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Centrodestra

Chi e come sbraita contro l’Autonomia differenziata

Maggioranza di governo e opposizioni alle prese con il dossier Autonomia differenziata. La nota di Paola Sacchi.

Che l’Autonomia differenziata insieme con il Presidenzialismo fosse nel programma di governo del centrodestra, quel programma comune con il quale la coalizione si è presentata alle urne, non è una novità. Eppure, nonostante sia già prevista dalla Costituzione, a differenza del Presidenzialismo, la strategia delle opposizioni è quella di battere il tasto dell’allarmismo anche sull’Autonomia definita come una sorta di “spacca Italia”, che dividerebbe il Nord dal Sud, i ricchi dai poveri e gravi pericoli vari all’orizzonte.

Che ci sia un dibattito con sensibilità e sfumature diverse anche all’interno della stessa coalizione di centrodestra, tra governatori del Sud, come quello della Calabria, l’azzurro Roberto Occhiuto che, sottoscrivendo l’Autonomia differenziata, sottolineano l’importanza del fatto che sia garantita la perequazione (cosa già prevista, ha ricordato il ministro leghista Roberto Calderoli) è normale. Ed è anche normale che il vicepresidente della Camera, cofondatore di FdI, Fabio Rampelli, ricordi che occorre anche dare in Costituzione poteri a “Roma capitale”, come per altre capitali europee. Cosa ricordata anche dal coordinatore di FI, vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

Ma l’Autonomia differenziata, insieme ai rincari della benzina, sono ora diventati i cavalli di battaglia della nuova campagna allarmistica del Pd e delle opposizioni, con un “terzo polo” di Carlo Calenda e Matteo Renzi, sempre più oscillante tra proposta e lotta sulla scia di un Pd in gravi difficoltà, al punto che il governatore emiliano Stefano Bonaccini deve fare un passo indietro rispetto alla sua posizione favorevole all’Autonomia per non bruciarsi la sua candidatura alla guida del Pd.

Il tentativo è sempre quello di scavare un cuneo nella maggioranza, tra il premier Giorgia Meloni, il cui partito FdI ha per vessillo il Presidenzialismo, e l’azionista numero due, la Lega di Matteo Salvini che ha nell’Autonomia differenziata l’obiettivo principe. Alla protesta che sta montando anche con una serie di sindaci che hanno scritto al Quirinale, ieri ha risposto Salvini, da una conferenza stampa a Trento, con il presidente leghista della provincia autonoma Maurizio Fugatti.

Il vicepremier, ministro delle Infrastrutture e Trasporti ha ricordato come sia “curioso che chi si appella sempre alla Costituzione poi quando si tratta di Autonomia, già prevista dalla stessa Costituzione, eccepisca”. E ha usato parole unitarie all’insegna del programma comune di governo: “Io penso che la stragrande maggioranza delle Regioni italiane dirà sì. I Paesi federali nel mondo sono quelli che crescono di più e sprecano di meno. Arrivare a fine legislatura con una Repubblica federale e presidenziale è giusto”.

Salvini ha insistito sui vantaggi che la riforma porterà al Centro Sud, ricordando che “Palazzo Chigi ha ben chiaro il percorso”. Autonomia, Presidenzialismo, riforma della Giustizia sono stati i tre temi cardine del centrodestra ricordati da Salvini (“Il 2023 sarà l’anno della modernità, anche sbloccando centinaia di cantieri”) che ha difeso il ministro degli Affari regionali e Autonomie Calderoli: “È la persona più adatta”.

Ma l’Autonomia è diventata tema di scontro di un Pd che teme di essere scavalcato da una campagna dai toni ancora più allarmistici di Giuseppe Conte al Sud. Il “terzo polo” sembra seguire la scia protestataria, mentre è sempre più stretto nel Lazio tra Pd e Cinque Stelle, dopo la mossa a sorpresa del dem Alessio D’Amato, candidato anche da Calenda, che ora invece cerca l’accordo pure con i pentastellati. Sembra un replay di Letta-Calenda e l’accordo elettorale saltato a Ferragosto. Ma stavolta ad essere spiazzato è il leader di Azione.

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