Mondo

“Bouvard e Péchuchet” di Flaubert: due immortali testimoni della stupidità umana

di

Bouvard et Pécuchet

Il Bloc Notes di Michele Magno

Nell’agosto del 1874, cominciando a scrivere l’odissea dei due copisti “Bouvard e Péchuchet”, Gustave Flaubert si era proposto di redigere l’inventario della stupidità umana, un tema che lo ossessionava fin dalla giovinezza. Tuttavia, nonostante la mole enorme degli esempi che aveva pazientemente raccolto nel corso della sua vita, non riuscì mai a redigere una enciclopedia ragionata della “bétise” (idiozia) né a completare il suo “Dizionario dei luoghi comuni” (“Dictionnaire des idées reçues”): “Credo che l’insieme sarebbe formidabile come il piombo. Bisognerebbe che in tutto il libro non ci fosse una parola mia, e che, una volta letto il dizionario, non si osasse più parlare, per paura di dire spontaneamente una delle frasi che vi si trovano”.

Dagli appunti che ha lasciato se ne è però ricavata una versione abbastanza estesa, in alcune edizioni pubblicata insieme a due testi: un breve quanto ironico “Album de la Marquise” e un paio di pagine di “Catalogue des idées chic”. Come scrive Rodolfo Wilcock nella prefazione all’edizione italiana del “Dizionario” (Adelphi, 1980), “durante tutta la vita di Flaubert l’immagine della Stupidità, sotto la possente spinta dei tempi, si era continuamente dilatata dinnanzi a i suoi occhi: non più soltanto attributo inestirpabile della specie umana, ma Potenza Cosmica, l’etere che avvolgeva qualsiasi parola fosse pronunciata, le chiacchiere della comare e le relazioni dell’accademico, gli appelli del politico e le sentenze del farmacista, le similitudini dei lirici e i protocolli degli scienziati”.

In un articolo sul Corriere della Sera ( 31 marzo 1969), Ennio Flaiano commenta così una riduzione teatrale di “Bouvard et Péchuchet” che aveva visto a Roma: “Questi due personaggi sono gli immortali testimoni della stupidità e Flaubert con essi intendeva dimostrare quella del suo tempo; servendosi delle idee allora correnti, oggi confutatissime o dimenticate; mettendoli alla prova nell’applicazione di quelle idee; ordinando un archivio di sciocchezze; compilando un catalogo di idee chic, cioè alla moda. Compito immenso, che la morte gli impedì di portare a termine”.

“[…] Alla sua amica Louise Colet [Flaubert] scriveva che il suo fine era di arrivare a una comicità portata all’estremo, una comicità che non facesse più ridere. Non dimostrare più niente, scrivere un libro che, come diceva Du Camp, sembrasse opera di un cretino. Ma da allora la stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è nemmeno più la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé”.

Poco più avanti, Flaiano aggiunge che “Il metodo flaubertiano avrebbe dovuto essere applicato dai riduttori alle sciocchezze che vengono oggi diffuse come incrollabili verità. E allora avremmo avuto Bouvard e Péchuchet impegnati a saggiare la verità della cultura di massa, della rivoluzione culturale, del libero erotismo, del delirio scientifico, del collage come romanzo, della contestazione globale, del teatro della crudeltà, della meccanizzazione totale, della disalienazione promessa dai partiti, dell’arte come terapia e della terapia come arte, eccetera. Quale meravigliosa serie di capitoli e scene! E quale catalogo di idee insopportabilmente chic! Ognuno faccia il suo proprio».

“Oggi Flaubert -concludeva- riscriverebbe il suo romanzo o lo vieterebbe ai riduttori teatrali. Per la ragione che essi non credono nel progredire e nel variare incessante della stupidità. Che oggi non è tanto più borghese, razionalista e volterriana, come ai tempi del farmacista Homais, quanto tesa verso il futuro, piena di idee. Oggi il cretino è pieno di idee».

“Bouvard e Pechuchet” fu pubblicato, postumo e incompito, nel 1881. Come ha osservato il critico letterario Ernesto Ferrero (La Stampa, 7 agosto 2008), i suoi protagonisti incarnano a meraviglia l’uomo-massa oggi tanto diffuso: “provvisto d’un robusto istinto gregario, tuttologo credulone che si ingozza di frasi fatte e si stordisce con uno zapping mentale, surfando superficialmente da un argomento all’altro, incapace di scegliere perché non sa cosa cercare, convinto di poter arrivare ovunque con poca fatica”.

Non si salva nessuno in questo geniale romanzo filosofico che anticipa i talk show e i reality odierni. Flaubert usa l’impassibilità del referto (leggendolo non si capisce mai bene chi parla) per stilare una requisitoria spietata contro l’umanità, contro un falso sapere consolatorio e ingannevole.
La stupidità lo indigna e al tempo stesso lo affascina. Fa dire a Pécuchet che i borghesi sono spietati, gli operai invidiosi, i preti servili e il popolo vile e insulso; e a Bouvard che il progresso è una “fandonia” e la politica una “bella porcheria”, ma non sa farne a meno.

La sua grandezza è proprio quella “di fare arte con un materiale così degradato, così ridicolo; di montare con quello il grande trattato della banalità del Male, del sussiego della cultura, dell’umana mediocrità”. Come potrebbe fare uno scrittore che sapesse raccontare il tempo presente usando la spazzatura prodotta in quantità da giornali, tv, social network.

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