Innovazione

Tra politically correct e digital divide

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Il corsivo di Battista Falconi

In un’epoca nella quale codici e registri culturali si diversificano velocemente, dato l’insorgere continuativo di nuovi canali, strumenti, piattaforme, diviene sempre più facile incorrere in errori di comunicazione che rischiano di pregiudicare o vanificare l’efficacia del messaggio. Da un lato si tenta di aggirare il rischio adottando presunti esperanti culturali e passe partout espressivi, come le serene, felici o buone festività augurate per non adottare termini religiosi, tabu identitario da cui tenersi a distanza di sicurezza. Dall’altro si registra un’involontaria, ma non per questo meno seria, frattura sociale e generazionale, che si riflette in primis nello stereotipato atteggiamento di sufficienza e sospetto con cui il popolo della rete e dei social viene giudicato da parte di chi se ne tiene o sente tagliato fuori.

Ondeggiamo tra politically correct e digital divide, per così dire. Che il mezzo usato coincida del tutto con il messaggio e tanto meno con il fine lo abbiamo affermato di recente, eccependo con alcuni esempi alla presunta superiorità della carta stampata sul digitale quale fonte di informazione. Una derivata di tale stereotipo sta nell’astensionismo da rete, smartphone e social propagandato a mezzo stampa ad alcuni vip. A meno di non seguire ancora le vecchie teorie ipodermiche e lineari della comunicazione, sappiamo che il ritorno di un messaggio è frutto di una complessa combinazione con lo scenario e con la predisposizione del destinatario: ci si dovrebbe quindi rendere conto che quando Steven Spielberg e Claudio Magris, il direttore d’orchestra Bernard Haitink o il fisico Carlo Rovelli condividono le loro riflessioni sulla maggior utilità di leggere un libro anziché postare un tweet, sull’opportunità di contenere l’uso del cellulare e sulla difficoltà di rispondere ai troppi messaggi, il mix tra la banalità delle osservazioni e la supponenza del tono risultano più irritanti e incomprensibili che utili per il pubblico soprattutto giovane, che in gran parte utilizza i surrogati digitali per compensare la propria difficoltà esistenziale e relazionale.

A chi sta prendendo una scorciatoia per pigrizia, fretta o debolezza quanto ha senso consigliare l’impervia ma panoramica mulattiera? Questo errore di prospettiva vizia pesantemente l’attuale rapporto intergenerazionale. Il premier dimissionario Paolo Gentiloni – per esempio – quando usa l’espressione “giocare a Rischiatutto” considera la distanza siderale che così interpone rispetto ai cittadini ed elettori più giovani? Possiamo confermare, dopo un test eseguito in un’aula universitaria con parecchie decine di studenti, che a conoscere il quiz condotto da Mike Bongiorno erano non più di 3-4 ragazzi. L’errore del mittente del messaggio in questo caso è confondere la profondità dell’imprinting che quel contenuto ha scavato a livello personale con quello che un tempo chiamavamo immaginario collettivo, un po’ come ai tempi in cui gli etnologi trascrivevano con eccessiva disinvoltura i significati attribuiti ai termini usati dalle popolazioni indigene con cui si incontravano.

Oggi dovremmo guardare ai ragazzi con maggior cautela e rispetto, comprendendo che per certi versi la distanza che separa un ventenne e un sessantenne di oggi è analoga a quella che un tempo intercorreva tra Lucien Lévy-Bruhl e i “popoli primitivi”: o meglio, per non ricorrere anche noi a frettolose semplificazioni, la distanza è minore ma il pericolo, proprio per questo, è di non misurarla. Citando di nuovo un aneddoto personale, avvertiamo che a uno studente può risultare sconosciuto persino Alberto Sordi, non soltanto Guglielmo Marconi, Enrico Fermi o Antonio Meucci. In questo ambito l’esperienza degli insegnanti e dei genitori dovrebbe essere messa a fattore comune nella progettazione delle infrastrutture culturali e sociali, non solo di quelle didattiche.

Il modo con cui – seppure involontariamente, ribadiamo – teniamo distanti e contrapposti i mondi analogico e digitale, anziché stabilire dei ponti, ricorda gli opposti estremismi della seconda metà del Novecento. E, in qualche modo, anche la situazione odierna risente di vecchie connotazioni ideologiche, quelle effigiate in due recenti e speculari uscite di “Satira preventiva” da Michele Serra, parlando degli intellettuali di sinistra che “stanno sulle balle a tutti” e dell’elettorato di destra “disorientato” quando vedono un libro. La stampa “à gauche”, il web “à droite”? Non è ovviamente così, ma un pochino si avverte anche nel solco scavato dai new media l’eco del “complesso dei migliori” da cui, secondo l’efficace diagnosi di Luca Ricolfi, è affetta la sinistra italiana. A chi scrive è capitato proprio di recente di assistere, in due incontri tra intellettuali progressisti parecchio engagé, a una manifestazione di virulento ateismo e di fastidio per l’ignoranza della cittadinanza locale (oltre che per la presenza di troppi stranieri…) da parte di un’importante sociologa e alle preoccupazioni esternate per le sorti di una giunta regionale di sinistra da parte di un noto giornalista. Entrambi, evidentemente, neppure sfiorati dal dubbio che tra gli interlocutori, di analogo livello culturale, qualcuno la potesse pensare diversamente.

Un po’ l’errore di prospettiva, oltre che la gaffe in termini di buona creanza, spesso commessi quando le persone anagraficamente e intellettualmente più mature, magari politicamente correttissime quando parlano di migranti, si rivolgono al “popolo della rete”.

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