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Apple, Intel, Ibm e non solo. Chi mormora (e perché) per i dazi di Trump anti Cina

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Diverse le aziende Usa che, per colpa dei dazi, hanno dovuto rinunciare ad accordi e licenziare i dipendenti. Articolo di Giusy Caretto


Chi di spada ferisce, di spada perisce. La politica protezionista di Donald Trump non sta portando i frutti attesi, anzi a fare le spese della guerra commerciale intrapresa con la Cina sono proprio le aziende a stelle e strisce. Quelle piccole soprattutto, che si vedono costrette ad affrontare costi inattesi di una politica che hanno appoggiato e supportato (le aziende in difficoltà si trovano soprattutto in contee che hanno votato con entusiasmo il Tycoon). Ecco tutti i dettagli.

PICCOLE E MEDIE AZIENDE COLPITE DALLE TARIFFE

Le piccole e medie aziende, a causa dei dazi, devono far fronte a costi inattesi ed aumentare i prezzi dei loro prodotti. Come rivela un’indagine del Wall Street Journal, l’introduzione delle tariffe sembra colpire proprio quelli che Trump vuole aiutare (o almeno aveva promesso).

La Smokey Mountain Trailers, una piccola concessionaria di rimorchi per auto di Lenoir City (Tennessee) per non trovarsi in serie difficoltà economiche, ha dovuto aumentare i prezzi del 7%, per i dazi imposti sull’acciaio e l’alluminio cinese.

C’è anche chi, proprio a causa delle tariffe, deve rimodulare lavoro ed organico: è il caso, per esempio, della Tusco Display, azienda produttrice di infissi, che ha rinunciato all’installazione di un nuovo impianto per levigare il metallo da un milione di dollari. Non solo: la società ha dovuto licenziare venti lavoratori e ha sospeso il pagamento di altri dieci buste paga nel mese di giugno per il calo degli ordinativi da parte dei venditori al dettaglio.

La Pak-Sher, azienda texana produttrice di packaging per alimenti, ha rinunciato ad un accordo con un fornitore in Cina ed ha chiuso il settore della produzione di involucri di plastica.

ANCHE I BIG TECH IN DIFFICOLTÀ

Anche le grandi aziende, in America, sono chiamate a fare i conti con le scelte protezioniste di Donald Trump, ma riescono comunque a restare a galla e rientrare nei propri progetti con i tagli alle tasse e l’aumento degli ordinativi.

A pagarne maggiormente le spese sono i big del settore tech. Intel, Dell, Ibm ed Apple, infatti, fanno assemblare in Cina i loro prodotti e per farli rientrare in patria devono pagare più tasse. La conseguenza? Un aumento del costo del prodotto finale: le vere vittime sono i consumatori.

ADDIO COMPETITIVITA’?

Le conseguenze, in realtà, potrebbero essere ben più grandi di quanto si immagini, soprattutto nel settore delle telecomunicazioni, i cui prodotti sono uno dei segmenti a più alta crescita tra le importazioni cinesi negli Usa. Rifacendoci ai dati della US International trade commission, nel 2014 i prodotti del settore Tlc rappresentavano il 40% del totale dell’import della Cina verso gli Stati Uniti.

AGRICOLTORI DELUSI

La guerra in corso tra Cina ed Usa ha colpito anche gli agricoltori del Midwest: di risposta ai dazi americani, infatti, Pechino ha imposto tariffe del 25% sui germogli di soia e sul mais. La decisione ha avuto un forte impatto sugli agricoltori a stelle e strisce, che lo scorso anno hanno venduto quasi un terzo del loro raccolto in Cina (in termini di dollari, solo gli aerei rappresentano un’esportazione più significativa verso la seconda più grande economia del mondo).

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