Innovazione

Diritto oblio su Google, la sentenza della Corte Ue sul caso Francia e gli sbuffi del Garante italiano per la Privacy

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L’approfondimento di Michelangelo Colombo sulla sentenza della Corte di giustizia Ue che ha dato ragione a Google sul diritto all’oblio.

 

Il gestore di un motore di ricerca non è tenuto a effettuare la deindicizzazione in tutte le versioni del suo motore di ricerca.

E’ quello che in sostanza ha stabilito la Corte di giustizia Ue oggi a proposito del caso Google-Francia, dando ragione al colosso di Mountain View.

La Corte ha in sostanza rilevato che il gestore “è tenuto ad effettuarla nelle versioni di tale motore di ricerca corrispondenti a tutti gli Stati membri e ad attuare misure che scoraggino gli utenti di Internet dall’avere accesso, a partire da uno degli Stati membri, ai link contenuti nelle versioni extra Ue di tale motore”.

In sostanza, il diritto all’oblio non ha una portata globale per i motori di ricerca come Google ma riguarda solo gli Stati Ue.

CHE COSA HA DECISO IL TRIBUNALE EUROPEO

La sentenza dà ragione a Google: la Commissione nazionale per l’informatica e le libertà francese l’aveva multata (centomila euro) in conseguenza del suo rifiuto, quando accoglie una domanda di deindicizzazione, di applicarla a tutte le estensioni del nome di dominio del suo motore di ricerca.

GOOGLE GONGOLA

La Corte di giustizia Ue dà ragione a Google: i motori di ricerca – qualora dovessero accogliere una richiesta di “diritto all’oblio” da parte di un utente – non sono obbligati ad applicarla in tutte le loro versioni.

CHE COSA CAMBIA PER I MOTORI DI RICERCA

Tuttavia, fatto salvo alcune eccezioni previste dal diritto Ue, vale invece anche per i gestori dei motori di ricerca il divieto di trattare determinati dati personali sensibili.

LA SENTENZA DEL TRIBUNALE UE

La prima sentenza della Corte riguarda il ricorso di Google Inc, contro la multa da 100mila euro ricevuta dal Commissione nazionale dell’informativa e delle libertà francese per essersi rifiutato di applicare la “deindicizzazione” dei link, il cosiddetto “diritto all’oblio”, a tutte le versioni del suo motore di ricerca.

IL RICORSO DI GOOGLE

Il ricorso del colosso di Mountain View al Consiglio di Stato ha portato al pronunciamento della Corte europea. I giudici del Lussemburgo sottolineano che per rispettare pienamente il diritto all’oblio sarebbe necessaria un’operazione a livello mondiale.

LA QUESTIONE

Tuttavia, molti Stati terzi non riconoscono tale diritto o lo applicano diversamente. Di conseguenza, allo stato attuale non sussiste, per il gestore di un motore di ricerca che accoglie una richiesta di deindicizzazione, l’oblio derivante dal diritto dell’Ue di effettuare tale deindicizzazione su tutte le versioni del suo motore.

APPLICARE O DISAPPLICARE?

Il motore di ricerca deve invece applicare il diritto all’oblio in tutte le sue versioni negli Stati membri Ue, mettendo in pratica misure che permettano quantomeno di scoraggiare gli utenti dall’accedere, attraverso l’elenco dei risultati, a versioni “extra Ue” del motore stesso.

DIRITTO ALL’OBLIO

Il secondo blocco di sentenze riguarda invece il ricorso di quattro cittadini contro il rifiuto del Cnil francese di ingiungere alla società Google Inc. di applicare il diritto all’oblio nei loro confronti. Con la sentenza odierna, la Corte sottolinea che il gestore di un motore di ricerca non è responsabile del fatto che dei dati personali sensibili compaiono su una pagina web pubblicata da terzi, ma dell’indicizzazione di tale pagina.

QUESTIONE DEI LINK

Rientra quindi nei suoi compiti verificare se l’inserimento dei link nell’elenco dei risultati sia strettamente necessario per proteggere la libertà d’informazione degli utenti, oppure se questi possano essere “deindicizzati” su richiesta dell’interessato.

I PROCEDIMENTI PENALI

In particolare, per quanto riguarda i procedimenti penali, qualora non ritenesse di poter accogliere la domanda sul “diritto all’oblio” di una persona, il gestore del motore di ricerca è comunque tenuto a sistemare l’elenco dei risultati in modo tale che l’immagine globale che ne risulta per gli utenti rifletta la situazione giudiziaria attuale facendo comparire per primi i link verso pagine contenenti informazioni più recenti.

COME SBUFFA IL GARANTE DELLA PRIVACY IN ITALIA

In Italia, il Garante della Privacy sbuffa: “Leggeremo le motivazioni della decisione della Corte di Giustizia, che però ha sicuramente un impatto rilevante sulla piena effettività del diritto all’oblio. In un mondo strutturalmente interconnesso e in una realtà immateriale quale quella della rete, la barriera territoriale appare sempre più anacronistica”. E’ questo il commento del Garante per la privacy, Antonello Soro, alle sentenze della Corte Ue in materia di applicazione del diritto all’oblio da parte di Google nei Paesi dell’Unione.
“A maggior ragione – continua Soro in una nota – acquista ulteriormente senso l’impegno delle Autorità europee di protezione dati per la garanzia universale di questo diritto, con la stessa forza su cui può contare in Europa. L’equilibrio tra diritto di informazione e dignità personale, raggiunto in Europa anche grazie alla disciplina dell’oblio, dovrebbe rappresentare un modello a livello globale”.

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