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Home restaurant per la legge non esiste

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home restaurant

Tra le tante idee della sharing economy l’home restaurant è sicuramente una delle più interessanti, riuscendo a trovare negli ultimi anni sempre più sostenitori e cultori. La ristorazione in stile Uber è ormai un’attività professionale a tutti gli effetti divenendo una fonte di reddito per tutti quelli che non vogliono sobbarcarsi l’onere di aprire un ristorante a tutti gli effetti. E’ doveroso riconoscere che l’ultima frontiera della sharing economy applicata al mondo dell’alimentazione ha dei caratteri differenti al classico modo di concepire la ristorazione, caratteri che stentano a essere inquadrati e riconosciuti da opportuni strumenti normativi. Le differenze con un ristorante sono diverse, prima tra tutte la cornice dove si svolge l’attività, le mura domestiche, a seguire il numero ridotto di persone verso il quale si rivolge il servizio, riservato alle sole prenotazioni. La materia soffre al momento di lacune e resta impanata in un parere emesso dal Ministero dello Sviluppo Economico nel giugno del 2013 secondo il cui punto di vista l’home restaurant deve essere equiparato all’attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande. Manca tuttavia una soddisfacente conversione legislativa che regoli il social eating, lasciando la materia in balìa dell’incertezza.

home restaurant

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Attualmente tutto è resta legato alla risoluzione MISE n. 98416 del 12 giugno 2013. La risoluzione in questione si ricollega legge 25 agosto 1991, n.287, così come modificata dal 26 marzo 2010, n. 59, quanto cioè non era ipotizzata nessuna attività riconducibile a quella dell’home resturant. Secondo il MISE per svolgere un’attività di banqueting o catering utilizzando gli stabili e la cucina della propria abitazione è necessario presentare la SCIA (la Segnalazione Certificata di Inizio Attività) o le dovute autorizzazioni nel caso l’attività venga svolta in zone tutelate come i centri storici. Inoltre è necessario un piano HACCP per segnalare l’adeguatezza degli impianti. Secondo il MISE l’attività di home restaurant dovrebbe quindi essere ricondotta a quella della classica ristorazione.

Il dibattito sul tema si è acceso negli ultimi mesi contrapponendo sostenitori della sharing economy da un lato rappresentanti del mondo della ristorazione dall’altro. Il rischio è che nel vuoto normativo le attività di social eating finiscano alla stessa stregua di Uber-pop. Gli ultimi disegni di legge presentati in materia di Home Food risalgono a 2009 e 2014 e prevedevano la distinzione di attività di ristorazione aperte al pubblico a quelle di home restaurant, distinzione che ancora si attende.

E’ curioso come nel 2015 ancora non sia stato varato nessun piano completo per regolamentare la sharing economy in Italia, rischiando da un lato di far morire un fiorente mercato e nel peggio relegarlo al mondo del sommerso che tanti guai ha dato alle casse dello Stato.

 

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