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Perchè tutti faremo i conti con l’Intelligenza artificiale

Intelligenza Artificiale

All’intelligenza artificiale affidiamo compiti di grande responsabilità: guidare le auto, diagnosticare in anticipo malattie e sostituirci nei processi di produzione

 

L’Intelligenza Artificiale è già qui e tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti con questa “strana” realtà. C’è già chi ha provato ad includerla nei propri processi professionali e c’è chi ci sta pensando, come la Pubblica Amministrazione. C’è chi ha già in salotto un piccolo assistente che ricorda date, appuntamenti e che sceglie la musica in base alle nostre abitudini. Abbracciare questa novità sarà l’unico modo per rimanere competitivi, ma allo stesso tempo sarà proprio questa a rubare importanti posti di lavoro. Andiamo per gradi.

Cos’è l’intelligenza artificiale

Difficile racchiudere in una definizione quello che è l’intelligenza artificiale (AI): il concetto comprende una grande quantità di argomento. Provando a sforzarci un pochino, possiamo dire che l’intelligenza artificiale è quel settore scientifico che si occupa di come creare macchine intelligenti, che possano aiutare ed emulare l’uomo.

Un mercato in crescita

Cresce il mercato legato all’intelligenza artificiale, stando ai numeri dell’Europa, le imprese che si occupano di cognitive technology e intelligenza artificiale (IA) hanno registrato nei primi mesi del 2017 un aumento dei ricavi del 40% sul 2016, generando introito di oltre 1,5 miliardi di dollari, tali tecnologie fino al 2020 mostreranno un tasso di crescita annuo di oltre il 42%, fino a raggiungere un valore complessivo di 4,3 miliardi di dollari. Lo sostiene l’ultimo aggiornamento della “Worldwide Semiannual Cognitive/Artificial Intelligence Systems Spending Guide” di IDC.

L’Europa occidentale rappresenta il 12,1% di tutta la spesa mondiale sulle tecnologie cognitive e dell’intelligenza artificiale.

Tante responsabilità

Se è vero che no comuni mortali ancora la conosciamo poco, è anche vero che gli esperti di settore contano molto sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale e ad essa affidano compiti sempre più delicati e di maggiore responsabilità. Basti pensare che la tecnologia ad essa connessa può prevedere prima l’insorgere di malattie nell’uomo, può individuare le aree di una città in cui c’è bisogno dell’intervento della polizia e può portare a spasso un uomo.

Secondo un rapporto di Avanade Technology Vision, fornitore di servizi digital e cloud, l’AI ha già dato vita a nuovi modi di interagire e servire.

“L’intelligenza artificiale è pronta a ridisegnare l’esperienza digitale dei consumatori ed è in procinto di diventare l’insieme di tecnologie più importanti da offrire alla forza lavoro”, ha detto Roberto Chinelli, Chief Technology Innovation Officer di Avanade Italy. “Grazie all’automazione delle attività più semplici o ripetitive, le persone avranno maggior tempo a disposizione e potranno concentrare meglio le proprie risorse mentali su elementi più significativi e a maggior valore aggiunto nel loro lavoro”. Sarà l’AI, dunque, ad occuparsi del supporto, ad organizzare del lavoro, a gestire al meglio il calendario degli appuntamenti.

E l’uomo, cosa farà?

L’automazione e l’Ai faranno quasi tutto. Ma l’uomo allora non servirà più? Ci sono numeri drammatici, infatti, in merito a tutto questo. Uno studio di PricewaterhouseCoopers (Pwc), sostiene infatti che nel 2032 (circa), il 38% dei posti di lavoro disponibili oggi negli Stati Uniti potrebbero essere presi dai robot. In Germania, invece, l’automazione eliminerà il 35% dei posti e in Gran Bretagna il 30%. In Giappone “solo” il 21%. La percentuale di penetrazione dei robot in azienda varia, come abbiamo potuto notare, di paese in paese. Il motivo è semplice: si basa sul livello di istruzione medio nei vari territori: più alto è il livello, più sarà difficile la sostituzione con gli automi. I lavori più a rischio automazione, infatti, sono quelli che richiedono un livello inferiore di studio per essere svolti.

I dati ricalcano un po’ quanto già affermato nell’ultimo rapporto del McKinsey Global Institute, in cui si dimostra che ben il 49% delle attività (che producono salari complessivi per annui per 15.8 miliardi di dollari), grazie alle attuali tecnologie, potrebbe essere svolto dai robot. Meno del 5% del totale professioni potrà essere completamente automatizzato e nel 60% dei lavori, il 30% delle attività potranno essere svolte automaticamente da robot.
Forse le prospettive, però, non sono così drammatiche. Durante il World Economic Forum di Davos, in Svizzera, si è parlato tanto di Quarta Rivoluzione Industriale, di automazione e di intelligenza artificiale. Più della metà degli imprenditori presenti ha dichiarato di essere pronto a fare importanti investimenti in tal senso, ma gli stessi imprenditori si dicono pronti a riqualificare il proprio personale interno per far fronte a questa nuova riorganizzazione, senza esser costretti a importanti licenziamenti.

Intelligenza artificiale: arriva anche nella PA?

Dobbiamo dire che qualcosa in campo di intelligenza artificiale sembra muoversi anche in Italia. La Camera ha approvato una mozione che impegna il Governo a valutare la possibilità di far ricorso a sistemi di intelligenza artificiale negli uffici di Pubblica Amministrazione, con l’obiettivo di migliorare e velocizzare l’esperienza dei cittadini.

intelligenza artificialeIl testo della mozione, frutto del lavoro di tra Partito Pirata e Alternativa Libera, propone governo di privilegiare soluzioni di AI e chiede di anche la definizione dei profili di responsabilità dei produttori di automi in caso di danni arrecati da questi ad esseri umani.
“Abbiamo tracciato un percorso importante, partito dalla Camera dei deputati, dimostrando che il parlamento può anticipare i problemi, piuttosto che inseguire soltanto le emergenze. Il governo si è impegnato a definire una strategia sostenibile, con un approccio interministeriale, che affronti con una visione globale e sostenibile il tema della robotica e del lavoro, per garantire un impatto sostenibile ed equo, con un investimento adeguato in formazione e ricerca, visto che l’Italia è un paese manifatturiero esportatore di robotica e bisogna rifuggire dalla demagogia della tassa sui robot, che non rappresenta uno strumento efficace ma piuttosto autolesionistico”, ha commentato Maria Chiara Carrozza, deputata Pd e docente di biorobotica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Intelligena artificiale: sempre più simile alla mente umana

C’è qualcosa, comunque,  che l’intelligenza artificiale ancora non può fare. E spesso si tratta di azioni e operazioni base per gli umani, come spostarsi in metropolitana. Sì, l’intelligenza artificiale può batterci in una difficile e complicata partita di Go, ma non sa muoversi autonomamente nelle subway londinesi. L’intelligenza artificiale non sa ancora apprendere come la mente umana: non è capace di gestire nozioni e strutture replicabili e malleabili, traslandole per più situazioni e problemi. E i tempi per arrivare a tutto questo sono lunghi, anche se gli autonomi (perdonate il gioco di parole) sono sempre più autonomi, e si impongono anche a lavoro come suo sostituto. La ricerca, comunque, fa passi da gigante e i meccanismi dell’AI sembrano assomigliare sempre più a quelli del cervello dell’uomo.

intelligenza-artificialeA lavoro per far sì che l’intelligenza artificiale sia sempre più simile alla mente umana è DeepMind, azienda di settore, che, con Google supervisore, ha dato vita al primo “Computer Neurale Differenziabile”, o Differentiable Neural Compute, in Inglese.

Tutto il lavoro è stato descritto su Nature. In pratica, si tratta di una rete neurale che, appoggiandosi ad una memoria esterna, attiva un meccanismo di apprendimento astratto, utile alla soluzione di problemi reali. Il computer, dunque, sceglie efficientemente la via più breve fra due punti specificati o intuizione i passaggi mancanti in grafi generati in maniera casuale, traslando questa capacità anche in grafi specifici, proprio come funziona il cervello umano.

Ma attenzione. Il lavoro degli scienziati non è certo rivolto a produrre un surrogato della memoria umana. Il prodotto tende solo a massimizzare, come spiegato nell’articolo su Nature, alcune funzioni computazionali.

Il computer di Deepmind, comunque, proprio come farebbe la mente umana, ha imparato e memorizzato le operazioni necessarie a leggere un grafo e, successivamete, è riuscito a districarsi nel labirinto della metropolinata londinese, rispondendo a domande in linguaggio naturale sugli spostamenti da una stazione all’altra, con un’accuratezza del 99,8%, contro il 37% di un computer neurale tradizionale.

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