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Attacco Isis alle forze speciali italiane in Iraq: fatti, analisi e commenti (bislacchi). Il post di Raineri (Il Foglio)

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Iraq

I numeri degli attacchi dello Stato islamico a Kirkuk (Iraq) nel 2019 consigliano di non legare l’attacco a quello che succede in Siria, quindi all’offensiva turca o al ritiro Usa. Gli attacchi dello Stato islamico che aumenteranno a causa di quegli eventi sono altrove. Il post di Daniele Raineri (Il Foglio) tratto dal suo profilo Facebook

 

 

“I nostri ragazzi”. Sentire il ministro Di Maio (33 anni) che chiama i militari feriti della Task Force 44 “i nostri ragazzi” è patetico. Sono professionisti che hanno superato una selezione molto dura, hanno un livello di competenza molto alto e operano all’estero (in inglese, a volte nelle lingue locali) in partnership con altre forze militari. I feriti di ieri hanno un’età media più alta di quella del ministro. L’obbligo di leva è finito sedici anni fa, la retorica dovrebbe adeguarsi ai tempi.

L’attacco dovrebbe essere avvenuto a sud di Kirkuk, che è una città nel nord-est dell’Iraq – anche se in realtà il luogo non è ancora chiaro. A sud di Kirkuk c’è la zona dei monti Hamrin, un’area un po’ appenninica tanto per capirsi, una sequenza di colline ripide e disabitate e pianure aride che va avanti per decine di chilometri verso un’altra provincia che si chiama Diyala. Molti uomini dello Stato islamico hanno scelto quella regione come nascondiglio dopo avere perso il controllo del territorio perché è l’ideale per continuare la guerriglia.

Nella foto il tracciato di un aereo di sorveglianza della Coalizione (via @5472_nde) che insiste molto sull’area di Rashad, fra Kirkuk e Tikrit, quindi verso la provincia di Salaheddin, un’altra dove lo Stato islamico è ancora presente anche se non come più a est. Sono le 11.38, durante l’evacuazione dei feriti italiani. Possibile che l’aereo seguisse da molte ore tutta l’operazione contro lo Stato islamico dall’alto: i circoli molto ripetuti a sinistra.

Considerato che le forze di sicurezza irachene non possono sorvegliare in modo permanente migliaia di colline deserte e di anfratti, fanno spesso operazioni in profondità dentro questi territori ostili. A volte trovano i nascondigli, li distruggono, prendono le armi se ce ne sono, attaccano i nemici se li vedono, provano a tenere lo Stato islamico sulla difensiva. E’ molto probabile che l’operazione di ieri fosse di questo tipo, a caccia di guerriglieri. Quelli dello Stato islamico non si fanno quasi mai vedere – perché non ha senso cercare lo scontro diretto contro forze superiori – ma spesso di notte si avvicinano alle zone abitate, scendono dai loro nascondigli per fare posti di blocco sulle strade, rapiscono o uccidono persone che loro hanno individuato come nemici, e piazzano trappole esplosive sulle vie che sanno saranno percorse da queste spedizioni contro di loro.

“Torna l’Isis”, leggo in molti titoli. L’attacco è avvenuto nell’area di Kirkuk. Questi sono i numeri degli attacchi dello Stato islamico a Kirkuk nel 2019: a gennaio 28, a febbraio 17, a marzo 15, ad aprile 13, a maggio 35, a giugno 18, a luglio 15, ad agosto 21, a settembre 22. I numeri degli attacchi a Diyala, che è la provincia a sud di Kirkuk: a gennaio 32, a febbraio 26, a marzo 17, ad aprile 30, a maggio 35, a giugno 27, a luglio 28, ad agosto 42, a settembre 37. Come si vede, dire che lo Stato islamico starebbe “tornando” non ha senso. Lo Stato islamico si è ritirato in quella zona, cerca di riorganizzarsi (come fa sempre), le forze di sicurezza irachene tentando di sradicarlo anche da lì. I militari delle Forze speciali stavano operando nella zona dove lo Stato islamico è ancora aggressivo e sono stati colpiti da uno dei tanti attacchi.

Come si vede dai numeri non ha senso legare l’attacco a quello che succede in Siria, quindi all’offensiva turca o al ritiro americano. Gli attacchi dello Stato islamico che aumenteranno a causa di quegli eventi sono altrove, nella lunghissima valle dell’Eufrate in territorio siriano, non a sud di Kirkuk in Iraq. Non hanno senso neppure frasi come “nonostante la morte di al Baghdadi due settimane fa”: la morte dei capi precedenti (Zarqawi 2006, Abu Omar 2010) non ha fermato gli attacchi dello Stato islamico.

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