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Perché l’India vieta le app cinesi

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India app cinesi

L’India ha messo al bando 118 app cinesi, in un nuovo sviluppo delle tensioni geopolitiche tra New Delhi e Pechino.
Secondo quanto riferito dal ministero indiano dell’Informazione, le app — compresi i servizi forniti dal gigante cinese del web Tencent — promuovono attività che “pregiudicano la sovranità e l’integrità dell’India, la difesa dell’India, la sicurezza dello stato e dell’ordine pubblico”.
A giugno il governo di Narendra Modi aveva già chiuso l’accesso alla rete internet nazionale a 59 “app” cinesi, compresi WeChat e TikTok. In particolare quest’ultima considerava l’India il suo più grande mercato internazionale.
Le tensioni tra le due nazioni più popolose del mondo sono cresciute dall’inizio di quest’anno e si sono intensificate dopo uno scontro militare sul confine himalayano a giugno.

L’ANNUNCIO DEL MINISTERO INDIANO

Il ministero dell’Informazione dell’India ha dichiarato di aver ricevuto reclami per app “che rubano e trasmettono di nascosto i dati degli utenti in modo non autorizzato a server che hanno posizioni al di fuori dell’India”.

Questa decisione è una mossa mirata per garantire la sicurezza, la protezione e la sovranità del cyberspazio indiano”, ha affermato il ministero.

Sebbene l’annuncio non menzioni specificamente la Cina, si tratta di un evidente attacco alle app cinesi.

LE APP BLOCCATE

Tra le nuove app che sono state bandite ci sono il motore di ricerca Baidu, la suite di collaborazione aziendale WeChat Work, il servizio di cloud storage Tencent Weiyun, il gioco Rise of Kingdoms, il servizio di utilità Apus Launcher, una VPN per TikTok, il servizio di e-commerce Mobile Taobao, video hosting servizio Youko, agenzia di notizie Sina News, servizio di lettore di carte CamCard, nonché una versione in miniatura di Pubg.

DURO COLPO PER PUBG

Come sottolinea Techcrunch, “proprio Pubg — distribuito in India dal colosso cinese Tencent — è di gran lunga il titolo più popolare tra le app appena bandite. Secondo una delle principali società di informazioni sui dispositivi mobili, a luglio in India aveva più di 40 milioni di utenti attivi mensilmente. Secondo la società di ricerca Sensor Tower, l’India rappresenta oltre un quarto delle installazioni a vita di Pubg”.

APP ESCLUSE DA UNO DEI PIÙ GRANDI MERCATI DI UTENTI SMARTPHONE

Dopo il bando di TikTok e altre 58 app a giugno, l’India ha di nuovo bloccato una serie di app estremamente popolari. Escludendole di fatto da uno dei più grandi mercati di utenti di telefoni cellulari.

Proprio TikTok infatti ha oltre 200 milioni di utenti in India, il suo più grande mercato estero.

ATTACCO ALLA CINA

Nella nota del ministero di New Delhi si afferma che l’azione “salvaguarderà gli interessi di milioni di utenti mobili e Internet indiani”.

Ma questi divieti sono senz’altro legati all’escalation delle tensioni tra India e Cina a causa della disputa in corso sul confine himalayano da giugno.

Tuttavia già ad aprile, l’India aveva anche apportato una modifica alla sua politica di investimenti esteri che richiede agli investitori cinesi — che negli ultimi anni hanno investito miliardi di dollari in startup indiane — di ottenere l’approvazione da Nuova Delhi prima di investire nelle imprese indiane.

La mossa ha ridotto significativamente la presenza degli investitori cinesi nei flussi di accordi delle startup indiane nei mesi successivi.

IL COMMENTO DEL CORRIERE

“In questo quadro, l’India, che è storicamente un avversario di Pechino ma negli scorsi decenni ha tenuto un profilo basso e comunque da potenza indipendente e non schierata, si sente trascinata in uno scacchiere in grande movimento dal quale non può stare fuori”, ha commentato ieri Danilo Taino sul Corriere della Sera: “Soprattutto dopo gli scontri tra soldati indiani e cinesi, i più violenti dal 45 anni, nel Ladakh lo scorso giugno. Modi non vuole lo scontro armato. Ha però capito che i tempi sono cambiati e che stare alla finestra per Delhi significherebbe indebolirsi rispetto a Pechino, anche perché attraverso la Belt and Road Initiative (la cosiddetta Nuova Via della Seta) la Cina sta conquistando porti e basi nell’Oceano Indiano: in Pakistan, nel Myanmar, nello Sri Lanka fino a Gibuti. La possibile egemonia cinese nel Pacifico se gli americani si ritirassero oggi raddoppia con la possibile egemonia di Pechino anche nell’Oceano Indiano. Sottovalutare la nuova situazione costerebbe a Modi moltissimo, anche in casa: se Pechino è più assertiva, anche Delhi lo deve essere. Il governo indiano sta dunque reagendo”.

INDIA SEGUE LA MOSSA DELLA CASA BIANCA PER ESCLUDERE APP CINESI

Nuova Delhi si allinea dunque a Washington nella stretta tecnologica per far fuori Pechino. Anche gli Stati Uniti hanno preso provvedimenti infatti contro le app cinesi, minacciando di vietare TikTok e ordinando alle aziende statunitensi di smettere di fare affari con la piattaforma WeChat di Tencent.

CON AUSTRALIA E GIAPPONE, L’INDIA ESCLUDE PECHINO

Ha aggiunto Taino sul Corsera, “in economia si distanzia dalla Cina, sulla stessa traiettoria degli Stati Uniti di Donald Trump: ha bandito 59 applicazioni web cinesi e sta introducendo regole per fermare la penetrazione in India dei colossi Huawei e Zte. Sul versante strategico, il primo ministro indiano sembra avere abbandonato la reticenza storica di Delhi a formare strette collaborazioni diplomatiche e militari, ha rapporti sempre più stretti con il Giappone e con l’Australia”.

Come ha raccontato nei giorni socrsi Marco Orioles su Startmag, “parrebbe che Giappone, Australia e India stiano maturando un accordo per costruire delle forti catene del valore con le quali portare avanti le proprie produzioni e godere così di un cuscinetto che le difenda dalle mosse ostili della Cina e dalle manovre degli Usa contro quest’ultima”.

Senza dimenticare il dossier 5G. A causa delle crescenti tensioni indo-cinesi, il governo di Nuova Delhi sta eliminando gradualmente le apparecchiature di Huawei e di altre società cinesi dalle sue reti di telecomunicazioni. Sebbene, come ha sottolineato il Financial Times, al momento il governo di Modi “non abbia emesso alcun divieto scritto formale sui fornitori di apparecchiature cinesi come Huawei e Zte”.

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