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Quali Paesi hanno messo al bando i social media per i minori?

Se l'Europa sonnecchia di fronte all'istituzione di un divieto dei social media al di sotto di una certa età, alcuni Paesi procedono per conto loro. È il caso della Grecia, che dal 2027 li vieterà agli under 15. Ma cosa succede nel resto del mondo? E soprattutto si tratta di misure efficaci? Fatti e commenti

 

La Grecia accelera, l’Europa osserva, gli esperti dividono il campo. Il divieto dei social media per i minori di 15 anni annunciato da Atene riapre un dibattito globale che coinvolge governi, piattaforme e famiglie: tra misure drastiche e regolamentazioni progressive, cresce il fronte di Paesi pronti a intervenire, mentre resta aperta la questione sull’efficacia di questi strumenti.

LA SVOLTA DELLA GRECIA

Dal 1° gennaio 2027 la Grecia vieterà l’accesso ai social media agli under 15, con una legge attesa in Parlamento a metà 2026. Il provvedimento nasce da preoccupazioni legate ad “ansia, problemi del sonno e design delle piattaforme che crea dipendenza”.

Con un video su TikTok, il primo ministro Kyriakos Mitsotakis, premettendo che molti giovani si sarebbero arrabbiati con lui, ha rivendicato la scelta anche sul piano politico europeo: “La Grecia sarà tra i primi Paesi a intraprendere un’iniziativa del genere” e “sono certo che non sarà l’ultimo. Il nostro obiettivo è spingere anche l’Unione europea in questa direzione”.

Il divieto riguarderà piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok e Snapchat, mentre resteranno escluse app di messaggistica e video. Le aziende dovranno adeguarsi o affrontare sanzioni fino al 6% del fatturato globale previste dal Digital Services Act (Dsa).

Contemporaneamente Atene ha chiesto un quadro comune europeo, sostenendo che “l’azione nazionale da sola non sarà sufficiente”.

L’EFFETTO AUSTRALIA E LA SPINTA GLOBALE

Il modello di riferimento resta l’Australia, primo Paese ad aver introdotto un divieto generalizzato per gli under 16 nel dicembre 2025, obbligando piattaforme come Instagram, TikTok, YouTube, X e Reddit a verificare l’età degli utenti o pagare multe elevate.

Da allora, una crescente lista di governi ha avviato iniziative simili. Nel Regno Unito si discutono restrizioni che includono anche limiti a funzionalità che creano dipendenza come lo scrolling infinito; in Austria è allo studio un divieto fino ai 14 anni con sistemi avanzati di verifica dell’età; in Spagna il premier Pedro Sánchez ha promesso una stretta definendo i social un “Far West digitale”.

In Asia, l’Indonesia ha già vietato l’accesso a piattaforme “ad alto rischio” per i minori di 16 anni, mentre la Cina applica restrizioni integrate nei dispositivi. Negli Stati Uniti, invece, l’approccio resta frammentato: alcuni Stati impongono consenso parentale e verifiche dell’età, ma un divieto federale appare improbabile.

Anche in America Latina emergono modelli alternativi: il Brasile ha introdotto l’obbligo di collegare gli account a un tutore e vietato funzioni come lo scrolling infinito.

L’EUROPA TRA DIVIETI E REGOLAZIONE

In Europa il quadro resta eterogeneo. La Francia ha già approvato un primo via libera parlamentare al divieto per gli under 15, anche se il processo legislativo non è concluso. La Danimarca ha annunciato restrizioni simili, mentre la Norvegia ha avviato una consultazione pubblica.

Altri Paesi si muovono su linee meno radicali: Germania e Italia prevedono il consenso parentale sotto determinate soglie di età, il Portogallo ha introdotto sanzioni per le piattaforme che non rispettano i limiti e la Polonia lavora a una legge che renda obbligatoria la verifica dell’età.

Nel complesso, emerge una doppia tendenza: da un lato divieti espliciti, dall’altro sistemi di regolazione e responsabilizzazione delle piattaforme.

COSA PENSANO GLI ESPERTI DELLE RESTRIZIONI

Accanto all’attivismo politico cresce anche il confronto tra gli esperti. Secondo Sonia Livingstone della London School of Economics i divieti rappresentano “un’ammissione di fallimento” dei governi nel regolamentare le grandi aziende tecnologiche. La studiosa sostiene che “non riusciamo a regolamentare le aziende, quindi possiamo solo limitare i bambini” e chiede invece un’applicazione più rigorosa delle norme esistenti e sanzioni più incisive.

Sulla stessa linea Josh Golin dell’organizzazione Fairplay for Kids, che invoca leggi basate su “privacy e sicurezza integrate nella progettazione” piuttosto che restrizioni generalizzate.

Ma le critiche arrivano anche sul piano sociale. Per alcuni infatti i divieti vengono definiti una soluzione “pigra” e “ingiusta”, capace di penalizzare una generazione che utilizza i social anche per informarsi e relazionarsi. Victoria Nash dell’Oxford Internet Institute parla di misura “estrema” e avverte che potrebbe spingere i giovani verso spazi meno regolamentati della rete, privi di tutele adeguate.

Allo stesso tempo, come ha sottolineato Mitsotakis, resta centrale il tema dei rischi: “Il cervello dei bambini è ancora in fase di sviluppo” e “l’uso incontrollato di tali piattaforme può portare a stress, depressione, perdita di sonno… cyberbullismo e isolamento sociale”.

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