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30 aprile 1993, storia di un linciaggio

Il libro di Facci “30 aprile 1993 – Bettino Craxi, l’ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica” (Marsilio editore) ieri è stato presentato in anteprima dalla Fondazione Craxi. Il punto di Paola Sacchi fra cronaca e storia

 

Filippo Facci, come in un film, per fotogrammi, scene finora rimaste inedite, viste e vissute da dentro, non solo da fuori, descrive il “linciaggio”, “la violenza, vera violenza” contro Bettino Craxi, quasi minuto per minuto.

Hotel Raphael, non solo un lancio di monetine, valanga di monetine, tintinnare di “pioggia metallica”, ma anche di sampietrini, mattoni, persino un ombrello. La prima aggressione “squadristica” (parole di Craxi che li definì anche “tiratori di rubli”) fin nella sua residenza privata che mai fino ad allora era toccata a un leader politico, ex premier del governo più longevo della Prima Repubblica.

Il libro di Facci “30 aprile 1993 – Bettino Craxi, l’ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica” (Marsilio editore), ieri presentato in anteprima dalla Fondazione Craxi con la casa editrice, ricorda Stefania Craxi, che ha fondato l’istituto storico, e oggi senatrice di Forza Italia, “è il giorno in cui nacque il mostro giustizialista”. È “la data spartiacque tra la Prima Repubblica e l’oggi”, dice, introducendo i lavori, il segretario generale della Fondazione Craxi Nicola Carnovale.

“Una randellata nello stomaco, a rileggere ciò che accadde in quelle 48 ore (dopo che la Camera negò molte delle autorizzazioni a procedere per Craxi, ndr)”, confessa Margherita Boniver, che al Raphael era quel giorno, ex ministro, e oggi presidente della Fondazione Craxi. La senatrice Stefania, oggi vicepresidente della commissione Esteri di Palazzo Madama, non fa una testimonianza solo da figlia.

Come racconta Facci nel libro, al termine di quel 30 aprile, alle 23,50, mentre era a letto per una gravidanza complicata, fu raggiunta a Milano da una telefonata addolorata, ma asciutta e di poche parole del padre che le disse: “Una Craxi non piange”. Stefania sottolinea che la sua è “una battaglia politica”. Perché “Craxi si è battuto a difesa del primato della politica”. Craxi, infatti, “non difese un vecchio e obsolescente sistema, chiese una soluzione politica, fu invece preservata da Mani pulite solo una parte, gli eredi del Pci”, ammonisce Stefania. Chiosa: “Oggi l’Italia si ritrova con tutti quei nodi irrisolti, a cominciare dalla necessità della riforma delle istituzioni, quella che mio padre lanciò con la Grande Riforma…”. Con ironia molto amara commenta la senatrice: “Se Craxi fu definito il cinghialone, Facci ci fa ben sentire il fiato sul collo delle branche…”.

Giuliano Ferrara, dal quale Craxi, uscendo quella sera dal Raphael dalla porta principale, rifiutandosi di prendere quella secondaria, suggeritagli inutilmente dalla scorta per un intero pomeriggio, andò in tv per il programma “L’istruttoria”, stigmatizza “quell’Italia schifosa” del “linciaggio”. Ma il fondatore del Foglio, che denunciò subito il grave precedente dell’aggressione a un leader sotto la residenza privata, usa sfumature che suonano più morbide sull’Italia di oggi.

E invece, anche per lo stesso ex pci Fabrizio Rondolino, “si è andati più verso il peggio”. Rondolino ricorda che quella sera era proprio davanti al Raphael un po’ casualmente e da allora notista politico dell’Unità non esita a dire che se ne tornò via “agghiacciato, con un’idea cambiata su Mani pulite e anche (qui Rondolino infrange il tabù di certa sacralità su Berlinguer, ndr) sull’anti-socialismo del segretario del Pci”. Conclude: “Il libro di Facci è bellissimo e angosciante, prezioso per ricordare”.

Fabio Martini, giornalista della Stampa, mette in rilievo quello che Facci denuncia subito nel libro, ovvero una delle ragioni principali per le quali si è sentito in dovere di scriverlo, e cioè che quell’aggressione sui giornali del giorno dopo praticamente non esisteva, “annegata in qualche riga di piombo”. Proprio al Raphael qualche tempo prima Vittorio Feltri, direttore di Libero, il quotidiano per il quale oggi scrive Facci, Feltri, l’inventore del termine “il cinghialone”, racconta di aver cambiato idea su Craxi: “Mi ricevette gentilmente nel suo appartamento, non era per niente quella reggia che veniva descritta, mi apparve anche abbastanza modesto…”.

Craxi — con cui Facci nel libro ricorda senza retorica anche il suo rapporto di amicizia personale da giovane cronista ventenne, l’empatia diretta, quasi come fosse un uomo comune, con la quale si sintonizzò subito con colui che era invece uno statista — trascorse “il giorno in cui incominciò a morire” con una apparente, fredda calma. Dette solo alla fine un calcio all’ascensore, mentre la folla fuori cresceva. E la polizia faceva sempre più fatica a contenerla. Il leader e ex premier socialista si scusò, durante l’assedio, anche con i turisti rimasti ostaggio con lui dentro l’albergo.

Facci ricorda che la gran parte dei manifestanti veniva dalla manifestazione del Pds di Achille Occhetto, svoltasi nella attigua Piazza Navona, e che c’era anche una minoranza vicina al Msi. La Lega Nord non c’era “perché un corteo fu bloccato prima”, secondo le tante testimonianze raccolte. Ricostruisce i drammatici momenti in cui la scorta inutilmente diceva a Craxi di non uscire dalla porta principale. E il leader del Psi faceva finta di non sentire. Lo stesso entourage socialista a un poliziotto disse: “Basta. A Craxi di uscire dal retro diteglielo voi”. Usci dalla porta principale, lo storico autista, Nicola Mansi, rimasto con lui fine alla fine dei giorni di Hammamet, che sarebbe riduttivo definire solo un autista, aveva la testa insanguinata. Valeria Coiante, la giornalista di “Mixer” di Giovanni Minoli gridava, sotto quell assalto, “lanciano tutto, stanno tirando di tutto”. Facci ricorda che solo grazie alla Tv, a quella cronista, a un operatore di Mediaset e a un fotografo arrampicatosi sul tetto di un ristorante, oggi abbiamo le immagini di quel 30 aprile, che lui ha sentito il dovere di ricordare ai trentenni e ai quarantenni di oggi. Non dimenticando l’ agghiacciante testimonianza di uno dei “tiratori”: “Dovevamo sbranare Craxi…”. L’inizio “della falsa rivoluzione, con finti eroi e finti rivoluzionari”. Sono le parole di Craxi, in un filmato, con le quali si è chiusa la presentazione di “30 aprile 1993”.

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