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Quell’anti-craxismo duro a morire a sinistra

Berlusconi

Il corsivo di Paola Sacchi

 

Sul nome di Craxi, come per la nemesi storica della “rivincita di un cognome” (copyright il deputato FI Sestino Giacomoni; anzi, della Craxi, senatrice FI, neo-presidente della commissione Esteri del Senato), si sfarinano i Cinque Stelle e va in confusione il Pd, che dei pentastellati aveva fatto l’alleato strategico del cosiddetto “campo largo”. Il segretario dem Enrico Letta, pur avendo posizionato il suo partito subito sull’asse atlantico, fino a ieri sera, paradossalmente a differenza di Giuseppe Conte, che Stefania Craxi ha ringraziato, non aveva ancora fatto complimenti pubblici alla neo-presidente, a differenza di alcuni esponenti come Andrea Marcucci e Tommaso Cerno. Letta, con l’evidente tentativo di tenere bassa la però più che evidente disfatta dell’alleato strategico, la ha scaricata sul “centrodestra di governo”, accusato di aver “fatto un errore” per la stabilità di governo.

Toni, peraltro, che non suonano elegantissimi nei confronti stessi della neo-presidente. La quale, con aplomb assolutamente unitario, nel solco di suo padre, lo statista “Bettino”, ha, invece, subito ammonito che la politica estera deve essere la cifra politica unitaria di un Paese, tanto più di un grande Paese tra i fondatori dell’Europa, come ha ribadito nelle tante interviste rilasciate. E, anzi, ha riferito che sono numerosi i complimenti di esponenti Pd che le sono arrivati.

Ma non è evidentemente mera questione di complimenti, seppur in politica contino. Il punto politico, sintetizzato nella sua brutalità, è che la sinistra e il suo principale partito il Pd, nonostante il posizionamento atlantico, di cui a Letta va dato atto, avrebbe preferito, in nome degli equilibri di governo – di cui anche Forza Italia è però azionista di peso al tempo stesso, per giunta anche priva fino all’altro ieri della guida di una commissione – un grillino. Certamente non filo-putiniano come Vito Petrocelli, ma sempre un “campione” dell’anti-politica, al posto della figlia dell’ex premier socialista del governo più longevo della Prima Repubblica, l’uomo che difese il principio della sovranità nazionale a Sigonella, ma anche il leader occidentale che l’amministrazione Reagan ringraziò perché decisivo in Europa per la fine della guerra fredda, con l’installazione degli euro-missili a Comiso. Per cui da sinistra fu attaccato e bollato, con “marce di pace”, come “L’Amerikano”. Un ruolo quello di Craxi e “il leale” Giulio Andreotti, messo a fuoco, in modo storiografico e scientifico da un convegno proprio pochi giorni fa da una giornata di studi della Fondazione Craxi, creata dalla neo-presidente del commissione Affari esteri di Palazzo Madama.

Purtroppo, forti residui di anti-craxismo a sinistra, pure in aree cosiddette “catto-comuniste”, costituiscono ancora un’ombra che grava sulla storia del Pd, ex Pci, Pds, Ds. Quel Pd che ora, tranne eccezioni come quella del costituzionalista Stefano Ceccanti, cattolico e garantista, esponente di “Libertà Eguale”, e con l’altra eccezione del sindaco dem di Bergamo Giorgio Gori, la componente riformista, che voterà tre sì, sembra si appresti a votare, dando libertà di coscienza, cinque no ai referendum sulla giustizia, del 12 giugno, promossi da Lega e Radicali. Insomma, atlantici sì, sull’inaccettabile aggressione della Russia all’Ucraina, come Silvio Berlusconi, nonostante certi distorcimenti con estrapolazioni del suo pensiero, ha ribadito fino a ieri, ma non molto “atlantici”, si potrebbe dire, esemplificando, sul nome di Craxi in politica estera e sui referendum-giustizia per una vera svolta garantista.

In tutto questo, colpisce che sia il cosiddetto “populista” Matteo Salvini, leader della Lega, tanto inviso a una sinistra così sempre attenta, e aiutata da un mainstream amico, a cercare di coprire il terremoto grillino; quel Salvini, l’unico che in Italia, secondo questa narrazione, sarebbe stato “l’amico di Putin”, a declamare, anche ieri, nell’aula del Senato, il nome di Bettino Craxi, per la “politica estera di grande equilibrio, volta alla pace”, unito a quelli di Aldo Moro, Romano Prodi e Silvio Berlusconi. Alla fine crollano certi stereotipi narrativi e il premier Mario Draghi ascolta con attenzione quei nomi che risuonano in aula, proprio per bocca di un leader sempre demonizzato come una sorta di “sfasciatutto”. Salvini, il segretario federale della Lega, che oltre alla partecipazione al governo di emergenza nazionale ha contribuito alla ri-elezione di Sergio Mattarella, l’altra mattina è stato, dopo il coordinatore nazionale azzurro Antonio Tajani, la presidente dei senatori FI Annamaria Bernini, la vicepresidente Licia Ronzulli e poi un’infinità di esponenti azzurri parlamentari e in ruoli di governo, il primo alleato di Forza Italia, nel centrodestra di governo, a dirsi “felice, perché l’apprezzo e la stimo” per la nomina della senatrice Stefania, già sottosegretario al ministero Esteri dell’ultimo governo Berlusconi.

La Craxi alla Farnesina ebbe un ruolo chiave, per competenze e conoscenze, nel solco del padre Bettino, nel Mediterraneo. Un ruolo che l’Italia, ha subito sottolineato la presidente dopo l’elezione, deve riconquistare, come ponte Sud dell’Europa. Stefania Craxi lo ha detto dopo aver subito fissato, con estrema chiarezza, che la posizione dell’Italia è sull’asse dell’alleanza atlantica, ma “senza subalternità”, in ricordo di Sigonella. Serve, quindi, “una dura risposta ” – suo padre, come ha ricordato nelle interviste e al convegno “Craxi Andreotti”, i due “giganti che resero l’Italia protagonista”, è stato sempre per l’invio delle armi ai popoli oppressi – all’aggressione russa all’Ucraina, ma questo proprio per poter aprire un vero negoziato di pace.

Certamente, come lei stessa ha riconosciuto, nel centrodestra ci sono sfumature diverse, ma “sui i grandi temi c’è unità”. È quel centrodestra di governo e di opposizione (anche con il concorso di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni) che l’ha eletta. È stato, quindi, davvero “un errore”, secondo la sinistra italiana, eleggere alla guida della commissione Affari Esteri la senatrice Craxi, che ieri ha apprezzato il discorso del premier Draghi? O c’è ancora a sinistra una svolta da fare anche su un certo anti-craxismo persino sulla politica estera, che dovrebbe essere invece la cifra unitaria di un Paese, una politica modernizzatrice, pragmatica, equilibrata? O il nome di Craxi e la politica estera debbono finire in una piccola diatriba dettata da equilibrismi del giorno per giorno alla ricerca di supremazia da parte della sinistra in un governo, cui tutti furono chiamati a contribuire, di cui anche Forza Italia e Lega sono azionisti portanti?

“Vivo apprezzamento per le parole del presidente del Consiglio, Mario Draghi. Una posizione condivisa, che unisce le forze di maggioranza e, ancor più, l’intero parlamento. Fermezza e diplomazia sono le coordinate della nostra azione internazionale, specie in questo momento così delicato, con il chiaro obbiettivo di dare vita ad un tavolo negoziale. Il nostro orizzonte è la sicurezza dei popoli e la ricerca non solo di un cessate il fuoco ma di una pace stabile, che dobbiamo coltivare in sinergia con i nostri alleati”, ha dichiarato la presidente Craxi. E ha aggiunto: “Sono certa che l’Italia e il parlamento tutto sarà all’altezza delle sfide che si stagliano all’orizzonte e della sua storia. Un grande paese come l’Italia non può dividersi sulle grandi scelte internazionali”.

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