Innovazione

Startup low-cost

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startup innovative

È passato appena un anno dalla fine della II Guerra mondiale, l’Italia è un Paese ancora in rovina, ma dagli studi di progettazione della Piaggio prende forma quella che diventerà un simbolo del miracolo italiano (e oggi del made in Italy che corre nel mondo, nel momento in cui è uno dei veicoli a due ruote più venduti al mondo): la Vespa. Il brevetto verrà depositato infatti il 23 aprile del 1946, ma Corradino D’Ascanio, progettista di punta di un’azienda che all’epoca si occupava di aerei (e a cui si deve la realizzazione dell’unico vero bombardiere pesante dell’Asse, il P.108) aveva cominciato ad abbozzare il progetto già diversi mesi prima.

Il design del mezzo evidenzia alcune idiosincrasie di D’Ascanio: l’ingegnere abruzzese (era nato nel 1891 a Popoli, allora in provincia dell’Aquila) detesta le moto. In particolare, non gli va che si debba scavalcare il mezzo per salirci sopra. La sua grande intuizione, mutuata dal mondo aeronautico, è appunto questa: grazie alla sua abilità come progettista di aerei, disegna la prima “moto” a scocca portante, che quindi non ha bisogno di un tunnel centrale per il vano motore e tutto il resto. Sempre perché non gli piacciono le moto normali, porta il cambio direttamente sul manubrio. La leggenda vuole che il motore non sarebbe altro che il riadattamento del motorino di avviamento per i motori radiali dell’aereo di punta della casa, il P.108 appunto, di cui c’era abbondante giacenza, ma in realtà di ciò non c’è traccia negli archivi della Piaggio (comunque nel 1919, D’Ascanio, mentre lavorava negli Usa con Ugo Veniero D’Annunzio, figlio del Vate, propose una soluzione simile ma speculare, cioè adattare un motore della Harley Davidson a un aereo che stava progettando per la Caproni Airlines). Quello che è certo che in un modello successivo – la Vespa 98 del 1947 – la sospensione anteriore ricalca il funzionamento di quella del P.108. Ancor più interessante il fatto che, alla fine della guerra, nei magazzini della Piaggio in Liguria giaceva una buona quantità di lamierini metallici utilizzati per assemblare le fusoliere degli aerei. D’Ascanio per costruire il suo primo prototipo di vespa utilizzò appunto questo materiale che rimase lo stesso fino alla fine degli anni settanta con la mitica 50 special.

Kanak Das vive in un villaggio sperduto dell’India nord-occidentale. Va al lavoro in bici, percorrendo strade piene di dossi e buche profonde, che gli provocano dolori di schiena e prolungando di molto il tempo di percorrenza. Da qui l’idea: equipaggiare la bici in modo tale che tutte le volte che la ruota anteriore urta un sasso, un ammortizzatore assorbe il colpo e rilascia energia nella ruota posteriore. Convertendo l’energia assorbita dall’ammortizzatore in forza propulsiva, la sua bicicletta va ora più veloce sulle strade dissestate.

Due storie che seppur provenendo da contesti diversi ci mostrano una stessa attitudine: il riconoscere parentele fertili tra fenomeni distanti. La storia di Kanak Das è raccontata in Jugaad Innovation, un libro scritto da tre giovani indiani: Navi Radjou, Jaideep Prabhu, Simone Ahuja, rispettivamente consulente strategico, docente e imprenditrice. L’edizione italiana, pubblicata qualche anno fa da Rubbettino, è stata curata da Giovanni Lo Storto – direttore generale della Luiss – e Leonardo Previ.

Jugaad è un vocabolo hindi che indica un’idea che serve a risolvere rapidamente un problema. Spesso è una scorciatoia, un espediente improvvisato per aggirare un ostacolo. Ma potrebbe essere tradotta come «una soluzione improvvisata che nasce dalla creatività e dall’ingegno». La Jugaad è, in parole semplici, un modo unico e straordinario di pensare e agire per affrontare le difficoltà. È l’arte audace di individuare le opportunità nelle circostanze più avverse e improvvisare con intraprendenza soluzioni usando semplici strumenti: fare di più con meno.

«L’abbondanza di beni materiali anestetizza l’ingegno. Questo principio regola, spesso implicitamente, i nostri sistemi educativi: quando le risorse a disposizione dei più giovani appaiono eccessive, provvediamo a renderle scarse artificiosamente. Siamo convinti che lo sviluppo delle capacità umane sia legato allo stato di necessità perciò i più avveduti tra noi, quando intendono facilitare i processi di apprendimento dei propri figli, tolgono anziché aggiungere, centellinano le disponibilità materiali anziché renderle spensieratamente accessibili. Le scuole migliori – e forse anche le migliori famiglie – sono quelle in cui il superfluo è bandito o almeno reso di difficile reperibilità» scrivono Lo Storto e Previ nella prefazione. E aggiungono: «Il nostro Paese è tuttora ricco di queste imprese che si sono succedute di generazione in generazione e che risuonano ancora oggi nei mille volti e nelle mille storie, alcune note a tutti, molte sconosciute».

Superate le austerità imposte agli anni 70 dalle crisi del petrolio, gli anni 80 – sottolineano i curatori – hanno impresso la cultura dell’usa e getta; «È in questo modo che sono stati educati i bambini nati negli ultimi trent’anni: se qualcosa si rompe la si butta via. Così abbiamo rapidamente disimparato ad aggiustare o a sostituire i pezzi mancanti con elementi provenienti da contesti del tutto differenti. Una perdita culturale di proporzioni ancora in larga parte inesplorate, soprattutto per noi italiani, che per secoli abbiamo fatto dell’arrangiarsi un’arte. Del resto, qualsiasi gesto creativo comporta esattamente un arrangiarsi, un accrocchiare. È su questa cornice mentale che si è intestata quella cultura del design e della creatività cui l’immagine dell’Italia nel mondo deve così tanto».

È facile intuire quanto sarebbe importante oggi saper recuperare questo spirito di fronte al difficile contesto che ci troveremo ad affrontare, quando, come giustamente sottolinea Verdiana Garau dell’Osservatorio Globalizzazione (think thank fondato da Aldo Giannuli): «Per continuare a lavorare e cercare di stabilire una certa continuità nelle attività professionali, in tanti saranno costretti ad accettare un cambio di mentalità, se non un vero e proprio salto di paradigma, una sorta di mobilità/mobilitazione professionale necessaria (mentale ancor prima che fisica)».

Tra l’altro, proprio dopo la crisi del 2008, è nato un movimento di startup low cost, il cui manifesto è il volume Euro 100 bastano di Chris Guillebeau (Castelvecchi): dove passione e utilità si sovrappongono, può svilupparsi un’impresa anche con un piccolo capitale iniziale perché grazie al digitale lo sviluppo, il raggio d’azione e la connessione sono radicalmente cambiati.

E tornando all’Italia, un esperto del mondo dell’innovazione come Stefano Tresca non smette mai di ricordarci che la prima attitudine per aprire una startup è proprio quella che gli anglosassoni definiscono hustling, dall’antico latino cazzimma.

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