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Perché Lpe attacca Draghi e Giorgetti sul golden power anti Cina

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Lpe golden power

Il governo ha applicato il golden power stoppando la vendita della società Lpe, specializzata nella produzione di reattori epitassiali, a un gruppo cinese. Ma la mossa per la società italiana, che esporta il 60% della produzione in Cina, borbotta. Ecco perché

 

Il governo Draghi non ha tenuto conto degli effetti collaterali con l’esercizio del golden power sulla vendita ai cinesi della società Lpe Spa.

Il ministero dello Sviluppo Economico, d’intesa con il ministero della Difesa e quello degli Affari Esteri, ha proposto di utilizzare i poteri speciali per bloccare l’acquisizione, da parte di un’azienda cinese, la Shenzhen Investment Holdings, del 70% di capitale dell’azienda italiana, la Lpe spa, attiva nel settore dei semiconduttori.

Nel corso della riunione del Cdm del 31 marzo, l’esecutivo ha utilizzato il primo esercizio di veto nell’ambito del golden power, bloccando dunque la cessione di Lpe ai cinesi.

Il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti (Lega), aveva annunciato, fra l’altro, che al Mise si sta anche valutando la possibilità di “estendere l’ambito di applicazione della golden power” a filiere rilevanti, “particolarmente esposti alla concorrenza cinese”.

“Sono d’accordo con Giorgetti, la golden power è uno strumento del governo per evitare la cessione di asset strategici a potenze straniere, va usato. Quello sui semiconduttori è stato un uso di buon senso in questa situazione. È un settore strategico, ce ne sono altri”, aveva commentato il presidente del Consiglio Mario Draghi.

Se la produzione di semiconduttori, utilizzati soprattutto nel settore automobilistico, in quello dell’industria della difesa ma anche nel settore elettronico, è un settore dunque ritenuto sempre più strategico, nel caso dell’azienda Lpe la mossa del golden power di strategico sembra aver avuto ben poco.

L’azienda di Baranzate infatti, senza la sua quota di mercato cinese, non esisterebbe. E gli imprenditori di Lpe si sono rivolti proprio a Mario Draghi e Giancarlo Giorgetti, come riportato oggi da L’Economia, l’inserto del Corriere della Sera, in un articolo di Ferruccio de Bortoli. Secondo i dirigenti questo stop farà un favore soltanto a chi copia i brevetti.

Tutti i dettagli.

COSA FA L’AZIENDA LPE E LA QUOTA DI MERCATO CINESE

Fondata nel 1972, Lpe SpA di Milano progetta e produce reattori epitassiali e conta 52 dipendenti.

Come già raccontato su Start, dal 2003 la società di Baranzate ha una filiale cinese, destinata all’assistenza tecnica e commerciale in Cina, mercato principale per l’azienda lombarda.

La quota di mercato cinese dell’azienda si attesta infatti al 60%. Quello italiano vale il 4%.

La stessa società ha evidenziato come il mercato dominante per Lpe sia per l’Asia in particolare la Cina, paese nel quale Lpe è presente dagli anni ’80.

LA MISSIVA DEGLI IMPRENDITORI DI LPE AL GOVERNO

Pertanto, in seguito allo stop della vendita alla cinese Shenzhen Investment Holdings, del 70% di capitale dell’azienda italiana, Franco Preti e Massimo Sordi, rispettivamente ad e presidente di lpe Spa, hanno scritto una lettera a Mario Draghi e Giancarlo Giorgetti, lamentando la natura espropriativa del decreto sul golden power, come ha riportato L’Economia.

“Ci permettiamo di portare alla vostra attenzione i sentimenti di profonda amarezza che il provvedimento ha provocato in noi sotto diversi profili. “Si ricorda nella lettera — scrive de Bortoli — che l’azienda produce soltanto il reattore epitassiale, uno dei tanti impianti utilizzati nel ciclo di fabbricazione dei semiconduttori. Nulla di strategico né di legato alla difesa”.

NECESSARIA L’OPERAZIONE CINESE

Nella lettera, i due imprenditori sottolineato all’attenzione di Draghi e Giorgetti che “di fatto Lpe è un’azienda completamente cinese sia pure collocata in Italia e con azionisti italiani. Senza la sua quota di mercato in Cina, Lpe non esisterebbe da anni”.

E che l’operazione, al di là dell’innegabile vantaggio patrimoniale, è stata concepita “per apparire cinesi agli occhi dei cinesi con l’obiettivo di vedersi meglio tutelati nella nostra proprietà intellettuale che non è messa a repentaglio da chi l’acquista, come appare sia stata la preoccupazione del provvedimento, ma da chi ruba e la continuerà a rubare”.

“Il controllo operativo, la ricerca e sviluppo sarebbero rimasti in Italia. E così la produzione. Con un impegno formale ad aumentare l’occupazione, garantito dai soci italiani che resterebbero nel capitale con il 30%.

ESERCIZIO GOLDEN POWER A FAVORE DELLA CONCORRENZA

“La notizia dell’esercizio del golden power da parte del governo italiano — si legge sempre nella lettera inviata al governo — è divenuta nota ai nostri peggiori concorrenti/copiatori il giorno stesso ed è stata festeggiata con gioia perché ostativa della crescita di un produttore italiano (senza riguardo alla proprietà delle azioni) nel mercato locale. Essa costituirà un’ottima giustificazione per reteirare, anzi incrementare, incentivi e protezioni ai concorrenti/copiatori locali.”

“In Cina le copiature sono frequenti e la difesa dei brevetti aleatoria. E questo è il problema principale, ma non solo”, lamentano i dirigenti di Lpe.

INGRESSO DEI CINESI CON QUOTA DI MINORANZA?

Forse lasciar entrare nel capitale della società di Baranzate, magari in minoranza, qualcuno legato a Pechino avrebbe aiutato di più il business. Piuttosto che bloccare l’operazione con i cinesi tout court.

Come scrive De Bortoli, “l’azienda rischia di essere sopraffatta del tutto, senza quelle minime garanzie su sede, ricerca e occupazione, che almeno sulla carta sembrerebbero esistere nell’accordo contestato. Una via d’uscita c’è. I cinesi possono entrare in minoranza. L’effetto politico dimostrativo del golden power resterebbe (ed era forse indispensabile come avvertimento generale), senza dare lo spettacolo di difendere un’azienda colpendola a morte.”

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