Mondo

Che cosa si agita in Europa fra Brexit, Cina e Trump

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L’analisi della professoressa Daniela Coli

Nessuno poteva immaginare, come ha scritto Gideon Rachman sul Ft, che Brexit potesse dare vita in Uk a un grande movimento pro-Europa. Un milione di persone sono scese domenica scorsa per le strade di Londra a protestare contro Brexit sventolando bandiere europee. Paradossalmente di fronte alla prospettiva di lasciare l’Ue, in questi tre anni dopo il referendum del 23 giugno 2016, i cittadini britannici hanno iniziato seriamente a riflettere sul ruolo della Gran Bretagna nel mondo e Brexit appare un’idea astratta.

L’Uk è spaccata in due, ma anche i brexiteer si sono divisi, tanto che un ministro e due sottosegretari del governo May si sono dimessi dopo aver votato per l’emendamento Letwin, che stoppa definitivamente il no deal e apre all’esplorazione di alternative a Brexit. Ancora non sappiamo cosa accadrà, ma nel manicomio democratico Brexit, come lo ha definito Beppe Severgnini, tutto è possibile. Il parlamento non vuole il no deal, ma neppure il deal di May, perché la soluzione norvegese di Brexit ( stare nel mercato unico, senza essere rappresentati nelle istituzioni Ue) è stata respinta dalla Norvegia. Il problema è che la Norvegia non vuole l’Uk nell’Efta (European Free Trade Area), perché i paesi Efta (Norvegia, Islanda e Liechtestein) temono l’Uk potrebbe mettere veti a provvedimenti Ue a cui essi sono invece favorevoli. Angela Merkel ha premuto perché alla Gran Bretagna si concedesse un rinvio fino al 22 maggio per trovare alternative a Brexit. Se non si troveranno alternative a Brexit, il 12 maggio l’Uk dovrà andarsene. Tutto è possibile: nuove elezioni in Uk, partecipazione alle elezioni europee e anche la revoca dell’articolo 50. In questa fase Merkel e Macron hanno giocato a poliziotto buono e poliziotto cattivo. Ora, come ha twittato Gideon Rachman, i fanatici dell’hard Brexit possono solo sperare che la perfida Europa cacci l’Uk dall’Ue il 12 aprile.

Tutto è possibile, ma è chiaro che i britannici hanno compreso che uscire dall’Ue non è come lo strappo di Enrico VIII da Roma, non c’è più un mondo a disposizione per fondare un nuovo impero britannico.

Può darsi che oltre 17 milioni di persone abbiano votato Brexit per nostalgia dell’impero perso soltanto 70 anni fa, per timore dell’ondata migratoria prodotta dalla guerra in Siria, che Cameron abbia indetto il referendum sicuro della vittoria del Remain, ma è sempre più chiaro che Brexit è stata una terapia di realtpolitik. Solo in Europa l’Uk può avere un ruolo da protagonista e contribuire a rafforzare l’Ue, dove già per il trattato di Aquisgrana Francia e Germania avranno rapporti sempre più stretti in ogni settore. Il governo italiano protesta contro l’asse franco-tedesco, ma, come per gli Stati nazionali alla fine del Medioevo, sarà chi è più forte e determinato a fare dell’Europa un soggetto politico.

Lunedì il parlamento francese e tedesco si è riunito per la prima sezione congiunta, mentre Macron incontrava il presidente Xi Jinping a Parigi e ha parlato di un nuovo ordine internazionale. Un segnale concreto è il maxi-ordine cinese di 300 Airbus, l’aereo europeo, per 300 miliardi di euro, oltre a 14 contratti firmati dalla Cina con la Francia nel settore nucleare, aeronautico, navale, energetico, della ricerca spaziale e dell’ambiente.

L’Ue ha già firmato un accordo commerciale col Giappone e il 9 aprile il summit Ue-Cina a Bruxelles sarà importante per i nuovi rapporti Ue-Cina. L’Uk si è resa conto in questi tre anni che la Global Britain è un’illusione: nel Commonwealth esporta solo il 9% e le imprese straniere – a cominciare dalle mille aziende giapponesi – lasceranno la Gran Bretagna in caso di Brexit senza deal. L’opposizione della City, la fuga delle aziende straniere e anche di magnati brexiteer, ha influito anche sui brexiteer che si sono divisi.

Come finirà la Brexit avrà una grande influenza in Europa, dove grandi paesi europei stanno affrontando divisioni interne e movimenti euroscettici: dai separatisti catalani, ai gilet jaunes che ogni fine settimana assaltano Parigi, a governi euroscettici in Italia, Polonia e Ungheria. L’Europa ha subito la crisi finanziaria americana del 2008, l’ondata dei rifugiati della guerra in Siria, e certo a Trump farebbe piacere il fallimento dell’Europa, che ha definito un “nemico”, perché rivale degli Usa. Trump sta cercando un armistizio con la Cina sulla trade war da lui stesso scatenata per bilanciare con i dazi il pesante deficit commerciale con l’Impero di Mezzo, oltre ai problemi del debito pubblico in mani cinesi e giapponesi.

Per l’Uk diventare partner dell’America di Trump non ha senso: a Teheran nel 1943 ha già sperimentato l’umiliazione di vedere gli Usa allearsi con la Russia e subire la beffa di vedersi soffiare l’impero più vasto del mondo. Non sappiamo quale soluzione l’Uk troverà per uscire dal manicomio Brexit, certo nessuno all’indomani della vittoria del Leave avrebbe immaginato che Brexit avrebbe provocato la nascita di un grande movimento a filoeuropeo e Londra piena di bandiere europee.

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