Innovazione

Vi dico mosse e retromarce di Amazon, Google e Facebook. Il Punto di Feltri (ProMarket)

di

Libra

Marcia indietro di Facebook su Libra? Amazon ammazza i concorrenti? Google massaggia gli algoritmi? Le ultime notizie sulle Big Tech commentate da Stefano Feltri, neo direttore di ProMarket.org, nella rubrica “Mark to Market”

Caso Libra: le ultime novità dicono che non sarà una moneta ma un sistema di pagamento. Non sarà una ritirata strategica dopo le critiche delle istituzioni ossia un bluff per rassicurare e poi rilanciare?

Quello di Libra è il primo caso in cui la politica (americana) non sembra aver intenzione di farsi cogliere impreparata e rivendica il primato della regolazione sull’innovazione. Due senatori, Sylvia Garcia (Texas, Democratica) e Lance Gooden (Texas, Repubblicano) hanno presentato un disegno di legge per stabilire che Libra è una “security”, cioè uno strumento di investimento e in quanto tale soggetto a tutta la normativa attuale.

E Zuckerberg che dice?

La Fondazione Libra e quindi Facebook continuano a sostenere che tale fardello regolatorio non è necessario, perché Libra è soltanto uno strumento di pagamento. Ma intanto hanno costruito il sistema con una specie di banca centrale informale, con grandissime incertezze sui tassi di cambio tra valute normali e Libra e su cosa succede in caso di tensioni (Facebook non può stampare moneta e se lega il valore di Libra alle valute normali, rischia i problemi dei Paesi Sud Americani con il cambio fisso con il dollaro).

Ma Libra partirà o no?

Il progetto sembra partito male e poi si è evoluto peggio, magari Zuckerberg e i suoi riusciranno a trovare un modo di renderlo digeribile alla politica americana, ridimensionando le loro ambizioni e puntando soltanto ad avere un po’ più di dati sugli acquisti dei loro clienti. Ma al momento sembra difficile prevedere epiloghi più ambiziosi.

Passiamo ad Amazon: le pressioni anche mediatiche hanno condotto il gruppo a svelare i fornitori dei propri brand. Mi pare rilevante. O no?

L’aspetto più rilevante di questa vicenda è che ci ricorda la natura ibrida di Amazon e quello che comporta: è sia la piattaforma di distribuzione che il produttore di beni che su quella piattaforma vengono venduti. Amazon si mette in concorrenza con i propri clienti e, sulla base di un sistema tanto inflessibile quanto opaco (la buy box), di fatto sceglie se sottoporre ai clienti il proprio prodotto o quello di una azienda terza che paga per stare su Amazon. Indovinate chi vince di solito.

Siamo solo un negozio virtuale, dice il colosso…

Questa confusione rende Amazon sfuggente, la maggior parte dei clienti pensa ancora all’azienda di Jeff Bezos come appunto a un negozio, non come a un produttore a tutti gli effetti. Le normali dinamiche di mercato, peraltro, ad Amazon non si applicano.

Perché? In che senso?

Mettiamo che un cliente voglia sanzionare l’azienda perché non vigilava sui fornitori, cosa può fare? Andare su e-Bay? Smettere di comprare prodotti a marchio Amazon? A volte non lo fa neppure consapevolmente e, in ogni caso, qualunque acquisto faccia su Amazon, anche di prodotti concorrenti, comunque alimenta i profitti della piattaforma.

Finiamo con Google: ha ragione l’inchiesta del Wsj sugli algoritmi manipolati o Google? Francamente a me la versione di Google è parsa deboluccia. Che ne pensi?

Il Wall Street Journal ha rivelato quello che tutti abbiamo sempre sospettato e, in fondo, saputo. Che gli algoritmi non sono entità terze e indipendenti rispetto ai loro programmatori. Sono uno strumento, non una religione. Possono essere manipolati o aggirati, a seconda di quale sia l’esigenza di Google. Che, quasi sempre, è semplicemente quella di massimizzare i profitti. L’inchiesta del Wall Street Journal ha dimostrato che Google favorisce grandi imprese contro quelle piccole, modifica in modo arbitrario e in prevedibile la gerarchia dei contenuti e cosi via. Questo configura un abuso di posizione dominante, è la prova dei danni che produce il suo quasi-monopolio: poiché Google offre i suoi servizi praticamente gratis agli utenti finali, esercita la forza del suo monopolio degradando la qualità del servizio offerto (una lista arbitraria di contenuti ha meno valore per l’utente di una selezione imparziale sulla base delle sue esigenze). Certo, è triste che questa inchiesta l’abbia fatta soltanto il Wall Street Journal il cui editore, NewsCorp, ha un contenzioso con Google perché il motore di ricerca penalizza i contenuti con paywall.

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