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Che cosa succede tra Trump ed Europa su dazi e web tax

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Il punto sulla trattativa in corso tra Usa e Francia su web tax e non solo. L’articolo di Carlo Terzano

Contrordine compagni! La Francia, che si era autoproclamata capofila della compagine europea che voleva tassare i colossi di Internet – per lo più statunitensi – ci ripensa. Parigi non solo non intende più arrivare allo scontro con Washington sulla Web Tax, ma potrebbe calarsi negli inediti panni del paciere.

“Siamo riusciti a darci del tempo e un’opportunità per una negoziazione internazionale. L’accordo, il consensus, che siamo sul punto di trovare con il Segretario di Stato Usa, Steven Mnuchin è un’eccellente notizia per tutti per che ci fa guadagnare tempo e ci impedisce di entrare in una guerra commerciale dalla quale è molto difficile uscire che avrebbe penalizzato i nostri viticoltori per 2,4 miliardi di euro”, ha detto a Davos ai microfoni della tv all news Bfm Business il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire.

Ecco gli ultimi sviluppi della guerra economica che potrebbe scoppiare tra il Nuovo mondo e il Vecchio continente.

I MOTIVI DEL DIETROFRONT FRANCESE SULLA WEB TAX

I primi a muoversi sul terreno insidioso della Web Tax erano stati proprio i francesi che, lo scorso luglio (ma la tassa aveva capacità retroattiva per coprire tutto il 2019), avevano varato un’imposta del 3% sulle società con un fatturato mondiale di 750 milioni di euro, a patto che 25 milioni fossero generati all’interno dei propri confini. L’Italia ha seguito a ruota i cugini d’Oltralpe, con una norma sostanzialmente identica (aliquota al 3% ed eliminazione del credito d’imposta per società con ricavi oltre i 750 milioni, di cui almeno 5,5 milioni derivati da servizi digitali). Ma gli americani non sono stati a guardare. Il presidente statunitense Donald Trump ha prontamente minacciato dazi così elevati sui prodotti europei (nel mirino non solo i vini francesi, ma l’intera industria dell’auto) da vanificare i benefici di qualsiasi Web Tax. Ricatto, questo, che ha spinto il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, a sfruttare l’incontro di Davos per scendere a più miti consigli e proporre il proprio Paese come mediatore nella difficile trattativa Usa- Unione europea.

L’UNIONE EUROPEA ANCORA UNA VOLTA DIVISA

Il problema è che l’Unione europea è il solito vaso di coccio e rischia di arrivare all’appuntamento diviso. I 28 non sono ancora riusciti a mettersi d’accordo sull’ipotesi di una Web Tax comunitaria a causa delle resistenze di Dublino. Del resto proprio l’Irlanda è stata scelta da numerosi colossi statunitensi (Facebook, Apple e Alphabet) come sede dei propri affari nel Vecchio continente, questo perché offre un regime fiscale assai conveniente e non vuole perdere il proprio status quo. Dello stesso avviso anche Olanda e Lussemburgo. Forse qualcuno si ricorderà il fatto che l’arrivo di Amazon in Lussemburgo fu il frutto di un vero e proprio accordo di Stato, siglato nel 2003 e sottoscritto dal venturo presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker (da poco ex). Più agguerriti i Paesi mediterranei (Francia, Italia e Spagna), cui si è aggiunta anche l’Austria, che vedono nella Web Tax una ghiotta occasione di rimpinguare le casse dell’erario. Ma per trovare una decisione comune le vecchie regole europee impongono una unanimità che difficilmente potrà mai essere trovata.

LA PROPOSTA DELL’OCSE

Ecco perché un ruolo fondamentale potrebbe essere giocato dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che, lo scorso autunno, aveva proposto una parziale riallocazione dei profitti in base al mercato reale e non alla sede. Una soluzione in grado di soddisfare tutti, i Paesi membri da un lato e le multinazionali dall’altro, che non sarebbero più state impallinate singolarmente dagli Stati europei. Sembrava persino che attorno a quella proposta si stesse coagulando una convergenza, la stessa Francia, seguita dal Regno Unito, si era detta favorevole a rientrare nei ranghi per trovare una soluzione che non creasse tensioni con gli USA, ma poi non se ne fece più nulla e Parigi aveva deciso la fuga in solitaria.

COSA DICE L’ITALIA

Sembra invece tenere il punto Roma che, per bocca del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, ha risposto seccamente alle minacce di Donald Trump: «L’Italia punta a un accordo globale per la web tax, ma in assenza di questo accordo scatterà la tassazione italiana a partire dal febbraio 2021». In realtà, il nostro Paese abbaia senza voler (e poter) mordere: come ha detto Gualtieri, abbiamo sì varato la Web Tax lo scorso primo gennaio, ma non passeremo all’incasso prima di altri 12 mesi, dunque, in realtà, stiamo dicendo agli americani che c’è tutto il tempo per trovare un accordo. A mettere fretta agli USA è invece Londra che ha annunciato, tramite  il cancelliere dello Scacchiere britannico Sajid Javid, che intende procedere nei prossimi mesi: «La tassa sui servizi digitali verrà applicata a partire da aprile». Infine, Berlino potrebbe aprire l’ennesima spaccatura sul fronte europeo, spaventata dalle ricadute dei dazi sulla propria industria automobilistica.

ANCHE FACEBOOK SPERA IN UN ACCORDO OCSE

A spingere per far passare l’accordo proposto dall’Ocse una delle principali interessate (e tassate): Facebook. Nick Clegg, vicepresidente Global Affairs and Communications del popolare social network, ha scelto proprio la città di Roma (era ospite dell’Universita Luiss – Guido Carli) per lanciare un appello ai Paesi ingolositi da eventuali fughe in avanti in solitaria: «Se i governi vogliono cambiare le regole della fiscalità noi saremo collaborativi, ma spero che anche l’Italia, come gli altri Paesi interessati, abbiano lo stesso approccio del presidente francese Emmanuel Macron e decidano di  far slittare l’entrata in vigore della web tax fino a quando sarà pronto il progetto messo a punto dall’Ocse». La speranza delle multinazionali statunitensi è di rinviare tutto fino a quando non sarà trovato un accordo comune, con la speranza che i Paesi europei continuino a litigare.

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