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Benigni

Benigni seppellisce il Campo largo

È finito in barzelletta il Campo largo con lo show di Benigni a San Pietro. I Graffi di Damato

 

È finito in barzelletta in Piazza San Pietro il campo largo, o comunque preferiscano o decideranno eventualmente di chiamarlo quelli che lo cercano come l’araba fenice per contrapporlo al centrodestra nelle elezioni politiche del 2027, e sperimentarlo nel frattempo a livello locale. Vi è finito grazie a quel diavolaccio scravattato di Roberto Benigni, che ha fatto ridere anche il Papa. Col quale l’artista ha immaginato di affrontare un turno elettorale in cui potere votare Bergoglio scrivendo sulla scheda solo Francesco.

Come la premier Meloni – peraltro presente anche lei ieri alla messa della giornata dei bambini davanti al colonnato seicentesco di Gian Lorenzo Bernini – ha chiesto per sé invitando a scrivere solo Giorgia sulle schede elettorali dell’8 e 9 giugno per il rinnovo del Parlamento europeo. Che la leader della destra italiana intende usare anche per verificare la propria popolarità, o forza politica.

Avrà riso anche lei dello scherzo di Benigni per l’involontario effetto comico sugli avversari che in questa campagna elettorale non le stanno perdonando niente. Né il “la va o la spacca” di qualche giorno fa parlando al festival dell’economia di Trento a proposito dell’esito della sua campagna per l’elezione diretta del presidente del Consiglio, né il “chi se ne frega” opposto ieri, in una intervista televisiva, alla previsione di una sconfitta referendaria del suo progetto formulata da chi l’osteggia.

Se si arriverà davvero al referendum, visto che proprio ieri il vecchio Rino Formica scrivendo di “regime” su Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, ha addirittura sostenuto che le opposizioni potrebbero reclamare le elezioni politiche anticipate se dalle urne dell’8 e 9 giugno i partiti di governo dovessero uscire, nel loro complesso, con una maggioranza inferiore a quella reale degli elettori, calcolando anche gli astenuti. Tesi ardimentosa, a dir poco, emblematica del clima d’ossessione in cui vivono le opposizioni, particolarmente quelle di sinistra.

Ma a tratti anche quelle che si considerano o dichiarano di centro, neppure unite peraltro fra di loro, come anche quelle di sinistra, o progressiste, come preferisce definirsi Giuseppe Conte con le cinque stelle di un Beppe Grillo ormai restituito al teatro e di fatto declassatosi, pur da “garante”, a consulente a contratto del movimento per la comunicazione. Che è tutta condotta e gestita personalmente dall’ex premier alternando la pochette alle scarpe di ginnastica e palleggiando con una sua candidata col sogno di segnare a Strasburgo.

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