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Vi racconto il contagioso dibattito sulla clorochina anti Covid-19 negli Usa

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trump Us resto del mondo

Come si discute negli Stati Uniti sui due farmaci – l’idrossiclorochina e la clorochina – indicati da Trump per curare Covid-19. Gli ultimi studi, la posizione della Fda e il ruolo di Novartis

È stato un gran brutto fine settimana per Donald Trump e soprattutto per i due farmaci – l’idrossiclorochina e la clorochina – che lui stesso aveva più volte additato come rimedi portentosi (o meglio, per usare le sue stesse parole amplificate su Twitter, come un “game-changer”) nella lotta al Covid-19:

Con gran sollievo di chi in quei giorni considerò avventati gli spot trumpiani per una molecola – la clorochina nota per essere stata approvata già nel 1949 dalla Food and Drug Administration (FDA) come rimedio per la malaria nonché per essere efficace, nella sua versione meno attiva conosciuta come idrossiclorochina, anche per malattie come l’artrite reumatoide e il lupus – le convinzioni del presidente sono state smantellate da alcune smentite autorevoli di cui le più pesanti sono quelle della stessa FDA e del National Institute of Allergy and Infectious Diseases.

È stato proprio un panel di esperti di quest’ultima istituzione, quattro giorni fa, a includere nelle proprie linee guida sul trattamento del Coronavirus pubblicate sul web delle raccomandazioni ai medici americani finalizzate a dissuaderli dal curare i pazienti affetti da Covid-19 ricorrendo ad una combinazione di idrossiclorochina e azitromicina – lo stesso mix che secondo The Donald prometteva miracoli – a causa di “potenziali tossicità” e, soprattutto, dell’elevato “rischio di morte improvvisa per arresto cardiaco”.

Più o meno contemporaneamente, il National Institutes of Health pubblicava un documento intitolato “Opzioni terapeutiche per il Covid-19 attualmente in fase di studio” nel quale metteva nero su bianco due conclusioni non proprio gradite alla Casa Bianca: anzitutto che non esiste al momento “un farmaco che si sia dimostrato sicuro ed efficace” per il virus, e poi che “non ci sono dati clinici sufficienti per raccomandare o non raccomandare l’uso della clorochina o idrossiclorochina”.

Pur non sbilanciandosi sull’efficacia terapeutica dei due farmaci, e limitandosi semmai a riscontrare l’assenza di dati empirici certi e definitivi, l’istituto aggiungeva una raccomandazione destinata ai medici che avessero comunque deciso di impiegarli, invitandoli a “monitorare eventuali effetti avversi tra i pazienti” con particolare riguardo ai ritmi cardiaci.

Ma sul dibattito clorochina sì-clòrochina no si sono abbattute come altrettante scuri ieri due notizie ferali per i trumpiani.

La più scioccante è arrivata dalle pagine di una prestigiosa rivista specializzata – il Journal of the American Medical Association meglio noto con l’acronimo JAMA – dove sono stati pubblicati i risultati delle sperimentazioni cliniche effettuate in Brasile su 440 malati di Covid-19 ospedalizzati e curati con la clorochina.

Sperimentazioni che sono state bruscamente interrotte dopo che si è riscontrato un tasso choc di mortalità (39%) nel sotto-gruppo di pazienti trattati con una dose quotidiana di clorochina (1.200 milligrammi) superiore non solo rispetto a quella impiegata in altri studi clinici, ma soprattutto a quella somministrata (900 mg scesi dopo il secondo giorno a 450) ad un altro sotto-gruppo indagato al cui interno la mortalità è stata assai inferiore (15%).

Il colpo di grazia per Trump è arrivato però non da un paese straniero, ma dalla stessa America e per giunta dal suo stesso governo. Ci riferiamo alla nota diffusa ieri dalla FDA che sin dal suo stesso titolo mette in guardia “dall’uso dell’idrossiclorochina o clorochina per (curare) il Covid-19 al di fuori di sperimentazioni cliniche o di set ospedalieri a causa del rischio di problemi ai ritmi cardiaci”.

Proprio perché redatto con il linguaggio asettico dei bollettini sanitari, il documento FDA è destinato a dissipare le illusioni di chi aveva – come recita il famoso detto – venduto la pelle dell’orso prima di catturarlo.

“Idrossiclorochina e clorochina”, scrivono infatti seccamente gli esperti della FDA, “non si sono dimostrate sicure ed efficaci nel trattamento del Covid-19”.

Ma non è tutto, perché – prosegue il documento –  la “FDA è al corrente di rapporti di seri problemi di ritmi cardiaci sperimentati da pazienti di Covid-19 trattati con idrossiclorochina o clorochina, spesso in combinazione con l’azitromicina (…). Idrossiclorochina e clorochina possono causare” – si aggiunge infatti – anomali ritmi cardiaci (…) e un ritmo cardiaco pericolosamente veloce chiamato tachicardia ventricolare”.

Sentenza di morte dunque per per i precoci entusiasmi trumpiani? E fine del sogno di una panacea per il virus che ha già causato la morte di quasi 200 mila persone in tutto il mondo di cui oltre 50 mila negli Usa?

La risposta in verità è no, come deduciamo dalla nota emessa da James P. Kiley, direttore della divisione malattie polmonari al National Heart, Lung and Blood Institute, che è parte del National Institutes of Health, e riportata dal quotidiano U.S. News & World Reports.

Per Kiley, il problema non sta tanto nei due farmaci, che invece avevano dato prova in varie sperimentazioni cliniche di essere in grado di produrre – scrive il medico – “una attività antivirale (in grado) di modificare l’attività del sistema immunitario”, portando così molti a coltivare “l’ipotesi che (clorochina e idrossiclorochina) potessero essere utili nel trattamento del Covid-19”.

Il problema individuato da Kiley è però lo stesso segnalato dalle altre istituzioni sanitarie: non solo e non tanto gli effetti collaterali, comunque seri, quanto la momentanea indisponibilità di “rigorosi dati clinici” ricavati dalle sperimentazioni effettuate. Una lacuna che secondo Kiley non può autorizzare nessuno ad affermare che “somministrare l’idrossiclorochina ai pazienti di Covid-19 li aiuti effettivamente a guarire” e sia anche un metodo “sicuro”.

È dunque improbabile che la doccia gelata di queste ore determini la fine della parabola della clorochina e dell’idrossiclorochina come potenziali rimedi per il Covid-19.

Va anzi segnalato, al contrario, che uno che di sanità se ne intende almeno per il fiume di danaro che mette a disposizione della ricerca medica – il patron di Microsoft Bill Gates – ha da poco staccato un assegno di 20 milioni di dollari per consentire a tre istituzioni Usa –  University of Washington, University of Oxford, La Jolla Institute for Immunology – di effettuare sperimentazioni cliniche finalizzate a identificare immunoterapie per la pandemia da Covid-19.

Leggendo bene il comunicato emesso il 30 marzo dalla Bill and Melinda Gates Foundation, si scopre che nell’ambito di questo progetto saranno avviate non una ma due sperimentazioni “di due farmaci molto noti, l’idrossiclorochina e la clorochina, che hanno acclarate proprietà antivirali”.

A mettere a disposizione gratuitamente i quantitativi di idrossiclorochina necessari per le sperimentazioni, fa sapere la fondazione, sarà Sandoz, divisione di Novartis, che è un’altra istituzione non nota per perdere tempo e denaro inutilmente.

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