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Purgatori

Perché non mi unisco alla beatificazione del collega Andrea Purgatori

Andrea Purgatori? Non solo scoop. L'intervento di Gregory Alegi, storico, giornalista e docente alla Luiss

 

«La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità», scriveva cinquecento anni fa John Donne. «E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.» Proprio per questo, la scomparsa del noto conduttore, sceneggiatore e giornalista Andrea Purgatori è una tragedia umana. La malattia fulminante che lo ha travolto oggi lascerà in quanti gli erano vicini un vuoto che i tanti tributi alla memoria non potranno riempire. Ma lasciatemi dire che di qui alla sua santificazione, senza istruttoria, ma per chiara fama, fino all’applauso alla Camera, ce ne corre.

Poiché Santa Romana Chiesa prevede che nelle cause di beatificazione parli anche l’avvocato del Diavolo, chiedo la parola. Con un’avvertenza: è un po’ che studio da diavolo. Con Purgatori, da vivo, avevo duellato più volte, direttamente e indirettamente, per Ustica l’unica inchiesta che ci aveva accomunati e sulla quale eravamo giunti a conclusioni diametralmente opposte. Lui per la battaglia aerea con missili e caccia di nazionalità variabile, io per la bomba certificata dal collegio peritale d’ufficio. Insomma, se oggi non mi unisco al coro dei laudatores non è per un’improvvisa sindrome di bastian contrario ma perché quando seguii i processi in Ustica in Assise d’appello, Cassazione e Corte dei Conti non lo vidi mai seduto a prendere appunti. Amicus Plato, sed magis veritas.

Al lettore non era sempre chiaro che in Purgatori coesistevano il giornalista che aveva studiato alla Columbia School of Journalism e il presidente del sindacato degli sceneggiatori, il cercatore di documenti e il conduttore TV che doveva trovare scoop settimanali, il cronista e il protagonista. La capacità di drammatizzare lo rendeva capace più di immaginare scenari che di sottoporli a una rigorosa verifica, o almeno dar conto malvolentieri dei risultati di tale verifica. È il caso della partecipazione della portaerei Saratoga alla presunta battaglia aerea. Daria Lucca ha attribuito a Purgatori l’idea di verificare sui registri della capitaneria la sua eventuale uscita ed entrata dal porto di Napoli la notte tra il 27 e il 28 giugno. Può darsi. Di sicuro il giudice istruttore andò oltre, sequestrando le foto degli sposi partenopei di quei due giorni per individuare la nave sullo sfondo: emerse che era presente in entrambi i giorni, sostanzialmente nello stesso punto. Al processo fu esaminata la posizione di ogni portaerei potenzialmente coinvolta, dimostrando che era altrove. Di questo la narrazione del missile, della quale Purgatori fu l’alfiere, non ha mai dato conto ai lettori.

E perché non dire che la sua passione per lo scoop si era tradotta in scivoloni anche su altri temi? Il più celebre è forse «il video dell’uccisione del generale Suleimani», il comandante dei pasdaran iraniani, colpito da un drone statunitense il 3 gennaio 2020 nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Cinque giorni dopo, l’8 gennaio, Purgatori trasmetteva nel suo programma Atlantide le immagini esclusive. Bastavano poche ore ai giornalisti Paolo Attivissimo e David Puente, da tempo impegnati contro bufale e fake news, per rivelare su Twitter e quotidiano Open che le spettacolari immagini dell’attacco erano tratte dal videogioco AC-130 gunship simulator. Peggio ancora, nel 2017 quelle stesse immagini erano state diffuse dal ministero della Difesa russo spacciandole per un attacco americano all’ISIS. Purgatori sostenne che la sua presentazione delle immagini era stata fraintesa, ma la puntata scomparve subito dal sito di La7. L’analisi di Open, invece, è ancora in linea.

Si potrebbe andare avanti con fatti piccoli (l’inesistente TF-104S che avrebbe volato il 27 giugno, che gli contestai in radio) e grandi (l’intervista al marinaio della Saratoga, senza fact-checking e con traduzioni forzate), ma gli esempi possono per illustrare come il giovane paladino dell’inchiesta scomoda si fosse gradualmente trasformato nel difensore della sua stessa carriera, non disposto ad accettare che le sentenze penali giungessero a conclusioni diverse dalle sue. O, per dirla con i numeri (ah, il data journalism anglosassone!), che tra gli 84 indagati di Priore non ci sia stata una sola condanna in sede penale – altra notizia non data.

Ma, in ultima analisi, a dire che la storia più famosa di Purgatori appartenga più allo sceneggiatore che al giornalista è soprattutto la corte d’Assise d’appello di Roma, che motivando l’assoluzione dei generali (gli stessi che nel Muro di gomma erano stati mostrati a cantare Nessun dorma) scrissero frasi tanto lapidarie quanto sconosciute a troppi italiani. «Tutto il resto è fantapolitica o romanzo che potrebbero anche risultare interessanti se non vi fossero coinvolte 81 vittime innocenti», (pag. 116). Oppure, sulla questione del Mig libico, «tutto il resto è frutto della stampa che si è sbizzarrita a trovare scenari di guerra fredda o calda fino a cercare un (falso) collegamento con la caduta di un aereo Mig di nazionalità libica avvenuto in data successiva». (pag. 116)

L’avvocato del diavolo ha finito l’arringa. Il postulatore della causa chieda pure la beatificazione, se lo ritiene.

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Aggiornamento:

I generali mostrati in Muro di gomma cantavano Nessun dorma e non Faccetta nera, come erroneamente scritto nella prima versione dell’articolo pubblicato. (G.A.)

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