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Spazio, ecco come l’Italia e Leonardo possono sfondare

Obiettivi e sfide per l'Italia nello spazio. L'intervento di Paolo Chersei

 

Nei giorni scorsi l’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani ha dichiarato alla Commissione Difesa della Camera dei Deputati: «Abbiamo ripreso in mano la Space Alliance», ovvero l’alleanza sullo spazio tra la principale azienda strategica nazionale e Thales, la società con cui l’Italia è in concorrenza sull’aeronautica ma in joint venture con lo spazio. E ancora: «Abbiamo rivisto tutto, abbiamo modificato i patti parasociali». Quindi i rapporti tra i due leader europei – e mondiali – cambieranno. Perché al momento il 67% delle quote azionarie detenute da Thales consentono alla società manifatturiera francese di tenere i consigli di amministrazione a Cannes e non a Roma. Naturalmente non è una questione di geografia, come comprenderanno gli attenti lettori ma riguarda potenti assetti industriali, occupazionali e decisionali. Se è così – e sicuramente è così – che ci sarà un maggior interesse finanziario in campo spaziale, l’Italia conterà un po’ più in Europa, visto che, indipendentemente dalle quote di alleanza, il Bel Paese è il terzo contributore dell’Agenzia spaziale europea (Esa) che tuttavia non è riuscita a far nominare il proprio direttore generale anche se de facto le sarebbe toccato in una tradizione di alternanza tra i grandi fondatori dell’ente. Cose del passato e dell’ignavia di chi gestì l’intera operazione, si potrà dire. Certo, oggi c’è una realtà politica diversa in Italia. E ci possono stare le mentalità indipendentiste e riformiste della maggioranza. Riprendere in mano una situazione «po’ addormentata», come Cingolani ha detto alla Camera, è del resto in linea con un business molto dinamico che si sta sviluppando attorno allo spazio, specie nel campo militare dove le attività della bassa orbita monopolizzano quasi del tutto il mercato e gli spazi. E dove le guerre non mancano!

Il mondo imprenditoriale attende con ansia le decisioni che si stanno materializzando, perché il cambiamento non si limita allo stretto perimetro dell’industria a cui partecipa il Ministero del Tesoro ma si allarga ad un grande indotto di piccole e medie imprese che è praticamente responsabile della maggior parte dei lavorati per le fattualità di manifattura nazionale.

Cosa ci sia negli interessi spaziali dell’Italia lo si può riportare con discreta precisione: Luna, Marte, esplorazione, osservazione della Terra, telecomunicazioni, intelligenza artificiale. Una cucina di prelibatezze di avanguardia sia pur in una coperta che non è molto generosa. Quello che manca in maniera consistente sono i lanciatori. Vega a parte, naturalmente, ma poiché la produzione di Colleferro, oltre che dal conflitto in Ucraina viene strangolata da pericolose duplicazioni proposte da Ariane Group (proprietà di Airbus e Safran) la questione di accesso allo spazio per l’Italia resta sempre più complessa da risolvere. E in ogni caso non sembrano proprio dietro l’angolo in Europa soluzioni che possano sfidare concretamente SpaceX e relativi abbattimenti dell’acquisto dei lanci. Come è facile capire le argomentazioni appena elencate – ma rappresentano solo una minima parte di quelle presenti sui tavoli degli sherpa – sono sempre meno industriali e praticamente tutte politiche. Perché non appare molto credibile un passaggio indolore di scettro dei francesi ad altra potenza di comparti così strategici come il dominio dei nuovi progetti con cui confrontarsi con l’istituzione europea. Né poi l’alleanza bilaterale dell’Italia con gli Stati Uniti in campo spaziale è la migliore credenziale per consolidare la nostra posizione strategica tra i principali sviluppi europei.

Tuttavia non dubitiamo che se passi saranno fatti, porteranno il nostro Paese ad una maggiore dignità nel settore.

Val la pena però ricordare una frase di un banchiere italiano che di finanza ne capiva: «Le azioni si pesano, non si contano». Non bastano i soldi poggiati sul tavolo per fare industria e ancor meno deve mancare arguzia e competenza per gestire alleanze con soci non proprio di primo pelo. Occorre – diciamocelo pure – una assegnazione mirata delle poltrone decisionali e un presidio severo alle scelte da compiere. Senza questo requisito non si va molto lontano. Ma a Piazza Monte Grappa è noto. È molto noto e anche abbastanza semplice. Basta solo individuare le figure professionali giuste!

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