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Vi racconto le politiche trumpiane di Biden

Germania Ucraina

Il primo anno di presidenza Biden visto da Tino Oldani per Italia Oggi

 

Joe Biden, 79 anni, ha annunciato di volersi ricandidare nel 2024 alla presidenza degli Stati Uniti, convinto di battere Donald Trump una seconda volta. L’unico ostacolo che potrà fermarlo, ha precisato, sarà soltanto lo stato della sua salute, poiché nel 2024 avrà 83 anni.

È evidente che, con questo annuncio a sorpresa, Biden cerca di la lunga serie di fallimenti che hanno caratterizzato il suo primo anno di presidenza. L’ultimo in ordine di tempo lo ha segnalato Politico: mentre l’Unione europea procede nell’attuazione dell’accordo stipulato in ottobre da 137 paesi per introdurre la minimum tax globale del 15% a carico delle maggiori multinazionali, tanto che martedì scorso ne ha fissato i criteri di applicazione nei 27 Paesi Ue e vi ha aggiunto una proposta di direttiva per tagliare le gambe alle società di comodo (shell companies) create dalle multinazionali per evadere o eludere il fisco, sull’altra sponda dell’Atlantico è bastato il voto di un senatore Usa, il democratico Joe Manchin, per bloccare l’iter per l’introduzione della global tax negli Stati Uniti, tassa di cui Janet Yellen, segretaria al Tesoro, in rapporti di totale fiducia con Biden, si era fatta paladina.

Manchin è dello stesso partito di Biden e fa parte dell’ala moderata, che al pari dei repubblicani pretende una gestione oculata della spesa pubblica. Per questo, aveva anticipato che mai e poi mai avrebbe votato a favore di un piano di rilancio dell’economia superiore a 1.500 miliardi di dollari.

Così, quando in Senato si è giunti al voto sul piano Build back better di 2.250 miliardi proposto da Biden, un volume di spesa sostenuto dell’ala sinistra del partito democratico guidata da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, l’intenzione di voto di Manchin ha bloccato tutto, poiché i democratici hanno una maggioranza risicata e un’eventuale bocciatura avrebbe mandato in fumo l’intero piano di investimenti.

Di conseguenza, è stata bloccata anche la parte del piano che prevede l’introduzione della global minimun tax negli Usa, norma a cui Manchin non si era opposto. Il risultato, tuttavia è un insuccesso clamoroso per Biden.

Questo smacco è solo l’ultimo di una serie. Biden, prima di essere eletto, aveva promesso che avrebbe rivoltato la politica di Trump come un calzino. Ma poi lo ha copiato pari pari.

È stato così sui rapporti con la Cina, dove Biden si sta rivelando, come e più di Trump, ostile a Pechino.

È stato così sull’Afghanistan, paese dal quale Biden ha ritirato il contingente militare Usa, concordato a suo tempo da Trump per ragioni elettorali, e lo ha fatto nel modo peggiore, senza avvertire prima gli alleati che vi avevano portato dei contingenti militari proprio su richiesta americana.

Ed è stato così per la politica sugli immigrati, dove Biden sta riesumando, facendoli propri, alcuni provvedimenti di Trump contro gli immigrati clandestini dal Messico e sulla riforma dei visti temporanei per immigrati altamente qualificati, norme a cui il partito democratico si era sempre opposto.

La continuità tra Biden e Trump nella politica sui migranti, osserva InsideOver, è praticamente totale per i richiedenti asilo che entrano dal Messico: nei loro confronti, Biden ha rimesso in vigore la contestata politica «Remain in Mexico» stai in Messico, varata da Trump, in base alla quale gli immigrati vengono riportati in Messico per tutto il periodo, mai breve, in cui le richieste d’asilo devono essere esaminate. Metodo concordato con il governo messicano, e già ripristinato, benché in campagna elettorale lo stesso Biden l’avesse definito disumano. Inutile dire che, su questo voltafaccia, l’ala sinistra dei democratici, Sanders e Cortez su tutti, è in totale disaccordo con la Casa Bianca. Così come lo è sulla riforma dei visti temporanei per gli immigrati qualificati, che riguarda 600 mila lavoratori, provenienti da India e Cina.

I visti temporanei, secondo l’ala sinistra dei democratici, servono alle aziende per assumere lavoratori stranieri qualificati con bassi salari, e provocano una concorrenza sleale con i lavoratori americani retribuiti meglio, al fine di abbassarne il costo del lavoro.

Tuttavia, colossi Big Tech come Facebook e Google fanno ampio ricorso alle assunzioni di stranieri qualificati, che sono diventati un bacino di voti per il partito democratico, e sono perciò protetti dall’ala mercatista del partito. In campagna elettorale, Biden promise una riforma, affermando che «i visti temporanei non dovrebbero essere usati per disincentivare il reclutamento di lavoratori americani». Comporre le due esigenze, però, si sta rivelando più difficile del previsto, visto che il partito democratico è spaccato in due sul tema. E Biden appare sempre più tentato di fare propria la riforma già proposta da Trump: autorizzare i visti temporanei, compreso l’aumento salariale per questi lavoratori.

Visto che Biden lo sta copiando su tutto, Trump ne ha escogitata una delle sue per metterlo in imbarazzo. In un’intervista a Maria Bartiromo sulla Fox, ha preteso che la Cina paghi 60mila miliardi di dollari agli Usa e al resto del mondo per aver provocato la pandemia Covid 19 con il virus uscito dal laboratorio di Wuhan. Una somma astronomica, pari a 4 volte il pil della Cina e a tre quarti del pil mondiale, calcolata non si sa come. Un indennizzo provocatorio, che Biden, da presidente in carica, non può copiare. Ma è così che Trump, in vista del 2024, cerca di guadagnare per sé il ruolo di nemico numero uno della Cina, lasciando a Biden quello di numero due. Un teatrino poco dignitoso per un grande paese come gli Usa, dove Biden, crollato nei sondaggi al 38%, sembra il burattino che piglia solo mazzate.

 

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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