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Alitalia, Ilva, Popolare Bari e debito? Serve un comitato di salvezza nazionale. Il commento di Polillo

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Con crisi come Alitalia, Ilva e Banca Popolare Bari, l’appello di Salvini per un comitato di salvezza nazionale non può essere archiviato. Il commento dell’editorialista Gianfranco Polillo

L’appello di Matteo Salvini per un comitato di salvezza nazionale non può essere archiviato, con una scrollata di spalle. C’è inevitabilmente chi lo accuserà di strumentalismo per rientrare nel gioco della politica. Può anche darsi. Ma, al di là degli interessi di bottega, le preoccupazioni, che hanno animato quella proposta, sono reali.

L’Italia sta, neppure non troppo lentamente, sprofondando. Sopravvive solo grazie a continui rinvii e promesse che, a conti fatti, sarà difficile mantenere. Matteo Renzi fu, anche giustamente, criticato per gli 80 euro messi in busta paga a favore dei precettori dei redditi più bassi. Allora furono spesi 10 miliardi, che divennero strutturali. Oggi il governo, per gli stessi obiettivi, non solo economici, ma politici, ne stanzia solo 3. Che, a regime, dovranno diventare 6. Le differenze tra questi importi sono la dimostrazione plastica di un senso d’impotenza. La constatazione che l’Italia, e non solo Venezia, ha l’acqua alla gola. Se i risultati tangibili, in termini di sviluppo e di benessere collettivo, della decisione renziana, sono state modesti, come si può pensare che, investendo meno della metà delle risorse, si possano ottenere risultati migliori.

Ma il governo — si dirà — promette, anche, di mettere in cantiere una più complessa riforma fiscale. Vedremo. Resta tuttavia la grande incognita di dove trovare le necessarie risorse. Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, pressato sull’argomento, ha rispolverato la vecchia tesi del contrasto all’evasione fiscale. Un bis dell’attuale legge di bilancio: foglia di fico per nascondere la carenza di coperture. Nel frattempo, tutti gli indicatori — produzione industriale, previsioni di crescita, fiducia delle imprese e delle famiglie — dimostrano il contrario. Quasi nessuno crede nella possibilità di una svolta. Se non fosse così, il mercato avrebbe, come avviene di solito, anticipato le possibili mosse. E voltato pagina.

Quindi non illudiamoci. Almeno noi. Lasciamo che siano gli altri a cullarsi in questo miraggio. Non vale nemmeno la pena interrogarsi se si tratti di semplice gioco politico o ingenua credenza. Non sposta alcunché. Da parte nostra, comunque, nessuna pregiudiziale: pronti a ricrederci al minimo stormir di foglia. Che nel caso in ispecie significa: soluzioni credibili per l’Ilva ed Alitalia, come per la Popolare di Bari. Il nominalismo di una ”Banca per gli investimenti del sud“, interamente controllata dallo Stato, secondo le ultime indicazioni governative, è solo una fake new. Il Mezzogiorno è l’ultimo vagone di un treno ansimante. Se non cambia la locomotiva, grazie ad una politica di sviluppo, è inutile gettare il cuore oltre l’ostacolo, e sperare nello “stellone” solo perché quel progetto era contenuto nel programma elettorale dei 5 stelle. Semmai: un aggravante visto i fallimenti finora inanellati.

La proposta di istituire una situation room, dove affrontare i drammatici problemi del Paese, risponde pertanto alla difesa dei reali interessi nazionali. Che c’entra nulla con il “sovranismo”. Altrimenti la stessa guerra di liberazione nazionale, che fu propria di una parte della stessa Resistenza, dovrebbe essere declassificata a semplice moto ribellista.

L’Italia, com’è fin troppo noto, possiede il terzo debito del mondo. Il culmine in 158 anni di storia patria. In cui è successo di tutto. Dallo Statuto Albertino, al regime fascista, con l’intervallo di due guerre mondiali. Quindi la riconquista delle libertà, il regime democratico ed il susseguirsi delle varie forme repubblicane. In questo lungo periodo, il suo controllo si è sempre dimostrato effimero. Il rapporto debito-pil è sceso solo durante il periodo giolittiano. Poi nel ventennio fascista e quindi negli anni della Ricostruzione. Per poi crescere, seppure con ritmo diverso, all’indomani del 1973: sull’onda dell’aumento dei prezzi del petrolio, che portarono alla stagflazione.

Finora le terapie sperimentate non solo non hanno risolto il problema, ma lo hanno aggravato. C’è quindi motivo per avviare una riflessione che riguardi tutti: maggioranza ed opposizione, famiglie ed imprese, giovani ed anziani. Non solo in economia, ma in medicina, quando la cura non funziona, si cercano nuove strade. Nei casi più difficili si ricorre ad un consulto, che chiama in causa competenze diverse. Questo dovrebbe essere il sentimento che ispira una classe dirigente, che abbia a cuore i grandi interessi nazionali.

La Lega di Matteo Salvini sembra aver compreso l’urgenza del provvedere. Non si faccia, quindi, scoraggiare da eventuali rifiuti o risposte tartufesche. Insista sull’argomento. Ne faccia una campagna permanente, per far emergere tutte le contraddizioni di coloro che oppongono il “gran rifiuto”. Prima o poi, ma più prima che poi, finiranno all’inferno, in compagnia di Celestino V.

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