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Rafale, come il caccia di Dassault ha spinto l’export militare francese

Indonesia

Il Rafale si è trasformato da “brutto anatroccolo” dei “fighter” mondiali in un prodotto di grande successo sui mercati internazionali. L’analisi di Pietro Romano

Torna a decollare il Rafale. E s’impennano le esportazioni di armamenti prodotti in Francia, ai quali l’aereo da combattimento ha fatto da traino.

Dopo un 2020 “nero”, nonostante la crescita globale del settore, nel 2021 l’export transalpino ha registrato un autentico boom, concluso dalla mega-fornitura agli Emirati Arabi Uniti di 80 “Rafale” e di 12 elicotteri “Caracal”. Secondo quanto risulta ad Aeronautica&Difesa da fonti accreditate di Parigi, gli ordini raccolti nei dodici mesi scorsi dall’industria transalpina totalizzerebbero nel complesso un dato record valutato sopra i 35 miliardi di euro. Un risultato molto rimarchevole non solo a paragone dei 4,9 miliardi del 2020 ma anche dei 9,1 miliardi del pre Covid 2019. Esito del combinato disposto della qualità della produzione e di un sistema Paese efficiente. In grado di contribuire a trasformare il velivolo da combattimento di Dassault Aviation da “brutto anatroccolo” dei “fighter” mondiali in un prodotto di grande successo sui mercati internazionali. Un prodotto in grado di trainare all’estero le vendite anche di altri armamenti francesi, dagli elicotteri “Caracal” alle fregate “FDI”. Grazie, va sottolineato, alla collaborazione tra amministrazione pubblica e industria, di certo non marginale.

La Direction générale de l’armaments (Dga), che dipende dal Ministère des Armées, conta infatti tra i suoi principali compiti – in unione con i dicasteri degli Esteri e delle Finanze e il dipartimento del Tesoro – la ricerca di contratti nei Paesi stranieri. Inoltre, una sua branca (Dga international), forte di circa 200 addetti altamente qualificati, dislocati nelle ambasciate o in “task force”, manda il proprio personale in giro per il mondo a spiegare ogni dettaglio degli armamenti in vendita.

UNA “RAFFICA” IN VOLO

Entrato in servizio nel Duemila, il “raffica”, questo significa “Rafale” in italiano, via via è stato adattato sia alle esigenze dell’Armée de l’air sia a quelle dell’Aeronautique navale. Grazie appunto al rapporto strettissimo che in Francia esiste tra forze armate e industria l’adeguamento alle necessità della difesa è stato costante. Oggi si ipotizza l’allungamento della sua vita oltre il 2040, grazie principalmente allo standard F4, condotto sotto l’egida della Dga, lanciato nel 2019 e destinato ad andare a regime nel 2024 ma con alcune funzioni disponibili già quest’anno. Rispetto agli attuali standard, l’F4 presenta una serie di novità significative: l’aereo porterà la nuova versione del missile aria-aria Mica di Mbda e bombe teleguidate da una tonnellata di Sagem (gruppo Safran), il rinnovato sistema integrato per la guerra elettronica Spectra e l’apparecchiatura laser Talios, entrambe di Thales, oltre a un apparato di cybersicurezza complessivamente rafforzato.   Un aggiornamento frutto di un impegno non indifferente al quale, ben sostenuti da investimenti pubblici, hanno collaborato Dassault Aviation (che realizza quasi il 60% del “Rafale”) con altri campioni dell’industria transalpina tecnologicamente all’avanguardia (Safran per i motori e non solo, Thales per le apparecchiature elettroniche, Mbda per i missili) e circa 400 sub-fornitori sparsi per l’Esagono.

SOSTIENE TRAPPIER…

Ma com’è che un “brutto anatroccolo” si è trasformato in un cigno? E una storia di sconfitte in un modello di successo? “Questo aereo era avveniristico rispetto ai suoi tempi. Quando abbiamo partecipato alle prime gare internazionali era solo per farlo conoscere. E abbiamo perso di fronte ad aerei da combattimento Usa, è vero, ma oltre tutto in Paesi che si riforniscono storicamente dagli Stati Uniti. Così è nata la leggenda del fallimento commerciale. Con il passare del tempo, nelle mani dei militari francesi dell’Aeronautica e della Marina, e con interventi di adeguamento mirati frutto dell’esperienza in battaglia, il Rafale ha mostrato la propria polivalenza, la propria affidabilità, la propria efficacia. E oggi è arrivato il suo momento, il momento Rafale”. In sostanza è questa è la risposta che ha dato Eric Trappier (presidente di Dassault Aviation e della potente Union des industries et metiers de la metallurgie) al settimanale di estrema destra transalpino Valeurs Actuelles, in una intervista densa di contenuti uscita a cavallo delle festività.

Secondo Trappier, il giro di boa del “Rafale” risale a una sorta di “allineamento degli astri”, come lo ha definito testualmente, con l’uscita di scena del leader egiziano Mohamed Morsi e l’andata al potere del maresciallo Abdel Fattah al-Sisi. L’avvicendamento provocò un raffreddamento nei rapporti del Cairo con l’amministrazione Usa guidata dal presidente democratico Barack Obama, il quale aveva lanciato la stagione fallimentare delle “primavere arabe” di cui il debole Morsi era un risultato. E in questa incrinatura nei rapporti tra Egitto e Stati Uniti d’America seppe insinuarsi la diplomazia francese. In comune in quel momento (e ancora oggi) Egitto e Francia avevano il pericolo islamista. Il Cairo, inoltre, era già cliente di Dassault Aviation, dalla quale aveva acquistato in precedenza numerosi esemplari di caccia “Mirage 2000”. Le trattative durarono poco più di un anno e nel 2015 sfociarono nell’acquisto di 24 “Rafale”, la prima vendita all’estero del velivolo. Un’operazione che evidentemente ha soddisfatto Il Cairo, tanto da generare una ulteriore fornitura di 30 “Rafale”, siglata l’estate scorsa.

UN CARNET GLOBALE

Nel frattempo l’elenco dei contratti internazionali stipulati da Dassault Aviation e dal governo di Parigi con clienti esteri si è via via allungato. Passando per l’India e il Qatar (36 apparecchi ciascuno), la Grecia (24), la Croazia (12 di seconda mano girati dal governo di Parigi che poi ne ha ordinati altrettanti nuovi) e da ultimi, perlomeno finora, gli Emirati Arabi Uniti. Di conseguenza, attualmente l’export vale intorno al 50% del mercato globale del “Rafale”. Ma tale quota potrebbe ancora crescere.

Nell’intervista già citata, Trappier ha sottolineato che sono in corso colloqui per “piazzare” altri “Rafale” in giro per il mondo che potrebbero chiudersi positivamente addirittura nei prossimi mesi. Il presidente di Dassault Aviation si è trincerato, ovviamente, dietro il silenzio di prassi ma Aeronautica&Difesa è in grado di fornire qualche informazione in più. Nell’ordine sarebbero Indonesia, India e Arabia Saudita in cima alla lista con la Grecia di rincalzo. Con l’Indonesia le trattative proseguono da tempo anche se il numero di apparecchi che potrebbe essere acquistato dalla ex colonia olandese si è ormai ridotto a 12 dai 36/40 iniziali. Ben più consistente appare il possibile ordine indiano. A informare di questo interesse il ministro francese Florence Parly, in visita a New Delhi poco prima delle festività natalizie, sarebbe stato il primo ministro Narendra Modi in persona. La discussione ha riguardato non solo il “Rafale” ma anche i sottomarini “Scorpène”, prodotti da Naval Group, e gli elicotteri “Caracal” e “Panther”, di Airbus Helicopters. Con l’Arabia Saudita, infine, la strada della collaborazione è stata aperta dalla creazione di una co-impresa specializzata nella manutenzione di aerei ed elicotteri militari. Anche in questo caso, secondo indiscrezioni, i colloqui sarebbero stati allargati all’offerta francese di “Rafale”, “Caracal” e “Scorpène”. La Grecia, infine, non punterebbe ad altri “Rafale” ma piuttosto a elicotteri da combattimento.

UN BOOM PARADOSSALE

Il boom dell’export di armamenti francesi potrebbe apparire paradossale: cade nell’anno del voltafaccia australiano su una fornitura di sottomarini “Scorpène” che sembrava cosa fatta. In realtà, a Parigi sapevano che, come un presidente democratico Usa (Barack Obama) aveva favorito la vendita, così un altro presidente democratico Usa (Joe Biden) avrebbe potuto smontare i piani francesi. Rispetto agli anni di Obama, Washington non sembra disposta a lasciare spazio alla concorrenza tanto più nell’area attualmente più “calda” del mondo: l’Indo Pacifico. Il pericolo cinese in cinque o sei anni si è massicciamente accresciuto e gli Usa vogliono tenere la situazione sotto rigido controllo.

La crisi australiana ha piuttosto acuito le tensioni tra la Francia e il mondo anglosassone e anche la Nato. Tanto che a Parigi la presenza del Paese nell’Alleanza Atlantica non è più data per scontata, proprio perché – è l’accusa – la Nato favorirebbe l’industria a stelle e strisce. Nella competizione globale, la Francia ha un punto di forza molto importante rispetto agli altri produttori europei: è “Itar free”. Vale a dire che, non montando tecnologie militari americane ma attingendo solo alla filiera nazionale, i suoi prodotti di punta, e in particolare il “Rafale”, non sono soggetti al regime normativo imposto da Washington per limitare e controllare l’esportazione di proprie tecnologie militari al fine di salvaguardare la sicurezza nazionale degli Usa. Un regime – l’International traffic in arms regulations – che talvolta, secondo Parigi, gli Usa hanno tirato in ballo piuttosto per sconfiggere a tavolino la pericolosa concorrenza di aziende di Paesi alleati.

 

 

 

 

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