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Cos’è Pax Silica, l’alleanza promossa dagli Usa (e anti-Cina) sull’intelligenza artificiale. Report Ispi

Gli Stati Uniti hanno lanciato Pax Silica, un’ambiziosa iniziativa del Dipartimento di Stato per creare, insieme a 15 alleati selezionati, un ecosistema tecnologico resiliente per le supply chain dell’IA, riducendo la dipendenza dalla Cina attraverso cooperazione, investimenti condivisi e una nuova forma di capitalismo di Stato. L’approfondimento dell’ISPI.

Nonostante la sua apparente immaterialità, l’IA è in realtà profondamente radicata in catene di approvvigionamento fisiche complesse e vulnerabili.

Come sottolinea la ricercatrice Ludovica Favarotto in un nuovo paper ISPI, in un mondo segnato da crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina, Washington ha lanciato Pax Silica, un’ambiziosa iniziativa promossa dall’amministrazione Trump 2.0 per costruire un ecosistema tecnologico resiliente e sotto guida americana.

Attraverso alleanze strategiche, massicci investimenti condivisi e una moderna forma di capitalismo di Stato, gli Stati Uniti intendono ridurre la dipendenza da Pechino e consolidare la propria leadership nell’IA.

L’IA e le sue fondamenta materiali

L’IA sta ridefinendo il XXI secolo in quasi ogni ambito: dall’economia globale ai programmi di difesa, passando per la competitività industriale.

Le cifre parlano chiaro: il mercato mondiale dell’IA dovrebbe toccare quest’anno i 335 miliardi di dollari e, con un tasso di crescita annuo costante del 25,38%, potrebbe arrivare a 1.300 miliardi entro il 2032.

Eppure, dietro i modelli avanzati e le piattaforme sofisticate si nasconde una realtà concreta e troppo spesso dimenticata: l’IA dipende interamente da infrastrutture fisiche, minerali critici, silicio e microchip distribuiti lungo catene di fornitura frammentate in tutto il mondo.

Questa dipendenza materiale, sottolinea Favarotto, trasforma la sicurezza delle supply chain in una questione strategica di primaria importanza.

Il declino della leadership Usa e la corsa contro Pechino

Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno progressivamente ceduto alla Cina posizioni di primato in settori oggi considerati vitali non solo per l’industria tecnologica, ma anche per la sicurezza nazionale.

Di fronte a questo spostamento di potere, la corsa al dominio dell’IA è diventata una priorità assoluta per Washington, al di là delle differenze tra amministrazioni repubblicane e democratiche.

Pax Silica, lanciata nel dicembre 2025 dal Dipartimento di Stato come progetto di punta, rappresenta la risposta concreta e strutturata a questa sfida.

Come evidenzia il paper, l’iniziativa mira a costruire un ecosistema affidabile che copra l’intera filiera – dal silicio ai minerali critici, dai microchip alle infrastrutture digitali – coinvolgendo alleati selezionati in base al loro ruolo strategico nella catena produttiva.

Il nome stesso, dal latino, evoca la materia prima essenziale per i semiconduttori e sottolinea l’approccio olistico e integrato dell’intero progetto.

I partecipanti

Promossa dal sottosegretario di Stato per gli Affari economici Jacob Helberg, Pax Silica è partita con una dichiarazione d’intenti firmata da otto Paesi durante un vertice a Washington: si tratta di Australia, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito, Singapore, Israele ed Emirati Arabi Uniti.

A maggio di quest’anno il numero dei firmatari era però già salito con l’ingresso di Finlandia, India, Norvegia, Qatar, Svezia, Filippine.

Hanno inoltre partecipato al summit di Washington con lo status di osservatori/invitati: Canada, Taiwan, l’OCSE e l’Unione Europea.

Visione e obiettivi

La dichiarazione delinea una cooperazione stretta lungo tutta la catena di approvvigionamento dell’IA, attraverso accordi di acquisto, risposte coordinate e allineamento delle politiche di investimento.

L’obiettivo concreto è eliminare colli di bottiglia, ridurre le dipendenze eccessive da singoli fornitori e rafforzare ogni segmento dell’architettura tecnologica.

Come sottolinea lo studioso Rahul Nath Choudhury, oggi ogni governo sta cercando di riorganizzare le proprie catene di fornitura per proteggerle dai rischi geopolitici. Non basta possedere risorse: servono competenze industriali e capacità produttive integrate.

Gli strumenti finanziari

A marzo, ricorda Favarotto, l’amministrazione Trump ha annunciato due iniziative collaterali cruciali.

La prima è la creazione di un consorzio che riunisce investitori privati di primo piano, tra cui si segnalano SoftBank, Temasek e Mubadala, e i fondi sovrani di Singapore, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Svezia.

L’obiettivo è ambizioso: raccogliere oltre 1.000 miliardi di dollari, con un contributo iniziale americano di 250 milioni di dollari che funge da leva per attrarre capitali privati.

La seconda iniziativa consiste nella creazione di un fondo da 250 milioni di dollari stanziato dal Dipartimento di Stato e dal Congresso per sostenere estrazione e lavorazione di minerali critici, produzione di semiconduttori e infrastrutture.

Entrambe le misure seguono la filosofia “Trade Not Aid” del Segretario di Stato Marco Rubio, trasformando gli aiuti in opportunità commerciali per le imprese statunitensi. Insieme, consorzio e fondo creano un meccanismo interconnesso di mobilitazione di capitali e riduzione dei rischi.

I tre pilastri strategici

Pax Silica si articola attorno a tre pilastri ben definiti. Il primo consiste nel puntare con decisione sulla frontiera tecnologica, concentrando gli sforzi su microchip e materiali avanzati che rendono possibili i modelli di IA più potenti.

Washington non si limita più a rallentare gli avversari, ma vuole consolidare la propria leadership e espandere i mercati, consapevolmente dell’estrema vulnerabilità della filiera dei semiconduttori, soprattutto rispetto a Taiwan.

Il secondo pilastro introduce una chiara gerarchia: gli alleati più stretti vengono integrati pienamente nell’architettura tecnologica, diventando “nodi di capacità” con interdipendenze profonde in campo tecnologico, finanziario e di sicurezza.


Il terzo pilastro rafforza il ruolo centrale degli Stati Uniti come supervisore politico, monetario e normativo dell’intero ecosistema.

Attraverso coinvestimenti, condivisione dei rischi e meccanismi di assicurazione, l’iniziativa combina una logica di contenimento verso la Cina con una fase attiva di costruzione di nuove capacità produttive.

L’Ue osservatore in bilico

L’Unione Europea partecipa a Pax Silica solo come osservatore, in linea con la preferenza americana per rapporti bilaterali con singoli Stati europei piuttosto che con Bruxelles.

Nonostante ciò, l’Europa vanta eccellenze importanti come ASML, leader mondiale nei macchinari per litografia, e il centro di ricerca imec in Belgio.

Bruxelles ha inoltre varato negli ultimi anni il Chips Act, il Piano “AI Continent” e le “AI Factories”, ma resta frammentata e dipendente da fornitori esterni nelle fasi più avanzate.

Attualmente l’Ue sta valutando l’adesione, con trattative in corso, ma allo stesso tempo prepara il proprio “Piano per la Sovranità Digitale” e misure come il Chips Act 2.0.

Questo doppio approccio sta già generando tensioni con Washington, che ha fatto rinviare più volte la presentazione del pacchetto europeo.

Opportunità e rischi

Per i partecipanti, Pax Silica promette accesso privilegiato a finanziamenti, cooperazione tecnologica e condivisione dei costi di progetti ad alta intensità di capitale.

Tuttavia, l’adesione implica anche un chiaro allineamento strategico di lungo periodo che spinge ad allontanarsi da Pechino. Per molti Paesi dell’Indo-Pacifico questo crea un equilibrio delicato, dato il peso economico della Cina come partner commerciale.

L’iniziativa rischia così di rafforzare un ordine bipolare: chi resta fuori può essere emarginato dai flussi di investimento, mentre i Paesi del Sud Globale potrebbero gravitare ulteriormente verso la Cina, ampliandone l’influenza.

Verso una “cortina di silicio”?

Pax Silica, conclude il paper ISPI, rappresenta un cambio di paradigma: la sicurezza economica è ormai inseparabile da quella nazionale, e il controllo delle filiere tecnologiche determina chi dominerà il secolo.

Come ha affermato il sottosegretario Helberg, se il XX secolo è stato alimentato dal petrolio e dall’acciaio, il XXI sarà guidato dall’innovazione e dai minerali critici che la rendono possibile.

Come rimarca Favarotto, l’iniziativa segna l’apertura di una vera e propria “cortina di silicio”. Il suo successo dipenderà dalla capacità di Washington di gestire le inevitabili tensioni, i dazi, i controlli sulle esportazioni e le resistenze generate da una struttura gerarchica.

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