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Tutte le scazzottate digitali tra Usa e Ue sulla web tax

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digital tax

Le ultime tensioni fra economia, tecnologia e geopolitica tra Stati Uniti e Unione europea sulla digital tax

 

La web tax non s’ha da fare. Gli Stati Uniti hanno abbandonato i colloqui con l’Ue per la definizione di una nuova tassa globale sulle società digitali. Non solo, l’amministrazione Trump ha minacciato ritorsioni se i Paesi europei avanzeranno con i propri  piani per imporre nuove tasse alle big tech americane come Amazon, Facebook e Google.

Di rimando, la Commissione europea ha ribadito il suo impegno a portare avanti un piano regionale per la tassazione dei servizi digitali entro la fine del 2020.

Con il ritiro dei negoziatori statunitensi dai colloqui in seno all’Ocse con l’Ue, la prospettiva di una soluzione globale su una questione molto divisiva sembra più lontana che mai.

La mossa inoltre aumenta le tensioni transatlantiche, con la minaccia di maggiori controversie commerciali.

Ecco tutti i dettagli.

LA DECISIONE STATUNITENSE

Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, ha deciso di abbandonare il tavolo negoziale con la motivazione che i colloqui che sarebbero riusciti a fare alcun progresso.

La decisione segue una lettera inviata la scorsa settimana ai ministri delle Finanze di Italia, Francia, Spagna e Regno Unito, pubblicata dal Financial Times, in cui Mnuchin dichiarava di sospendere i negoziati perché avevano raggiunto un “punto morto”.

E LA MINACCIA DI RITORSIONI

Allo stesso tempo Washington ha anche minacciato di nuovo azioni di ritorsione nei confronti di quei Paesi che impongono una tassa digitale, descritta dall’amministrazione statunitense come “discriminatoria”.

A inizio mese il rappresentante del Commercio statunitense Robert Lighthizer ha avviato infatti un’indagine per determinare se le tasse sui servizi digitali adottate o previste da 10 paesi — Austria, Brasile, Repubblica Ceca, UE, India, Indonesia, Italia, Spagna, Turchia e Gran Bretagna — avrebbero “discriminato ingiustamente le società statunitensi”.

In caso affermativo, la Casa Bianca potrebbe rispondere con l’imposizione nuove tariffe commerciali.

I NEGOZIATI AVVIATI IN SENO ALL’OCSE

La decisione dell’amministrazione Trump rappresenta una battuta d’arresto per i colloqui organizzati dall’Ocse (che vedono coinvolti quasi 14o paesi) sulla prima grande riscrittura delle norme fiscali globali.

All’inizio del 2019, i governi europei non sono riusciti a implementare un’imposta digitale a livello comunitario e hanno così portato i negoziati all’Ocse alla ricerca di un approccio internazionale.

A gennaio, proprio gli Stati Uniti e la Francia avevano messo in pausa la loro battaglia sulla tassazione digitale, accettando invece di partecipare ai colloqui dell’Ocse.

Da parte sua Parigi aveva accettato di interrompere la riscossione della sua imposta digitale. Dall’altra parte Washington ha sospeso le tariffe pianificate sui beni francesi.

I DUE PILASTRI DELLA WEB TAX

I colossi tecnologici come Amazon, Google e Facebook pagano la maggior parte delle tasse nel paese dell’Ue in cui hanno sede (Irlanda, Olanda, Lussemburgo per esempio). Spesso pagano molto poco nei paesi in cui raccolgono la maggior parte dei ricavi.

Da allora, l’Ocse ha lavorato a una soluzione basata su due pilastri.

In base al primo, i paesi sarebbero autorizzati ad avere alcuni diritti sugli utili fiscali realizzati sulla base delle vendite nelle loro giurisdizioni per la prima volta. Ciò non si applicherebbe solo ai giganti della tecnologia statunitensi, ma darebbe anche agli Stati Uniti, ad esempio, diritti fiscali limitati sulle società europee di beni di lusso.

Il secondo pilastro implica un’aliquota fiscale minima globale per impedire ai paesi di abbassare le aliquote dell’imposta sulle società nel tentativo di attrarre le sedi fiscali delle imprese nelle loro giurisdizioni.

LA REAZIONE DI BRUXELLES ALLA DECISIONE DI WASHINGTON

Ma cosa ne sarà ora di queste proposte senza i negoziatori americani al tavolo?

“Mi rammarico molto per la mossa degli Stati Uniti di frenare i colloqui internazionali sulla tassazione dell’economia digitale. Spero che questa sarà una battuta d’arresto temporanea e non uno stop definitivo”, a dichiarato il commissario Ue, Paolo Gentiloni.

“La Commissione europea vuole una soluzione globale per introdurre la tassazione delle società nel 21secolo e riteniamo che l’approccio a due pilastri dell’Ocse sia quello giusto. Ma se ciò si rivelasse impossibile quest’anno, siamo stati chiari sul fatto che presenteremo una nuova proposta a livello Ue”.

IL PUGNO DI FERRO DI PARIGI

Dopo l’interruzione dei colloqui da Oltreoceano, la Francia ha avvertito allora che andrà avanti con una tassa digitale sui giganti della tecnologia quest’anno. Contravvenendo quindi alla sospensione precedente concordata a gennaio con gli Stati Uniti.

“In Francia confermo che ci sarà una tassa sui colossi del digitale nel 2020”, ha dichiarato il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire ai microfoni di France Inter. Lo stop alla trattativa da parte degli Stati Uniti “è una provocazione”. “Eravamo a qualche centimetro di un accordo sulla tassazione dei colossi del web”, sottolinea Le Maire precisando che i colossi del settore “sono forse gli unici ad aver tratto immensi benefici dall’emergenza coronavirus”.

Da parte degli Stati Uniti, quindi, aggiunge, “è una provocazione nei confronti di tutti quelli che all’Ocse stavano negoziando, dei cittadini del mondo ma anche degli alleati degli Usa: che cos’è questo modo di trattare gli alleati degli Usa minacciando di sanzioni se non facciamo quello che vogliono? Allora io confermo che in Francia nel 2020 ci sarà una tassa sui colossi del digitale”. Ha concluso Le Maire.

LA POSIZIONE DELL’ITALIA

Anche il governo italiano non intende cedere al “ricatto” statunitense. “La posizione dell’Italia sulla digitaltax non cambia. Abbiamo sempre sostenuto l’importanza di una soluzione globale e, nonostante l’emergenza Covid-19, con Francia, Spagna e UK siamo determinati a continuare a lavorare per una soluzione entro il 2020, come deciso dal G20”, ha fatto sapere il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, su Twitter.

IL COMMENTO DELL’OCSE

Infine, anche l’Ocse ha commentato l’abbandono di Washington dei negoziati con l’Ue sulla web tax. “Affrontare la sfida fiscale che viene dalla digitalizzazione dell’economia è atteso da tempo”. Si legge nella nota firmata dal segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria. “Tutti i partecipanti dell”Inclusive Framework'”, aggiunge, “dovrebbero rimanere impegnati nel negoziato verso l’obiettivo di raggiungere una soluzione globale entro la fine dell’anno, attingendo a tutto il lavoro tecnico fatto negli ultimi 3 anni, anche durante la crisi da coronavirus”.

Secondo Gurria, “in assenza di una soluzione multilaterale, molti Paesi sceglierebbero misure unilaterali e quelli che lo hanno già fatto non tornerebbero più indietro.

“Ciò accenderebbe dispute fiscali e, inevitabilmente, aumenterebbe le tensioni commerciali” avverte il segretario Ocse. “Una guerra commerciale, specie in questo momento in cui l’economia mondiale sta andando verso una recessione storica, affosserebbe ulteriormente l’economia, l’occupazione e la fiducia. Una soluzione multilaterale, basata sul lavoro dei 137 membri dell’Inclusive Framework dell’Ocse è chiaramente il miglior modo di procedere” conclude Gurria.

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