan intransigenti, negando le trasformazioni del lavoro e rifiutandosi di governarle per non sporcarsi le mani.

Una polemica, quella dell’ultimo grande segretario della Cgil, animata dalla costante preoccupazione di essere coerenti tra il dire e il fare, per dare corpo alle esigenze e alle iniziative dei lavoratori subordinati, per realizzare il loro diritto sì al lavoro, ma anche alla conoscenza e al sapere, che sono i veri motori dell’innovazione. Qualche volta, dalle parti del Pd e di quelli che lo hanno abbandonato per impugnare il vessillo del primo articolo della Costituzione (redatto da Amintore Fanfani), occorrerebbe ricordarselo.

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