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Pensioni, cosa capisco e cosa non capisco della riforma voluta dalla Lega. Firmato: Cazzola

I piani della Lega sulle pensioni: obiettivi, criticità e incognite. Il commento di Cazzola.

“Mi si nota di più se non vado o se vado e non parlo?”. Anche Matteo Salvini si è posto il dilemma di Nanni Moretti e lo ha risolto restando in ufficio al Ministero (almeno così ha dichiarato) a lavorare per sventare lo sciopero dei trasporti l’11 giugno. A tenere la posizione per il Carroccio ci  ha pensato – come sempre – Giancarlo Giorgetti che ha rilasciato anche qualche battuta di prammatica ai media. Assenti anche i leader del Campo largo in senso stretto. Ormai la loro linea di condotta è una sorta di Aventino. Rifiutano la presenza in pubblico insieme ad esponenti del governo e della maggioranza, manifestando così la loro avversione per le armi.

In fondo è una storia vecchia. Durante la Prima Repubblica, quando a metà degli anni ’70, il Pci prese parte alla maggioranza di solidarietà nazionale fu abrogata la festività del 4 novembre in cui si celebrava la sola vittoria dell’Italia nella sua storia, mentre la ricorrenza del 2 giugno venne accorpata con la domenica più vicina. Fu Carlo Azeglio Ciampi a ripristinare nella ricorrenza del giorno fatidico del referendum istituzionale la Festa della Repubblica e a pretendere che si celebrasse la parata ai Fori Imperiali al canto dell’Inno nazionale, che il presidente riteneva bello e solenne.

Verrebbe da porsi una domanda. Non sarà che a causa di questo bipolarismo innaturale che abbiamo adottato – sia pure con variabili ad ogni elezione – e che vogliamo preservare con una legge elettorale sciagurata, ci siamo spartiti anche le Festività nazionali? La sinistra si tiene il 25 Aprile, la destra il 2 Giugno, la Cgil il 1° Maggio. Quanto al Natale la sinistra è pronta a disconoscerlo   per non offendere i mussulmani, mentre la destra si appresta a varare il Festival annuale dei presepi con ricchi premi e cotillons. Scomparsi dalle celebrazioni militariste il fior fiore del Carroccio si è fatto vivo il 2 giugno sulle pensioni, allo scopo di anticipare che, in sede di legge di bilancio 2027, continuerà implacabile la lotta alla riforma Fornero con particolare attenzione al tema dell’età del pensionamento.

È stato lo stesso Matteo Salvini in un’intervista al Giornale a confermare che in via Bellerio si lavora per individuare una nuova forma di uscita anticipata dal lavoro prima dei 67 anni, con l’obiettivo dichiarato di superare gradualmente l’impianto normativo della legge Fornero.

La novità riguarda il ragionamento che la Lega sta sviluppando sul modo in cui viene contabilizzata la spesa pensionistica. «Noi stiamo studiando una norma che dia linearità alla spesa pensionistica, perché ad oggi è costruita al lordo», ha spiegato Claudio Durigon, il plenipotenziario del segretario in materia di pensioni. Il sottosegretario vuole cimentarsi con i conti pubblici come se fosse il gioco delle tre carte nelle sale d’attesa delle stazioni ferroviarie. Il ragionamento è un’ulteriore invenzione dell’acqua calda: la spesa per pensioni ammonta a circa 326 miliardi di euro, a fronte di entrate contributive pari a circa 290 miliardi. Ma una parte rilevante della spesa rientra immediatamente nelle casse pubbliche sotto forma di tassazione.

«L’Irpef è una partita di giro che ritorna allo Stato circa 70 miliardi», osserva. Quindi se ci mettiamo a calcolare la spesa al netto possiamo dimostrare all’Europa e ai mercati che il bilancio si avvicina al pareggio. È’ la stessa logica (condivisa anche dalla Lega) di quanti   pensano di risolvere il problema della sostenibilità del sistema grazie alla separazione tra spesa previdenziale e assistenziale. Come se le autorità italiane fornissero apposta in sede europea dei dati sbagliati quando basterebbero alcune sottrazioni per mettersi in regola. C’è però un problema: le statistiche in Europa e non solo si fanno in base a criteri comuni, concordati e predefiniti. Si vuole evitare quella che Durigon definisce “una partita di giro”? Ma perché farla soltanto con le pensioni e non con gli stipendi dei dipendenti pubblici, con i capitolati di appalto e con tutti i redditi e i flussi monetari che prima o poi finiscono sotto le forche caudine del fisco?  Inoltre, quando si appartiene ad una comunità che si è data delle regole non sembra possibile cambiarle unilateralmente. Si vuole stralciare l’imposta sul reddito a carico dei pensionati in tutta Europa? Resterà più elevata sul PIL quella italiana al netto rispetto alle altre anch’esse al netto. Si tratterebbe di un’operazione di mera propaganda, di maquillage fine a se stesso.

Secondo la Lega grazie al trucco contabile si potrebbero liberare risorse a copertura di “un intervento di flessibilità in uscita con una formula a 64 anni”. Le enunciazioni sono ancora troppo vaghe per capire la proposta. A primo colpo d’occhio sembrerebbe trattarsi di un’estensione anche a quanti sono regolati dal sistema misto della regola del trattamento anticipato prevista dal regime contributivo, a condizione che si sottopongano a questo calcolo. Già oggi i “contributivi puri” – in base alla riforma Fornero – possono andare in pensione a 64 anni di età e con almeno 20 anni di contributi effettivi, a patto che l’importo maturato superi una soglia minima pari a un multiplo dell’assegno sociale; ciò ai fini di garantire anche un requisito di adeguatezza del trattamento.

Rimane da capire quali sono le intenzioni della Lega nei confronti della indicizzazione – a cadenza biennale – dei requisiti anagrafici e contributivi all’incremento dell’attesa di vita. La norma che venne contestata dalla Lega in sede di bilancio 2026 e che, pochi mesi dopo, vide anche le opposizioni scendere in campo per chiederne l’abolizione, senza farsi carico della sua essenzialità per assicurare un corso sostenibile della spesa pensionistica (lorda o netta che sia) sul PIL.

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