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L’amore ai tempi del coronavirus

Tempi Coronavirus

Il Bloc Notes di Michele Magno

La Rete ha la memoria lunga. Anche se la trasmissione risale ad alcuni mesi fa, sui social media ancora se ne parla suscitando discussioni surreali. In effetti, durante una puntata di “Generazione Giovani” (Rai2) è stato mandato in onda un servizio sulla copulazione ai tempi del coronavirus che resterà negli annali della televisione italiana.

Così abbiamo appreso che, secondo una valente psicoterapeuta, si può fare sesso rispettando le seguenti (testuali) “linee guida”: 1) Attenzione all’igiene personale e del luogo; 2) Ambiente il più possibile ampio e ventilato; 3) Contatti il meno possibile ravvicinati; 4) Purtroppo [sic!] ma necessario indossare una mascherina.

Tradotto alla buona, si può quindi avere un rapporto solo dopo aver fatto una energica doccia schiumata, mai in una porcilaia, preferibilmente su una spiaggia della Sardegna, almeno a un metro e mezzo di distanza, con la bocca rigorosamente catafratta.

Servizio pubblico o pudìco? Stato etico o etilico? Ai contemporanei l’ardua sentenza.

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La settimana scorsa, nella conferenza stampa d’addio dell’ex direttore sportivo bianconero Fabio Paratici, il presidente Andrea Agnelli ha ribadito che la “Superlega non è mai stato un colpo di stato, ma un grido d’allarme […] Juventus, Real Madrid e Barcellona sono determinate a raggiungere una riforma delle competizioni”. Ora, i tre club (ma non sono i soli) che non hanno abbandonato l’idea sostengono che più soldi significa più spettacolo, più spettacolo significa più business, più business significa più opportunità per tutti.

Può darsi. Fino ad ora, tuttavia, ha significato solo più debiti per i soci fondatori della Superlega. Se non ci fosse stata la nefasta copertura dell’Uefa e, in qualche caso, dei governi nazionali, quasi tutti avrebbero già dovuto portare i libri in tribunale. Non per caso il Bayern di Monaco, l’unica grande società con i conti in ordine, è stato il primo a sfilarsi dal progetto di un nuovo, e esclusivo, torneo europeo.

Poiché non sembra che gli amministratori della “sporca dozzina” (copyright del presidente Uefa Aleksander Ceferin) abbiano intenzione di ridurre i costi di gestione, i maggiori ricavi non riusciranno mai a sanare i deficit di bilancio. In attesa del botto finale, che prima o poi ci sarà. Inoltre, siamo proprio sicuri che veder giocare ogni anno sempre le stesse squadre — con poche eccezioni — renderebbe più attraente lo spettacolo pallonaro? Ne dubito.

Il gioco più popolare del mondo si basa sulla compravendita di una merce particolare, la passione dei tifosi. Una merce il cui valore è costituito anche dalla possibilità che la squadra più debole possa battere, almeno qualche volta, quella più forte; che la mia Lazio, insomma, possa sconfiggere almeno una volta il Manchester City. Se si elimina alla radice questa chance, alla lunga lo spettacolo rischia di diventare troppo ripetitivo e noioso (con meno ascolti, meno diritti televisivi, meno introiti e bilanci sempre più in rosso).

Da ultimo, la Superlega si configurava come un vero e proprio monopolio, con forti barriere all’ingresso e un chiaro abuso di posizione dominante. È davvero difficile pensare che possa rappresentare un bene per l’insieme del movimento calcistico continentale. Qui sovviene l’antica lezione di Luigi Einaudi: “I liberali devono abbattere e contrastare tutti i monopoli legali […], ma se poi, distrutti tutti quei monopoli quali derivano dalla legge, qualche monopolio dovesse restare ancora, noi dovremo essere contrari a questo monopolio e anche questo dovremo abbattere. Siano monopoli dei datori di lavoro, siano dei lavoratori” (discorso al primo congresso del Pli, Roma, 1946).

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