Skip to content

Bossi

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Il simbolismo di Umberto Bossi

Le stagioni politiche della Lega di Bossi. Il taccuino di Guiglia

Nei molti anni del suo fulgore, prima all’opposizione dei governi poi due volte da ministro in quelli di centrodestra guidati da Silvio Berlusconi, l’avevano ribattezzato “il senatùr”. Così, in lombardo, perché lui, il fondatore e leader storico della Lega, Umberto Bossi da Cassano Magnago, in provincia di Varese, aveva cominciato a farsi notare come solitario bastian contrario a Palazzo Madama (correva l’anno 1987).
La sua novità era prorompente: aveva rovesciato la storica “questione meridionale” nella neonata “questione settentrionale”.

E’ il Nord, che rappresenta la locomotiva d’Italia, a meritare la prioritaria attenzione della politica, diceva e protestava. Ma all’inizio, con la creazione della Lega Lombarda che nel 1984 sarebbe stata la madre autonomista di tutte le battaglie, la sua era una predica nel deserto.

Il salto che lo rende protagonista è quando trasforma in progetto la sua parola d’ordine -il progetto del federalismo, ideologo Gianfranco Miglio- e indica il nemico principale: “Roma ladrona”.

Ma la proposta politica non basta per mobilitare la gente del Nord. Il senatùr ha bisogno d’inventare luoghi-simbolo come il raduno di Pontida, destinato a diventare il palcoscenico da cui lanciare ogni anno una nuova campagna di contestazione, e il “sacro” rito dell’ampolla nell’acqua del Po. Bossi attraversa la storia politica degli ultimi trent’anni sempre con una peculiarità che rende i leghisti riconoscibili rispetto a tutti gli altri.

Nell’epoca di Mani Pulite è il cappio esibito in Parlamento dai suoi deputati, in quella della “discesa in campo” è il ribaltone da Berlusconi dopo averlo fatto governare nella complicata alleanza a tre -Berlusconi-Fini-Bossi- per sei mesi nel ‘94. Finita a malissime parole tra Silvio e Umberto.

Altro sconvolgimento due anni dopo, quando la Lega s’infila nel vicolo cieco della secessione, versione “per l’indipendenza della Padania”.

Lui, l’indiscutibile capo, ottiene il massimo degli inutili e isolati consensi, capendo che per cambiare le cose non servono rivoluzioni impopolari, bensì solide alleanze di governo. Torna, così, da dove era partito, all’intesa con il Berlusconi da Milano. Un legame che diventa stavolta autentico e con l’obiettivo di pensare al profondo Nord non più contro, ma alla guida di un’Italia che possa devolvere (“devoluzione”: altra parola d’ordine) poteri a chi meglio sappia amministrarli. Riforme, dunque, di cui diventa ministro. Riforme anche costituzionali poi bocciate dagli italiani. Nel 2004 arriva l’ictus, anni dopo le inchieste giudiziarie. Bossi si avvia a diventare il padre nobile di quella Lega che aveva fondato e che nel frattempo con il leader Matteo Salvini scopre la sua dimensione nazionale.

E’ una Lega che non somiglia più a quell’istrione di Cassano Magnago. Ma è una Lega che mai sarebbe nata senza quell’uomo col fuoco dentro di una passione indomabile. “Un sincero democratico”, lo ricorda il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Perfetto ricordo per le sue intuizioni giuste anche in tante battaglie (e polemiche) sbagliate.

(Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale d Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova)

www.federicoguiglia.com

Torna su